Giorgio Morale, All’alba degli anni 80

(cosa farò da grande.11)

GIORGIO MORALE, All’alba degli anni 80

Il mio rapporto continuato con Attilio è iniziato all’alba degli anni Ottanta, quando lui ha cominciato a tenere una rubrica su la tribù, il periodico di cui io curavo la redazione. “Forse siamo alla vigilia di nuovi terremoti nella sinistra. Ma a che servirebbe averne paura?” scriveva Attilio su la tribù del gennaio 1982. E quanti terremoti da allora!

Ancora qualche giorno fa, in questo tempo in cui io vedo addensarsi nubi minacciose, parlando della crisi attuale in un articolo dal titolo Per capire (dove stiamo andando), Attilio scriveva che oggi ci sono buchi paurosi ma anche zone in nuova ripresa, in una coesistenza singolarissima, in un paesaggio sociale che cambia.

Fin dai primi anni Ottanta Attilio era contro qualsiasi richiamo all’ordine, dello stato o del partito che fosse, contro qualsiasi idea di primato o di egemonia. Attilio rimescolava vecchi luoghi comuni, riscopriva storie e culture dimenticate, rimetteva in discussione tradizioni e sfere d’influenza, rigettava le immagini di società pacificate e senza conflitto, in nome di una trasformazione continua che non teme il disordine. Allora venivamo da un periodo di eccessive rigidità ed era accolto con favore chi diffondeva aperture e aria nuova.

Ciò però senza mai comunicare un senso di smarrimento. Quello che è per Attilio non potrebbe non essere, lo portano a pensare questo la grande cultura e il forte senso della storia, che lo portano a individuare la miriade di elementi che concorrono a determinare una situazione e a metterli in gioco esaminando le loro interrelazioni.

Nello stesso tempo quello di Attilio non è un sistema chiuso in sé, una sorta di hegelismo o di storicismo assoluto, la categoria principale di Attilio mi pare viceversa la possibilità, non nel senso post-moderno di interscambiabilità delle opzioni che non sfuggono al gioco della contingenza e della mutevolezza, ma quasi come un lascito umanistico, un corollario della libertà umana per la quale l’individuo trova comunque in sé una risorsa ulteriore e una via d’uscita, infatti, anche quando la crisi è più fitta e il senso d’impotenza una tentazione insistente, per Attilio l’immaginario ci soccorre a farci superare le strettoie dello status quo e delle cristallizzazioni.

Certo, mi domandavo, come posso escludere la possibilità di un nuovo che cresce nell’ombra e che si appaleserà domani? Epperò ogni tanto discutendo con Attilio mi facevo delle altre domande. Ad esempio, va bene l’aperto e il divenire, ma ogni fare non richiede anche una scelta, un’esclusione, una chiusura? E non è necessario anche pensare a ciò – idee, soggetti, forze – su cui fare leva, per cambiare lo stato di cose presenti?

Le domande oggi rimangono le stesse, sulla base di un terreno comune che rende possibile il dialogo, del sostrato di un linguaggio e dell’esperienza di un certo tipo di relazioni che danno l’idea inestirpabile di un senso di continuità che sopravvive a tutte le rotture.

Concludendo, io so cosa farà Attilio da grande: esattamente quello che fa adesso. Devo dire che penso che anch’io da grande farò quello che faccio adesso, ci sono scelte che nascono già fatte dalla nostra storia. E respingiamo il ricatto dell’essere “grandi”, se “essere grandi” vuol dire mettere a tacere domande e considerarsi arrivati da qualche parte.

Giorgio Morale, All’alba degli anni 80ultima modifica: 2009-03-31T22:03:21+02:00da mangano1
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