Giulio Stocchi, Anja

I miei giochi si svolgevano in uno scenario simile a quello che vedete ogni sera alla televisione quando guardate, magari distrattamente, le città irachene o afghane devastate dalle bombe che oggi chiamiamo pudicamente “umanitarie”: uno scenario di macerie, perché tale era in molti quartieri la Milano della mia infanzia, la Milano ferita che esibiva ancora le sue piaghe negli immensi crateri scavati dagli ordigni che per cinque anni erano caduti sulla città dal cielo, in quelle case rimaste ancora in piedi, ma come se un immenso colpo di rasoio le avesse divise esattamente a metà, trasformandole in quinte aperte che, come i buoi squartati che si vedono nelle macellerie, mettevano in mostra le viscere di una intimità violata, le piastrelle azzurre di una cucina, una specchiera rimasta miracolosamente intatta, un letto a pencoloni sul vuoto…
Eppure quei resti della follia e della ferocia degli uomini erano il regno incantato delle avventure di noi bambini, i fortini delle nostre battaglie, la campagna in cui la natura ci veniva incontro nell’avvicendarsi delle stagioni col suo corteo di fiori, di lucertole e di gatti, i cunicoli in cui i più coraggiosi si avventuravano riemergendone con qualche trofeo, l’ogiva di uno spezzone incendiario, tronconi di suppellettili, una volta persino un elmetto. La nostra infanzia, nei suoi primi lentissimi anni, trascorreva così, incurante degli ammonimenti dei genitori e dei manifesti dei piccoli mutilati, affissi dovunque, che raccomandavano ai bambini di non raccogliere nessun oggetto, fosse pure una penna o una bambola, che avrebbe potuto rivelarsi una bomba micidiale.

Poi le macerie cominciarono pian piano a diradarsi per lasciare il posto ai cantieri e alle gru della ricostruzione col loro formicolio di muratori e manovali in pantaloni corti e canottiera, molti dall’accento esotico e incomprensibile, giunti dal Sud. Ci pensavano le radione a valvole che troneggiavano nei salotti e nei bar diffondendo le canzoni del primo Festival di Sanremo, a costruire una koinè, una lingua comune. Canzoni come Vola colomba, Vecchio scarpone, Papaveri e papere, raccolte in libretti in vendita all’edicola che mia madre sfogliava, silenziosa e assorta, neanche fossero le liriche di Leopardi.
Correva l’Anno Santo, il 1950, ormai ero grandicello, avevo 6 anni e pian piano, come alle macerie i cantieri, subentrava in me una nuova passione e un nuovo modo di divertirmi: il cinema.
Ora, se qualcuno di voi ha visto il bel film di Tornatore, Nuovo Cinema Paradiso, può avere una pallida idea di quello che erano le sale cinematografiche di allora, così diverse dalle multisale asettiche di oggi: panche di legno, fumo denso di sigarette, un tappeto di brustoline, i semi abbrustoliti di girasole che gli spettatori degustavano, per terra, boati e improperi al proiezionista quando la pellicola si rompeva e, nelle ultime file, giovani coppie che approfittavano del buio per amoreggiare. Sale il cui nome era già tutta una favola: Rialto, Apollo, Luna, Vittoria, Rubino, Orchidea, Arlecchino…
Io andavo al cinema con lo zio Trojsi, un amico di famiglia, un eroe di guerra, non quella fra i detriti della quale avevo giocato io, ma la Prima Guerra Mondiale che riviveva nei suoi racconti e nei miei occhi spalancati ad ascoltarli.
Un conte, lo zio Trojsi, il quale aveva mantenuto il suo nome e il suo stemma ma aveva perduto tutti i soldi e quindi era considerato e chiamato, nel gergo di allora, un “nobile decaduto” che viveva vendendo i resti del suo patrimonio, quadri, tappeti, ninnoli, gioielli e aveva quindi molto tempo a disposizione per me, a differenza di mio padre avvinto dalla catena degli uffici che lo tenevano fuori fino a sera.
Lo zio Trojsi mi teneva per mano e io entravo in quelle sale stringendo nell’altra mano il pacchetto di more di liquerizia o di gommoni alla frutta che il vecchio gentiluomo nella sua squisita signorilità non mancava mai di offrirmi.
Uno dei cinema da noi più frequentati era l’Alcione perché, insieme ai film che vi si proiettavano, offriva un’ulteriore delizia agli spettatori: l’avanspettacolo, quegli intermezzi teatrali che precedevano il film nei quali si alternavano fantasisti, giocolieri, guitti, intrattenitori di barzellette, battutacce e doppi sensi che mandavano in visibilio la platea… E soprattutto, ed era il momento clou e da tutti atteso dell’esibizione, il corteo di ragazze seminude, in paillettes e guépière, che sfilavano su una lunga passerella proprio in mezzo agli spettatori. Lo zio Trojsi, infilatasi “la caramella”, il monocolo che era costretto a portare per via di un occhio offeso dai gas nelle trincee sul fronte del Piave, osservava con aristocratico distacco le belle discinte che certo gli ricordavano le soubrettes e le attrici che aveva conosciuto, frequentato e amato durante i suoi giorni fasti, quando era direttore di un teatro a Bologna ed era diventato l’amante di una delle donne più belle degli anni trenta, Milly, la cantante che avrei avuto modo di ammirare nel ’64 in uno straordinario allestimento di Strelher, Milanin milanon. E quando in camerino, dopo lo spettacolo, insieme a un fiore le avevo porto i saluti dello zio Trojsi, Milly, con la civetteria di una donna che sa di essere ancora affascinante malgrado l’età, si era limitata ad esclamare: “Oh, ma è stato tanto tempo fa…”.
Poi le luci in sala si spegnevano e iniziava il film. O i film, perché spesso in quelle sale se ne proiettavano due di fila. Si trattava di film soprattutto americani e per lo più di guerra. Una guerra ossessivamente declinata su due temi: la guerra contro “i musi gialli”, i giapponesi appena sconfitti, sciolti e inceneriti dal fungo atomico di Hiròshima e Nagasaki, e quella contro “i musi rossi”, la guerra fondativa degli Stati Uniti d’America quali oggi li conosciamo, il sistematico genocidio dei nativi del continente.
Uno di quei western mi aveva colpito e mi era rimasto particolarmente impresso: Pony express, interpretato da un giovanissimo Charlton Heston, un gigante biondo, capelli al vento, giacca di camoscio con le frange, winchester sempre pronto: un Buffalo Bill perfetto, tale e quale noi bambini ce lo immaginavamo dai fumetti che avevamo letto.
Ebbene, nel film si racconta la storia di come Buffalo Bill avesse dato vita al sistema postale degli Stati Uniti: gruppi di coraggiosissimi e valorosi cavalieri partivano coi loro sacchi di posta, galoppavano attraverso le pianure dell’immenso paese fino alla stazione di cambio dei cavalli, dove un altro gruppo li attendeva, prendeva al volo i sacchi della posta che i primi gli lanciavano e ripartiva al galoppo, in una staffetta che consentiva a una lettera spedita a New York di giungere in pochi giorni a San Francisco. Cavalieri che, naturalmente, dovevano affrontare pericoli di ogni sorta, banditi, bestie feroci, manigoldi, agguati e, soprattutto, costantemente inseguiti da torme di pellerossa urlanti, dipinti e impennacchiati, che invece dei fucili usavano archi e frecce e al posto delle lettere si servivano dei segnali di fumo per comunicare. Ma, si sa, la civiltà è la civiltà…

Giulio Stocchi, Anjaultima modifica: 2009-04-29T19:07:00+02:00da mangano1
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