Antonio Benci, Quando penso ad Attilio

(cosa farò da grande.10)

ANTONIO BENCI, Quando penso ad Attilio

Quando penso ad Attilio, mi viene in mente una parola vaga quanto impegnativa: futuro.
E’ curioso che le nostre intese si siano però sviluppate guardando, parlando, studiando il passato. Non più giovane studente universitario chiesi udienza a lui per mettere in piedi un campione rappresentativo di testimoni del 1968 per una serie di interviste a completamento della mia tesi di laurea. Lui, al di fuori – per scelta, motivazione, più probabilmente indole – di circuiti, comarelle e conventicole baronal-universitarie non ha mai mancato consigli e suggerimenti (che debbo dire non sempre ho seguito).

Il futuro quindi.
Un proverbio yiddish con la forza di una fucilata e la leggerezza dell’umorismo ebraico sottolinea “mentre l’uomo fa progetti, Dio ride”. Basta questa verità che ci conduce alla certezza del nostro nulla di fronte alla Storia a farci desistere? Certamente no. Probabilmente il senso di “cosa farò da grande” è tutto lì. Non nell’immaginare cosa si vorrà fare (ma perché fare? Non sarebbe meglio dire “essere”?), quanto nella certezza che c’è sempre qualcosa “da fare”, da pianificare e realizzare per poi constatarne le fortune, i fallimenti. C’è sempre un altro miglio da percorrere e un nuovo progetto da plasmare e realizzare, pur mantenendo dubbi e perplessità su forma e sostanza.

Il dubbio.
Questa è un’altra componente essenziale: fondamentale per l’equilibrio di un uomo che voglia inseguire la conoscenza ma anche limitante forse per chi ha degli obiettivi e li vuole fermamente realizzare. Quante volte ci capita di sentire “quello ha fatto ciò che ha voluto perché ha seguito la sua strada, senza tentennamenti”? La strada di un uomo non è disegnata per terra. Precede tra mille difficoltà e forse non termina mai.
Materia per uno studioso come Attilio è verificare come la strada di ognuno, la piccola storia individuale incrocia la Grande Storia determinando percorsi lineari o meno sempre all’interno di quel grande contenitore su cui si parla e dibatte da anni, la generazione. Emblematico in tal senso la “generazione” del ’68 che si trovò impigliata in qualcosa che non si saprà mai se “trovato” o “determinato” o che.

Quindi tu mi chiedi cosa farò da grande? Non lo so. Quello che spero di non perdere mai è l’istinto velleitario e vagamente fallimentare di concepire e realizzare idee, progetti, ricerche, senza mai smettere di porsi domande.

Antonio Benci, Quando penso ad Attilioultima modifica: 2009-03-31T22:00:01+02:00da mangano1
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Un pensiero su “Antonio Benci, Quando penso ad Attilio

  1. Rileggendo ora – in maniera ‘postuma’ – il tributo dell’amico Antonio ad Attilio, mi pare, per così dire, ‘viziato’ da una certa, eccessiva aureola elogiativa caduca, decadende.
    Un inno cantato in lode proprio in virtù di questa supposta caducità della vita e delle cose esperite da Mangano! E’ questo che trattiene la “maschera” di Attilio, della sua biografia, della sua cifra intellettuale! In realtà, tutti noi – e Attilio più di altri – ‘segni’ siamo, ma questi ‘segni’ non possono essere univocamente definiti, razionalizzati! Hofmannstahl porta una bella verità:
    “Noi siamo della stessa fibra dei sogni”…..basterà a ricordare l’oblio dei tempi?

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