Augusto Vegezzi, Salviamo la storia dalle invettive di P.G.Bellocchio

Salviamo la storia dalle invettive di P. G. Bellocchio
 
«Per noi il ‘68 fu l’epilogo della creatività». Con questo assioma apodittico si apre un’intemerata furiosa di… Tarchi, Veneziani, La Russa, Alberoni, Fiori?  No. Sbagliato. Con questo titolo virgolettato si apre sul Corriere della Sera del 20.4.09 l’intervista che Piergiorgio Bellocchio concede a Paolo di Stefano. Il noi, significa i «QP» [Quaderni Piacentini]? No. Questo pluralis majestatis rivela un sintomatico EGO iperbolico. Col ditino alzato di tutti gli antichi comunisti, di cui parla Kundera, l’oracolo piacentino snocciola una serie di paradossi assiomatici, evitando dimostrazioni, e storicizzazioni ispirate a una ricerca critica di comprendere, per contro, mirando invece a raggiungere direttamente la valutazione negativa più tranchant.
Sempre verde rimane quel vecchio vizio della censura irrefutabile e a prescindere che portò alla fortunata e assurda rubrica «Libri da leggere e da non leggere», dove il tabù contro questi ultimi era così assoluto che venivano condannati, dio guardi, assolutamente senza essere letti.
Liquidato così disinvoltamente il ‘68 per quello che non fu, lo stesso stile oracolare stermina tutti i suoi leader come decerebrati e rimarca due aspetti  fondamentali dell’annus horribilis: 1. «Per me rappresenta una tassa… che mi tocca pagare anche sotto forma di intervista.» Eppure bastava un no per evitare la noia, ma l’EGO ha i suoi diritti; 2. il‘68  per «molti … »  è stato «un trampolino per ottime carriere in ogni settore». In una precedente sortita l’oracolo piacentino parlò gentilmente di «animali da soma» al servizio del potere. Comunque black out completo sulle altre centinaia di migliaia di sessantottini che, per il bene e il male, hanno trasformato la società e cambiato la vita in Italia, tanto che nulla fu più come prima. Come testimoniano i ricorrenti lamenti, arringhe e scomuniche dei capi della destra, da Sarkozy  e Berlusconi ai vari Pera, Sacconi, Cicchitto, Gasparri etc. con i quali il Bellocchio mostra di condividere alcune idiosincrasie. Tanto è vero che sarebbero concordi sull’inaudito successivo assioma bellocchiano: «L’unica ‘immaginazione’ che si è sviluppata [dal ‘68] è quella criminale».
Un’assurdità di peso, che potrebbe valere non un laticlavio dai nuovi fans di destra, ma un buffetto dall’inossidabile Bondi.
Tutta l’intervista rispecchia un paradigma storico infondato, rozzo e irrazionale al quale si ispira  l’ex intellettuale organico del‘68 per il suo pessimismo cosmico della non intelligenza. L’ultimo mezzo secolo, per lui, inizia trionfalmente con il decennio ‘57-’67 «ricco, fertile… la modernizzazione del Paese, l’avvento del neocapitalismo»; ma si verifica nella società e nella cultura una «progressiva regressione, dal ‘68 in poi».(Corsivo mio.) Dopo la generazione, continua l’oracolo, dei Pasolini, Zanzotto, Fortini, Volponi, Cases: «non me ne viene in mente nessuno». Viste le assurdità già ricordate come meravigliarsene?
Le sferzate stroncatorie infieriscono poi sul Teatro e e sul Cinema, salvando pochi tra cui il fratello Marco.
«Le testimonianze più originali del nostro post ‘68 [sarebbero] … venute dal fumetto», dagli umoristi della cerchia de Il Male: «Qualcuno s’è venduto, ma molti hanno difeso…la loro indipendenza. …Finendo non pochi per autodistruggersi». Questi creativi, omette l’oracolo, erano sessantottini: come il grande Andrea Pazienza, che morì di overdose, e altri ben vivi, indipendenti e in lotta ora e sempre da Vauro a Serra. Nel deserto di creatività, rimarrebbero solo artisti e letterati, alcuni venduti, tutti dediti ad «affliggerci con insulsaggini.» Vorrei ricordardare che anche l’arci-critico  a lungo parteggiò per il ‘68, poi emarginò dai «QP» Fortini, troppo alta cultura, e infine partecipò al suo parricidio intellettuale perpetrato da Berardinelli. Quanto ad insulsaggini, i volumetti firmati Bellocchio, raccolte di «cacatine di mosche», non ammettono rivali.
Poco prima l’oracolo piacentino aveva sentenziato: «la politica non ha fatto che degradarsi in progressione» – forza con gli ossimori!- dal ‘70 ad oggi, tanto che « il punto in cui siamo sprofondati e dal quale ripartire, è l’Italia fedelmente ritratta da Gomorra».
I limiti e le responsabilità del ‘68 sono enormi, ma qui siamo alla caricatura della storia e alla mistificazione del presente. Il Bellocchio ignora disinvoltamente che la Contestazione innovatrice fu incanalata, soffocata e stravolta dalla coalizione dei poteri forti con ogni mezzo,- dalle armi alle spie, agli infiltrati, alla disinformazione etc. Quei poteri  stavano gettando le basi della società postindustriale e post-fordiana, consumistica, narcisistica, massmediatica anche attraverso mistificazioni, manipolazioni e controlli televisivi delle masse e si preparavano a succedere al regime democristiano di Andreotti e Craxi sul modello del regime autoritario della P2, anticipato da Cefis, perfezionato da Gelli e oggi in via di installazione da parte di Berlusconi. Qui le metastasi sono già in rapida diffusione. Altro che Gomorra.
Quel blocco di potere fu particolarmente abile nel trasformare l’organizzazione del capitale e del lavoro e nel realizzare un nuovo monopolio dell’industria culturale, soprattutto televisiva. Il ciclone mass-mediatico investì irresistibilmente e integrò la sotto-classe intellettuale con la tenaglia ricattatoria di alti emolumenti o emarginazione e miseria. Peraltro anche certi  letterati indipendenti e dotati di pingue rendita non hanno saputo né guardare né esprimere «il male dell’epoca». Criterio bellocchiano invero angusto, stitico, indice di autolesionismo e dell’incapacità di capire che compito della ricerca critica e letteraria è di indagare ed esprimere lo spirito dell’epoca (Zeitgeist), male e bene compresi.
L’immaginazione, sconfitta, ingenua, ideale, solidaristica, egualitaria, libertaria del ‘68, non era criminale; criminale e criminogena era quella, vincente, dei già richiamati poteri forti, in sostanziale rapporto con la criminalità organizzata, ai quali risposero assurdamente micro-gruppi politici sostanzialmente estranei al ‘68, usati in vari modi dal potere.
Gomorra, infine, non è il fedele ritratto dell’Italia. E’ una metafora terribile e tragica di una estrema localizzata degenerazione criminale e della possibilità  di una metastasi generale. Da Gomorra non «riparte» niente e nessuno, se non per il cimitero.
Senza dubbio si deve rinascere da e con uno come Saviano, che in questi nuovi anni di piombo non si è ritirato nel suo eremo borghese con vista sui platani del Fàcsal piacentino per creare i suoi pensierini balzani e le sue censure oracolari.
Un fedele ritratto dell’Italia è quello che non omette né l’involuzione verso il regime autoritario plebiscitario né la grande parte degli italiani che credono, vivono, lottano secondo i principi della Costituzione, della democrazia, della libertà, della buona e vera vita. Si risorgerà certamente e solo grazie a questa Italia già reale, in azione, operativa, seppure confusa, mistificata, disinformata dall’industria televisiva e culturale, ma ancora presente, l’Italia di Saviano, Englaro, Ciotti, Mazzi, Scarpinato, Caselli, Welbi, Gallo e di tanti altri conosciuti e sconosciuti, tra i quali quasi tutti i sessantottini che non hanno rinnegato niente e non si uniscono al coro della mistificazione storica, del revisionismo di centro-destra, della manipolazione del passato funzionali al controllo sociale autoritario.
 
Infine, una breve puntualizzazione storica.
Le trasformazioni del ‘68
Negli anni ’60 inizia in Italia il tramonto, oggi non ancora completato, dell’egemonia patriarcale, autoritaria, gerarchica sulla società, una società della diseguaglianza tra nobili, borghesi, proletari, del padre-padrone, del padrone delle ferriere, del burocrate despota, del matrimonio indissolubile con annesso libertinaggio maschile, dell’inferiorità femminile, dell’autorità come arbitrio, delle convenzioni e dei galatei come norme, dell’aborto clandestino, del divorzio via uxoricidio etc. Il movimento del ’68, fondamentalmente anti-autoritario, funziona come catalizzatore di  quei svariati processi, assai più ampi, di libertà ed eguaglianza che hanno riconosciuto la centralità  dell’essere umano e della sua responsabilità personale e i suoi diritti fondamentali di cittadinanza, misconosciuti nella società pre-sessantottina. Tali processi hanno portato: 
1.      sul piano sociale a una sostanziale eguaglianza di dignità e diritti tra tutti i cittadini, al diritto di divorzio, di famiglia, dell’interruzione di gravidanza, allo Statuto dei lavoratori che garantisce ai lavoratori sindacati, assemblee, consigli, corsi di studio, ai diritti dei giovani all’autodeterminazione e allo studio, all’emancipazione sessuale, alla parità delle donne, alla liberalizzazione degli accessi universitari, all’abolizione dei manicomi-carceri, al diritto alla salute attraverso il Sistema sanitario nazionale;
2.      sul piano culturale all’obsolescenza del principio di autorità nelle molte varianti patriarcali, paternaliste e dogmatiche etc., all’elaborazione di un sapere critico partecipato dalla comunità, ad una revisione delle tecniche e delle logiche dell’Educazione in senso scientifico, democratico e partecipato, a una consapevolezza dei condizionamenti sociali ed economici della cultura e della scienza; 
3.sul piano politico al superamento del regime post-fascista con quell’attuazione della Costituzione che avvia il riconoscimento dei diritti di cittadinanza di tutti, corrodendo il monopolio del potere nelle mani di oligarchie, gerarchie, massonerie e mafie.
 
 
 
prof. Augusto Gughi Vegezzi
 

Augusto Vegezzi, Salviamo la storia dalle invettive di P.G.Bellocchioultima modifica: 2009-04-06T11:42:38+02:00da mangano1
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Un pensiero su “Augusto Vegezzi, Salviamo la storia dalle invettive di P.G.Bellocchio

  1. Maria Grazia Meriggi ha scritto
    Ho ricevuto tardi il testo e non sempre leggo il Corriere. Si deve trattare di una intervista imbarazzante nel senso che costringe a una relazione così diretta fra l’essere sociale e l’ideologia da diventare imbarazzante. Ne avevo avuto il sospetto da una conversazione che avevo avuto con lo stesso Bellocchio in occasione del convegno piacentino su Merli.
    Vegezzi ha dunque perfettamente ragione. Aggiungo anche che ci sono esiti che proiettano una luce negativa sul passato. Nessun “reduce” dei Quaderni Rossi ha maii tanto smarrito il senso della realtà.Forse i QP sono stati il prodotto di una sopravvalutazione felice. Li devo rinmgraziare solo perché senza Fofi non avrei mai visto certi film di Peckinpack né avrei compreso il materialismo storico sotteso alla comicità di Totò.
    D’altra parte Gervasoni, che diventa sorelliano di destra senza mai essere stato  sorelliano di sinistra, fa da adeguato pendant.
    > Buona primavera a tutti. MG
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