Marco Lombardi, Schiavone e Crainz

              La sinistra e la società italiana:
                    i perché dell’ineluttabile
 
 
Da appassionato ho maturato un paio di spunti nel dibattito sul libro di Aldo Schiavone.
Primo, un sostanziale accordo con Ugo Crainz, quando data la frattura tra la sinistra e la società italiana con il boom economico degli anni ’60. Una sinistra illusa che voti assegnati e tessere sottoscritte fossero indicatori attendibili dell’ethos di una parte numericamente rilevante del paese. Un’innocente illusione difficile da credere oggi, quando sappiamo che anche nei comuni governati dai comunisti erano vivi i segni di un consumismo cannibale ora associato provincialmente al “berlusconismo”. Economia sommersa, inquinamento industriale, evasione dell’obbligo scolastico, infortuni sul lavoro: reati commessi con scioltezza di coscienza da imprenditori, lavoratori e parrocchiani che localmente votavano a sinistra. Cosa faceva il PCI per prevenirli, impedirli, perseguirli?
Poi, secondo spunto, qualcosa ha intaccato le cifre dei voti e delle tessere. Con il Muro di Berlino e l’URSS è caduto il socialismo reale. Ma a questo modello il comunismo italiano, con qualche eccezione, aveva rinunciato fin dai fatti ungheresi del 1956. E’ successo che, in un vortice di eventi che hanno palesato all’opinione pubblica i vizi occulti di un popolo buono per auto-definizione, la scena politica e sociale sia stata spaccata da un nuovo tipo di leader. Un catalizzatore di tutti quei peccati – sopra chiamati col loro vero nome: reati -, che anche il PCI di fatto tollerava. Un elemento cattivo e, per questo, simpatico, che ha rivendicato di faccia le furberie che una sinistra finalmente al governo nazionale, stretta dai vincoli di un’integrazione europea giocata sulle poste di bilancio, doveva perseguire nelle proprie politiche pubbliche. Un dovere il cui non scontato espletamento le fa merito.
Ecco allora la frattura fra una sinistra locale e una nazionale, questa sì collocabile nei primi anni ‘90. La nascita del partito dei sindaci e quello dei dirigenti, il progressismo manageriale nelle periferie e quello logorroico del mediare, dell’inciuciare, al centro. Ecco “Roma ladrona”, un motivetto che ti entra in testa e non lo schiodi più. Fra i litigi interni a partiti di sinistra incapaci di rinnovarsi, anagraficamente e nella toponomastica delle liste elettorali; fra il fare di manager progressisti in contrasto con i loro esponenti nazionali; fra la spudorata, sputtanata, esibizione del peccato-reato. Fra queste tre opzioni gli italiani hanno fatto la loro scelta. Una scelta grave. Grave non tanto nei voti, significando altresì la finalmente raggiunta alternanza a partire dal 1994, bensì nei modelli di comportamento palesi, nella gridata ed arrogante legittimazione dell’interesse privato, nel diffuso stigmatizzare di qualunque vincolo sociale come “buonismo”.
I mass media, infine. Un Fabrizio Corona che intervistato in prima serata televisiva, alla domanda “che lavoro fai?”, risponde da vincente: “Faccio soldi” e quindi snocciola un fatturato da impresa di medie dimensioni. Ecco, anche quel personaggio, il suo fascino malvagio, fa identità in un modello di sviluppo perdente ma che non si abbandona.
 
 
Marco Lombardi. 

Marco Lombardi, Schiavone e Crainzultima modifica: 2009-04-20T20:37:40+02:00da mangano1
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