attilio mangano, Nuove note sulla crisi

Credo che  le riflessioni e le analisi sulla crisi e sulla sua stessa portata debbano proseguire. Avevo già fatto un primo intervento il 20 aprile ( ”  ma cos’è  questa crisi?”)  per sottolineare   l’ambivalenza  del concetto stesso, il fatto che dentro una crisi si consumino e si producano nuove grandi trasformazioni e che bisognerebbe prestare più attenzione a queste.  Qualche giorno fa Carlo Gambescia ha sottolineato a sua volta come sarebbe ora di distinguere ideologia e realtà anche per la crisi, su cui spesso continuano a giocarsi partite politiche e ideologiche più legate alle scuole e alle tradizioni che ad analisi precise.
“Quando si parla della crisi attuale si dovrebbe sempre distinguere tra ideologia e realtà. Che cosa intendiamo dire? Che coloro che “parlano” ideologicamente della crisi tendono a proiettare su di essa i propri “desideri”. Il neoliberista asserirà che la crisi è frutto di “poco mercato”, perché solo la libera concorrenza può eliminare le mele marce. Il marxista dichiarerà che la crisi riguarda la caduta del saggio di profitto, e che dunque Marx in fondo aveva ragione.. Il decrescista riterrà che la “megamacchina”, a causa di una sovraesposizione finanziaria, sì è finalmente inceppata…Il riformista sosterrà che i meccanismi capitalistici, funzionano imperfettamente, perché lo stato avrebbe fatto un passo indietro; di qui la necessità di regole. Queste sono le principali quattro interpretazioni ideologiche della crisi, “secondo i desideri” di chi le formula. Dietro le quali però – cosa del resto compresibile quando si punta solo sulla lotta politica – si nascondono le aspirazioni degli interpreti (per carità politicamente comprensibili: puro “istinto delle combinazioni”): il liberista aspira a un mercato puro; il marxista alla nascita di una società comunista; il decrescista a quella di una società post-capitalista, dalle linee ancora sconosciute; il riformista al mantenimento di un capitalismo welfarista, o quasi.> Sono quattro derive retoriche, in fondo non molto diverse. Vediamole. Gli approcci marxista e decrescista sono entrambi catastrofisti, nel senso che tendono a scorgere, forzando la realtà, i segni della “fine” in qualsiasi dato sociale ed economico negativo, o parzialmente tale.Mentre quello liberista è ugualmente catastrofista, ma nel senso opposto, dal momento che tende a scorgere, sempre forzando la realtà, in ogni provvedimento di tipo interventista un attentato al capitalismo.Infine quello riformista, anticatastrofista per eccesso, tende a scorgere, in ogni lieve segno di miglioramento della situazione, magari a seguito di misure pubbliche, un segnale, anche minimo, di ripresa economica. Resta anche una quinta interpretazione complottista, spesso politicamente trasversale, che nel suo catastrofismo, giudica qualsiasi regresso o progresso della crisi come un successo o insuccesso, nella lotta contro un’ invisibile e potentissima oligarchia economica mondiale.Purtroppo, su queste basi ideologiche resta e resterà molto difficile – se non in termini di pura lotta politica tra opposte retoriche – giungere a una analisi oggettiva, scientifica e completa della crisi attuale. Queste posizioni “non aiutano”, pur soddisfacendo funzionalmente ( in particolare le marxista, decrescista e complottista) certo estremismo ideologico molto diffuso soprattutto nella Rete. Basta infatti decretare, danzando con le parole come sciamani impazziti, l’imminenza della crisi finale del capitalismo per essere ripresi e applauditi. Chi si contenta gode.” 
Sono largamente d’accordo con questa riflessione che non è solo metodologica e mi capita spessissimo di constatare  che siamo sommersi sulla stampa e in rete da una valanga di analisi che quasi sempre non segnalano cose particolari  ma si soffermano sulla logica di chi vuole a tutti i costi poter dire di avere ragione.
Io credo che  si debba segnalare invece il nuovo, con lo stupore che merita, le cose che non si prevedevano.   Viviamo tempi inaspettati,scrive oggi Mario Calabresi su “La stampa”.  L’ automobile italiana va in soccorso di quella americana, un giovane afroamericano guida la nazione più potente del mondo, in pochi mesi è stata bruciata più ricchezza che in due guerre mondiali. L’incertezza è la cifra delle nostre vite e anche i giornali sono divisi tra la passione di raccontare una stagione eccezionale e la paura per una crisi che non li risparmia. Nel mondo occidentale c’è chi chiude i quotidiani, chi scommette sulla loro scomparsa e chi si ostina a credere, tenacemente, che proprio in mezzo alle difficoltà si debba guardare lontano. Immaginare sfide completamente nuove. «Non è importante quante volte cadi ma quanto in fretta ti rialzi», recita un motto popolare negli Stati Uniti: farlo proprio significa cercare di vedere possibilità e occasioni nelle avversità. Certo Calabresi va di fretta nelle sue osservazioni ma insiste su alcune questioni che  invitano ad ” accettare la sfida”. Egli scrive ancora: ”  “Ho avuto la fortuna di seguire Barack Obama, Presidente da cento giorni, in giro per gli Stati Uniti negli ultimi due anni e al di là delle sue parole d’ordine, «Speranza» e «Cambiamento», trovo che la sua vera forza sia la capacità di guardare avanti, di non farsi ingabbiare dentro schemi ideologici che appartengono ad un altro secolo. «Sono convinto – ha scritto nel suo libro più famoso – che ogni volta che esageriamo, demonizziamo o siamo arroganti, siamo condannati alla sconfitta. ( Sul tema delle novità vere e presunte della filosofia politica di Obama   sono già intervenuto con otto note  e intendo proseguire)Sono la caccia alla purezza ideologica, l’ortodossia rigida e l’eterna prevedibilità del dibattito che ci impediscono di vedere le sfide che abbiamo davanti».Queste sono  ancora delle note, ma credo opportuno aggiungere e segnalare un articolo di oggi di Marcello Foa  che segnala a sua volta dei dati e delle tendenze di cui si parla poco, vale a dire il nuovo imprevedibile ruolo della Cina nella nuova realtà multipolare . 
“A lanciare l’allarme è stato il ministro delle Finanze della Corea del Sud, un mese fa: la Cina sta approfittando della crisi finanziaria per espandere la propria influenza nel mondo. E lo fa senza dare nell’occhio, ma con notevole efficacia, al punto che secondo alcuni osservatori sta proponendo un nuovo modello di sviluppo, destinato a rivaleggiare con quello anglosassone, meglio noto come «Washington consensus», la cui formula è nota, ma sempre meno popolare: privatizzazioni, libero commercio, diminuzione del ruolo dello Stato e deregolamentazione.
Pechino, invece, propone un approccio che, senza rinnegare l’economia di mercato, è più politico. Lo studioso cinese Cheng Enfu, citato recentemente dalla Washington Post, lo descrive così: lo Stato mantiene una presenza importante in alcuni settori strategici; incoraggia riforme graduali preferendole alle terapie di choc; partecipa al commercio mondiale ma mantenendo come riferimento e risorsa primaria l’economia interna. Infine, non antepone i cambiamenti culturali e politici allo sviluppo dei mercati su ampia scala. Come dire: si può essere consumisti mantenendo la propria identità e, soprattutto, senza concedere democrazia e libertà. Un modello, battezzato «consenso di Pechino», che risulta seducente non solo per i danni provocati da Wall Street, che ha eroso la credibilità della Casa Bianca, ma innanzitutto perché sostenuto da una risorsa ormai rara: la disponibilità finanziaria. La Cina è uno dei pochi Paesi a disporre di ingenti riserve valutarie, che da qualche mese usa in maniera più articolata. Per rilanciare l’economia interna? Certo, ma non solo. Pechino compra meno Treasury bonds americani, mentre aumenta rapidamente le riserve d’oro e, soprattutto, gli aiuti ai Paesi internazionali. Non solo in Africa dove, da tempo, sottrae zone d’influenza agli Stati uniti e alla Francia.
Fino a qualche tempo fa, i Paesi in difficoltà potevano contare solo sull’aiuto degli Usa, diretto o tramite il Fondo monetario internazionale. Ma l’America, indebolita dalla recessione, non può più rispondere agli Sos altrui; Pechino, invece, sì. E generosamente, anche con Stati tradizionalmente amici di Washington. Ad esempio, la piccola e lontana (da Pechino) Giamaica, che qualche settimana fa era sull’orlo del fallimento. I cinesi l’hanno salvata accordandole un prestito da 128 milioni di dollari. Nell’America Latina hanno stretto rapporti economici privilegiati con il Venezuela (ricco di petrolio), la Bolivia (per le materie prime), strizzano l’occhio al Brasile e hanno aderito all’Inter-American Development Bank, la banca che promuove lo sviluppo economico nel Sud e nel centro America, nelle vesti di Paese donatore.
La stessa strategia viene applicata nel cortile di casa, ovvero in Asia e con Paesi importanti come il Kazakhstan e persino la Russia, dove molte società petrolifere azzoppate dal crollo delle quotazioni del greggio hanno trovato i fondi necessari per sopravvivere a Pechino anziché ad Alma Ata o a Mosca. Le cifre investite non sono enormi – 10 miliardi di dollari ai kazakhi, 25 ai russi – ma sufficienti per stabilire nuovi, insperati legami. L’espansionismo cinese avviene a prezzi di saldo e nell’ambito di un progetto a lungo termine che mira a modificare gli equilibri della finanza internazionale. Già perché Pechino concede i prestiti non più solo in dollari, ma anche in yuan. E negli ultimi cinque mesi ha firmato accordi valutari per 95 miliardi di dollari con sette Paesi, che, in cambio, hanno convertito in valuta cinese una parte delle proprie riserve. Pechino è in agguato e si rafforza, mentre l’America, nonostante Obama, soffre.

attilio mangano, Nuove note sulla crisiultima modifica: 2009-04-30T17:27:36+02:00da mangano1
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