Gloria Gaetano, Sulla lotta alla camorra

segnalazione di GLORIA GAETANO
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Dal blog di fabrizio rondolino 

Può la lotta alla camorra diventare “una moda”?
FABRIZIO RONDOLINO

Fu Alessandro il Grande a generalizzare un uso fino allora limitato a qualche re d’Oriente, e a imprimere il proprio volto su tutte le monete dell’impero. Molti secoli dopo, George Washington proibì fermamente, lui vivo, il conio di monete che lo raffigurassero: gli pareva cosa indegna di uomini liberi. Si potrebbe dunque azzardare che i despoti amano trasformarsi in immagine, personaggio, icona, mito; gli uomini democratici preferiscono l’anonimato e privilegiano il simbolo, o l’istituzione, o il principio. La virtù pubblica dell’America rivoluzionaria consentiva una certa libertà interiore; la nostra epoca è piuttosto incline alla soddisfazione generosa dei bisogni e alla schiavitù.

Per questo, probabilmente, cerchiamo il nostro Spartaco: meglio ancora se con il fascino di Kirk Douglas. Di fronte all’immagine del tiranno – non importa se sia vera: non più di quanto importi se una paura sia fondata, o un amore ricambiato – abbiamo bisogno di un’immagine contraria, di un supereroe che combatta per noi. Il supereroe non può vincere fino in fondo, non può debellare le radici del male: la mitologia popolare è raffinata nel suo votarsi alla subalternità perenne. Il male torna sempre, epperò torna anche il supereroe: e in questo dimora la speranza dei deboli – che, marxianamente, si potrebbe scoprire essere una forma di alienazione – di fronte all’arbitrio dei forti.

Roberto Saviano appartiene alla categoria dei supereroi, ed è abbastanza smaliziato e moderno per rendersene conto con disinvoltura. L’altra sera ha sbancato l’Auditel e ha vinto la prima serata con 4,5 milioni di spettatori. Lui stesso si è definito un’«operazione mediatica», e ne ha rivendicato il vantaggio, auspicando che la lotta alla criminalità organizzata diventi una vera e propria «moda».

«Piace alla gente che piace»: con questo slogan la Lancia Y10 si affermò come prima utilitaria di lusso. La figura del testimonial esisteva almeno dai tempi di Alessandro, come abbiamo visto, ma quello spot segnalò un bizzarro cortocircuito nel momento in cui chiamava la verità con il proprio nome. Che significa infatti «piacere alla gente che piace»? Significa non valere nulla, se non per la luce riflessa del testimonial (o del protettore) di turno.

Saviano è una cometa che attraversa il firmamento dei media portando la speranza anziché la sciagura, ma la sua luce è quella del sole che lo illumina, e senza il sole sarebbe un pezzo di roccia che rotola in cielo. E infatti l’altra sera, nel sacrario della sinistra commossa amministrato da Fabio Fazio, a tessere le lodi di Saviano c’erano due stelle della letteratura, Paul Auster e David Grossman. Saviano tuttavia non è un grande scrittore: è un testimonial (senz’altro della parte migliore del Mezzogiorno) che si percepisce e si offre come feticcio, come gadget – come «moda», appunto.

Leopardi aveva intuito una stretta parentela fra la moda e la morte: «Tutte e due siamo nate dalla Caducità», dice la prima alla seconda. E poco dopo: «Tiriamo parimente a disfare e a rimutare di continuo le cose di quaggiù». È proprio questo il punto che non dovrebbe sfuggire a Saviano: la moda dell’antimafia non aiuterebbe la giusta causa della lotta all’illegalità, più di quanto le magliette di «Che» Guevara abbiano aiutato Bertinotti a rientrare in Parlamento; né si può ragionevolmente sostenere che il successo planetario dei Soprano, la serie tv il cui eroe assoluto e commovente è un violento capomafia, abbia indotto l’Fbi ad abbassare la guardia, o abbia incrementato le reclute di Cosa nostra. (A casa nostra una micropolemica s’innescò l’altr’anno in occasione della fiction di Canale5 Il capo dei capi, giudicata troppo favorevole a Totò Riina: ma il trionfo della Piovra, molti anni prima, non aiutò Falcone a salvare la pelle.)

In una polemica famosa, Leonardo Sciascia un giorno se la prese con i «professionisti dell’antimafia». Recensendo il libro di uno storico inglese che indagava sull’uso politico dell’antimafia da parte di una corrente, poi destinata a prevalere, del fascismo siciliano, Sciascia osservò come un sindaco (Orlando) potesse mettersi al riparo di ogni critica per il solo fatto di professarsi contro la mafia, e come un procuratore (Borsellino) potesse scavalcare altri in graduatoria per il solo fatto di essersi occupato di mafia.

La polemica fu violenta, ma probabilmente Sciascia aveva ragione. L’altro giorno il pm antimafia Antonio Ingroia ha esplicitamente invitato Saviano a «liberarsi dal personaggio che gli è stato appiccicato addosso, icona del professionista anticamorra». Saviano sembra invece volerne approfittare, a fin di bene s’intende, giudicandosi più forte della macchina che l’ha creato, dei giornali che lo osannano, delle telecamere che ne scandagliano benevole il primo piano, ma che oggi stesso potrebbero con la stessa disincantata facilità preferirgli gli amori di una velina o gli umori di un calciatore.
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Manlio Talamo

NASCONDITI SAVIANO

Comincia il famigerato Rondolino a dire che le icone mediatiche scompaiono facilmente e che la televisione è vista da pochi, meglio parlare nel web…!
Ma bravo l’esperto di comunicazione.
Ma bravo il prefetto di Parma che smentisce infiltrazioni camorristiche al nord. Il buon uomo dice che Saviano fa solo allarmismo. Ma viene subito smentito con i fatti, dal giudice Cantone, che parlando a Parma dice: “L’assalto della camorra c’è stato, eccome. Una delle più grosse società immobiliari di Parma è stata confiscata perché, per suo tramite, la cosca dei casalesi aveva acquistato un terreno nel centro di Milano su cui edificare esclusive proprietà immobiliari, un affare da 8 milioni di euro”.

Eppure Saviano dice con chiarezza che quel che fa paura alla camorra non è tanto chi scrive, ma tutti quelli che leggono e ascoltano. Perciò venne ucciso Giancarlo Siani: troppi lettori che sul Mattino di Napoli leggevano fatti e fatti e ancora fatti sulla camorra e sugli intrecci con la politica. Perciò venne ucciso Peppino Impastato, perché urlava dalla sua radio – e molti lo ascoltavano – nomi e fatti. Ancora nomi e fatti come fa Saviano. Di Impastato si disse che era saltato per una bomba che lui stesso aveva costruito. E con lo stesso intento si cercò di far passare l’omicidio di don Peppe Diana per un fatto passionale, il giorno dopo che lui aveva scritto una lettera in cui diceva “Non posso tacere”.

Vogliamo che Saviano taccia?
Ma no, risponderebbe scandalizzato, Rondolino. Che parli, ma parli dove dico io, che importanza hanno i milioni di telespettatori di Che tempo che fa, dove Saviano ha fatto una lezione che andrebbe diffusa dovunque e di cui i giornali parlano?
Troppo!

Una volta si sarebbe detto che chi vorrebbe almeno un po’ nascondere Saviano è “oggettivamente” dalla parte della camorra, visto che consiglia a Saviano di scomparire un po’, proprio come Saviano dice che vorrebbe la camorra.
Io mi auguro che Saviano parli e scriva e parli ancora a quante più persone è possibile e attraverso tutti i mezzi di comunicazione possibili.

Scrive Aldo Grasso sul Corriere della Sera del 27 marzo: “Roberto Saviano fa una vita da recluso, protetto giorno e notte da cinque carabinieri. Non nasconde la sua paura. La camorra aspetta solo che finisca nel dimenticatoio, che la luce si spenga (la luce dei media, la luce della visibilità, la luce della giustizia) per regolare i conti. Per questo bisognerebbe meditare a lungo sulle parole che lo scrittore Paul Auster, presente in studio, gli ha detto: «Il mondo è la pagina che scrivi». P.S. Il pm di Palermo Antonino Ingroia ha sentito il bisogno di invitare Saviano a non diventare un professionista dell’anticamorra. Detto da uno che si fa intervistare da Klaus Davi, come fosse un’Alba Parietti qualsiasi.

Vogliamo consciamente o – non meno peggio – inconsciamente che Saviano finisca nel dimenticatoio?

Gloria Gaetano, Sulla lotta alla camorraultima modifica: 2009-03-31T19:15:43+02:00da mangano1
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