Alberto Fazio, Essere stato un militante di Lotta Continua

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Alberto

———- Messaggio inoltrato ———-
Da:
Date: 27 marzo 2009 12.47
Oggetto: [nuova-storia] Essere stato un militante di “Lotta continua”
A: storia mailing list

Non sono stato un militante di “Lotta continua”, in quegli anni simpatizzavo di più con “Il Manifesto”.
Ho però trovato interessante il brano che vi segnalo:
 
 
Estratto da: Cazzullo Aldo, «I ragazzi che volevano fare la rivoluzione storia di Lotta continua», Mondadori.
 
«Va detto» sostiene Pietrostefani «che gli operai simpatizzanti di “Lotta continua” hanno guadagnato. Alcuni hanno trovato moglie, altri si sono inventati nuovi lavori. C’è chi è andato a fare turismo politico in Cina, chi a tenere conferenze in Germania. Hanno frequentato ambienti in cui i loro colleghi di dieci anni prima o dieci anni dopo non avrebbero mai messo piede. E i reparti d’inferno da cui partivano le lotte non esistono più.»
 
«Ci accusavano di aver strumentalizzato gli operai. È accaduto l’inverso: noi siamo stati strumentalizzati dagli operai, o meglio c’è stata una strumentalizzazione reciproca. Gli operai non erano un appendice, ma il cuore di Lotta continua, si sono sempre sentiti un po’ padroni, primattori dell’organizzazione, e questo ha innescato i conflitti con gli studenti.»
 
«Era l’incontro tra figure mitizzate» spiega Marco Revelli. «Io avevo elaborato una concezione altissima di chi stava al di là del cancello della fabbrica, loro avevano fatto altrettanto con noi. Eravamo vittime di un doppio fraintendimento. Noi studenti, che nel Sessantotto avevamo misurato la nostra personale inutilità – una volta occupato il territorio sacro dell’università, ci eravamo accorti che era un guscio vuoto -, vedevamo negli operai i demiurghi, i padroni della produzione, i detentori del vero potere sociale. Ma li incontravamo all’inizio del loro declino, quando stavano per essere ridimensionati dall’automazione. Dall’altra parte, gli operai pensavano di incontrare un’élite sociale, esponenti delle classi alte, detentori del linguaggio, dell’informazione, dell’immagine, della comunicazione, proprio quando noi ci negavamo come élite e teorizzavamo che la fabbrica doveva essere la nostra università. Si pensava fosse un incontro fra potenze, ma era un incontro fra impotenze; non tra due forze, ma tra due debolezze. Questo fraintendimento avrebbe pesato sulla storia di Lotta continua. Gli operai vennero in qualche modo divinizzati, c’era la corsa ad accaparrarsi la simpatia e l’adesione politica delle figure più in vista, furono posti in una posizione falsa a cui non corrispondeva la sostanza. A parte personalità forti, come Bonfiglio, Parlanti, Platania, Vaccaro, con altri il rapporto si bruciò rapidamente. Ne derivarono frustrazioni reciproche: erano rapporti con un alto investimento esistenziale e una grande difficoltà di gestione quotidiana. E alla fine ci si accorse che non c’era stato scambio reale: gli studenti non avevano dato parte della loro cultura agli operai, gli operai non avevano dato parte della loro esperienza agli studenti. Non c’era stato tempo, nella furia della politica, di scambiarsi la memoria.
 
«Per anni» aggiunge Nino Vento «sono andato in giro a dire agli studenti di lottare contro la divisione fra tecnici e liceali, fra operai e studenti, come se le differenze non esistessero davvero. E gli operai hanno sentito per anni ragazzine e ragazzi imberbi fare questi discorsi confusi, motivati anche dal disgusto dei figli della borghesia per i padri e i benefici della loro classe e dall’attrazione per il diverso. In quel ribaltone di classi e categorie il divertimento di conoscersi, di vivere diversamente, di contestare era un valore positivo in sé, aveva un contenuto che è evaporato col tempo. Restò solo la fatica di dedicarsi gratuitamente dieci ore al giorno a un lavoro di proselitismo che non dava grandi risultati. Diventò insostenibile per gli studenti e le donne una militanza in nome di una classe operaia che alla fine aveva dentro Le pochi e modesti rappresentanti, spesso figure contraddittorie, un po’ grezze, senza grande cultura. I figli dei proletari rifiutavano di andare davanti alle fabbriche dei genitori o di tenere assemblee nei quartieri, preferivano stare fra di loro, organizzarsi in circoli, vivere per se stessi. II partito non riuscì più a mediare tra diverse anime e diversi interessi, anche perché non aveva potere, denaro o influenza da distribuire. I liceali di un tempo si erano laureati, gli altri si ritrovarono a trentacinque anni con storie familiari a pezzi. Quel lungo periodo di straniazione dalla vita personale senza vittorie presentò il conto. Non c’era più disponibilità al sacrificio, ad alzarsi alle quattro del mattino per andare ai cancelli della Fiat, a partecipare ad assemblee senza diritto di parola, a stare senza un soldo in tasca.
 
Cazzullo Aldo I ragazzi che volevano fare la rivoluzione storia di Lotta continua, Mondadori  277
 
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Alberto Fazio, Essere stato un militante di Lotta Continuaultima modifica: 2009-03-27T19:24:04+01:00da mangano1
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