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ARISTOTELE: LA FAMIGLIA

Ogni essere vivente tende a lasciare dopo di sé altri esseri simili a sé.
Il padrone e lo schiavo hanno interesse convergente ad unirsi per la sopravvivenza.
La famiglia nasce da queste due tendenze naturali alla riproduzione e alla sopravvivenza. E’ la cellula fondamentale della riproduzione della specie e il primo nucleo dell’attività economica .
La famiglia-tipo aristotelica è costituita da un uomo libero, il capo, da sua moglie, dai suoi figli e dai suoi schiavi.
Il capo è marito, padre e padrone.
La moglie, i figli e gli schiavi gli sono subordinati per ragioni naturali.
“Il sesso maschile è per natura atto al comando più del sesso femminile, se non accade qualcosa che in qualche modo vada contro l’ordine naturale, e chi è più vecchio e più maturo è più atto al comando di chi è più giovane e meno maturo”.
L’autorità esercitata sulla moglie è di tipo aristocratico.
Invece “l’autorità esercitata sui figli è di tipo regio; infatti il potere del genitore è basato sui rapporti di amore e di anzianità, che sono i caratteri dell’autorità regia”.
Questo per i Greci. Tra i barbari la natura determina diversamente:
“Tra i barbari la femmina e lo schiavo hanno la medesima posizione perché per natura essi non hanno il principio del comando, ma la loro comunità è quella di uno schiavo con una schiava”.
Nella famiglia dell’uomo libero greco, ma povero, “il bue rimpiazza lo schiavo”, perché, come dice Esiodo, la famiglia è
“innanzitutto la casa, la donna e il bue che ara” .
Lo schiavo è solo una proprietà equiparabile al bue?
“Sul conto degli schiavi qualcuno potrebbe chiedersi se abbiano una qualche virtù più pregiata di quelle inerenti ai loro compiti strumentali e servili, come per esempio autocontrollo, coraggio, giustizia e tutti gli altri abiti analoghi, o se essi non ne abbiano alcuna oltre le abilità del corpo necessarie per le loro mansioni servili.
La risposta affermativa e quella negativa presentano entrambe delle difficoltà: infatti, se hanno queste virtù, in che cosa gli schiavi differiscono dai liberi? D’altra parte sarebbe strano che non le avessero, dal momento che sono pur uomini e partecipano della ragione”.
Aristotele si rende conto che il concetto di schiavo come strumento animato umano ha una profonda contraddizione interna: la natura di proprietà strumentale dello schiavo mal si concilia con la sua umanità, sia pure di natura inferiore. Questa, infatti, limita la sua riduzione a mezzo e rende possibili rapporti di amicizia.
Aristotele cerca di gestire le difficoltà della contraddizione con una dettagliata analisi della condizione della schiavitù e separando gli elementi di conflitto.
Aristotele, che fonda la sua concezione della realtà sul principio di non contraddizione, si trova in difficoltà di fronte a questa contraddizione che tiene insieme il concetto di umanità e di strumento.
Aristotele non è Eraclito, non pensa che la contraddizione, il conflitto, sia il Logos, la legge razionale della realtà.
Il rapporto padrone-schiavo, però, assume forme diverse: si va da un polo “naturale” ad un polo “contro natura”.
Se si riesce a collocare gli elementi della contraddizione ai poli opposti, si riduce il conflitto a distinzione e si “salva” la schiavitù, che ad Aristotele appare necessaria e naturale.
Infatti, gli strumenti di lavoro non agiscono da soli:
“Se le spole tessessero da sole e i plettri suonassero da sé, allora né gli architetti avrebbero bisogno di operai né i padroni di schiavi”.
“Comandare ed obbedire sono relazioni non solo necessarie ma anche utili, e fin dalla nascita alcuni sono destinati ad obbedire, altri a comandare”.
Aristotele riconosce, però, che “alcuni schiavi e alcuni liberi non sono tali per natura”. E questo crea problemi.
“Ma è del pari evidente che in alcuni casi questa distinzione può essere tracciata, cioè quando alcuni hanno convenienza a servire, altri hanno convenienza e diritto di essere padroni e bisogna che gli uni obbediscano e che comandino quelli che per natura sono atti ad esercitare il comando, in modo tale da essere padroni (…) Sussistono legami di interesse e di amicizia reciproca tra lo schiavo e il padrone, quando la loro posizione è definita per natura; quando invece è definita non per natura, ma per legge ed in seguito a violenza, allora avviene il contrario”.
La distinzione tra natura e legge in seguito a violenza permette di sciogliere la contraddizione separandone i due poli e collocandoli uno in posizione “naturale”, l’altro in posizione “contro natura”.
“E’ schiavo per natura chi può appartenere a qualcuno (e perciò è di un altro) e partecipa alla ragione soltanto per quel che può coglierla, senza possederla propriamente, mentre gli altri animali non sanno neppure riconoscere la ragione ma obbediscono alle emozioni. E il loro modo d’impiego differisce di poco, perché gli uni e gli altri, gli schiavi e gli animali domestici, si utilizzano per gli esercizi necessari al corpo.
La natura intende (boúletai) fare anche corpi diversi per gli uomini liberi e per gli schiavi, dando a questi corpi forti, adatti alle mansioni più strettamente necessarie, a quelli corpi diritti (orthà) e inutilizzabili per quelle mansioni, ma adatti alla vita politica che può essere divisa in occupazioni militari e in occupazioni pacifiche”.
Qui tutto sembra chiaro: c’è una differenza antropologica profonda, che si manifesta nel corpo e che avvicina gli schiavi più agli animali domestici che agli uomini liberi.
Gli schiavi partecipano alla razionalità solo per capire i comandi razionali ed eseguirli. Per il padrone cambia solo il comando, diretto alla razionalità passiva per lo schiavo, alla sola sensibilità per gli animali domestici, ma l’uso è lo stesso.
Il passo, però, continua:
“Ma accade spesso anche il contrario, cioè che gli uni abbiano soltanto il corpo di uomini liberi e altri soltanto l’anima”.
Le cose quindi si complicano ed Aristotele si rende conto che qualche ragione ce l’hanno “coloro che sostengono tesi contrarie alle nostre” e negano il carattere naturale della schiavitù.
Aristotele, allora, riprende la distinzione tra schiavo per natura e schiavo per legge in conseguenza di vicende belliche. Se, poi, la guerra è ingiusta, la inaccettabilità della schiavitù è anche più evidente.
La contraddizione sembra sciogliersi collocando i suoi opposti alle estremità di un ampio spettro di posizioni che vanno dalla natura alla sua violazione.
Aristotele può, allora, sciogliere il dilemma sulla virtù dello schiavo.
o Premette che “lo schiavo non ha affatto la facoltà deliberativa, la femmina ce l’ha, ma incapace, e il fanciullo ce l’ha, ma immatura.
o Conclude che “chi comanda deve possedere la virtù etica nella sua pienezza (perché il suo compito è quello dell’architetto e la ragione è l’architetto), mentre ciascuno degli altri deve averne quel tanto che gli basta” e si ha una virtù piena dell’uomo libero e maturo e delle virtù parziali per gli altri esseri umani.
o Ecco allora la soluzione: “è chiaro che lo schiavo ha bisogno di poca virtù, cioè di quel poco che basta perché non venga meno ai suoi compiti per intemperanza e per pochezza”.
Il ricorso alla natura sembra risolvere la contraddizione: l’uomo libero, capace di comando e virtuoso, si serve dell’uomo predisposto per natura al servizio e lo governa nell’armonia della sua casa.
Ma, l’uomo libero può trovarsi ridotto in schiavitù per effetto di guerra e mantenuto con violenza ed in forza della legge in una posizione contro natura.
Questa schiavitù non dovrebbe esistere, ma la sua possibilità ben presente agli uomini liberi greci, oltre a costituire motivo di ansia nei conflitti, non poteva non promuovere negli animi più sensibili momenti di identificazione con gli schiavi naturali.
Chi si serve di esseri umani ridotti a strumenti animati per le proprie necessità di uomo libero è portato a negar loro l’umanità, per poter godere del servizio senza disagi dell’anima; ma l’uomo virtuoso, capace di buon governo armonico della casa, umano con gli schiavi, non può non rendersi conto di ricevere un servizio “umano”.
Inoltre, proprio per quella sua capacità di vedere lontano che lo rende padrone per natura, l’uomo libero e virtuoso sa di poter un giorno cadere in schiavitù per sconfitta militare e per legge.
L’animo, allora, oscilla dalla riduzione dello schiavo a cosa di proprietà al riconoscimento di una sua umanità che ne fa un membro della famiglia, insieme alla moglie e ai figli, un essere dotato in parte di ragione, e ne impedisce la riduzione a strumento animato rimpiazzabile dal bue.
E’ l’oscillazione che si registra anche tra passi diversi di Aristotele:
o nell’Etica Nicomachea Aristotele nega l’amicizia con lo schiavo in quanto schiavo e la riconosce possibile perché lo schiavo è anche uomo;
o nella Politica, invece, vede invece il fondamento dell’amicizia tra schiavo e padrone proprio nel riconoscimento della differenza naturale.
La contraddizione tra i due passi è la contraddizione interna al concetto di uomo-schiavo, cioè di schiavo ma uomo, di uomo ma schiavo.
Contraddizione che il principio di non contraddizione non attenua, ma esalta.
C’è nelle pagine aristoteliche sulla schiavitù il disagio spirituale di una cultura che non sa fare a meno della schiavitù, vorrebbe convincersi del suo carattere “naturale”, ma non ci riesce del tutto, anche perché vive quella condizione come pericolo per sé sempre possibile.
Anche il filosofo del giusto mezzo, della saggezza come equilibrio tra mali opposti, ha difficoltà a trovare l’equilibrio nel conflitto tra la riduzione a mezzo e il riconoscimento dell’umanità dello schiavo.

Alla famiglia è dedicato il primo libro della Politica, ma Aristotele torna a parlarne nelle ultime pagine del libro VII, dedicate alle norme sui matrimoni, sulla procreazione e sull’educazione, tema al quale è anche interamente dedicato il libro VIII, l’ultimo.
I figli vanno concepiti nel fiore degli anni, subito dopo il matrimonio che dovrebbe avvenire tra donne di 18 e uomini di 37 anni. Non si devono concepire figli troppo presto, perché nascono imperfetti, piccoli e perlopiù femmine, con parti più dolorosi e con alto rischio di morte della madre.
La differenza d’età tra padri e figli non deve compromettere il rapporto d’autorità: la troppa vicinanza d’età tra padri e figli produce contrasti ed è bene che non si diventi padri molto oltre i cinquant’anni. Poiché i vecchi tendono a spegnersi sui settant’anni, ci vuole il tempo necessario perché ai padri succedano figli nel fiore degli anni.
Per avere figli sani, i genitori devono curare il loro fisico: gli uomini “con fatiche non violente e non limitate a un solo fine, come nel caso degli atleti, ma orientate alle attività degli uomini liberi”; la stessa cura del corpo devono avere le donne, che durante la gravidanza devono muoversi, nutrirsi di cibi leggeri e mantenere calma la mente.
La legge deve proibire che si allevino figli minorati, ma si dovrebbe evitare l’esposizione dei figli dovuta al loro numero eccessivo, attraverso usanze bene ordinate e, quando i coniugi concepiscono oltre il limite, “si deve fare l’aborto prima che il feto abbia sensibilità e vita”.

Torino 14 dicembre ’08
Giuseppe Bailone

gius.bailone, Aristotele, la famigliaultima modifica: 2009-04-29T18:47:03+02:00da mangano1
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