Giulio Stocchi, Canto XIII

Questo è il 68 per così dire in presa diretta, nella testa di un ragazzo che allora aveva 24 anni e insieme a tanti altri partecipava a cortei e manifestazioni.( Giulio Stocchi)

CANTO XIII

Di tutta la cenere sparsa
e i movimenti di dita incessanti
il vento sussurra speranze
quando accogli sulle tue poltrone
fanciulle sperdute
e le parole bagnate
appese all’attaccapanni
perché non diano fastidio
ti risvegli ricercando la mano
sul tuo cuore oscillante e dubbioso
pauroso dell’alba e del rumore dei tram
che fugga ancora una volta dalle braccia
la vendetta ricercata
accarezzandoti la fronte in un sospiro
e bevendo ricordi che danno la nausea
eppure la partenza non sarebbe difficile
verso mondi sconosciuti e abbarbicati
alle dita del cielo
che li chiamano sogni
e bassifondi di alghe verso la chiglia
di gambe pendolari
quando gridano di fermarti
perché oltre non c’è altro
e te lo vogliono dire avendo paura della determinazione
ma non poteva altro che andare per sempre in una furia
grattandosi la testa
si chiedono dentro le loro stanze
dove andremo a finire
scommettendo con i telefoni notizie insicure
e lasciando ad altri la cura
di provvedere in qualche modo
tu che hai provato l’amore
dentro vagoni di indifferenza
e seminato risate con gesti assurdi
quando la capirai e ti metterai a fare giudizio
leggendo nel vuoto degli sguardi il destino
di passi ripetuti
ormai fuggito anche dai libri
per scavare la noia e farne armi
a precipizio e gridando
gridando di riso
gridando di gioia
gridando di rabbia
e ti sentono chiudendo saracinesche di palpebre
sulle luci che vendono sottocosto
e non sei più solo ma in tanti come te
in un unico grido in un unico no
in un unico sogno in un unico progetto
scandito da berretti e da fazzoletti attorno alla faccia
per non farsi riconoscere
e i pugni chiusi
dentro le loro tane fanno dei conti
cercando la convenienza e lasciando alle strade
il compito di accogliere l’amore gridato
si tappano le orecchie
ci giudicano pazzi incivili ribelli
delinquenti illusi falliti adatti ai forni
mentre si guardano le mani tremanti
senza sapere che cosa fare
stringendo banconote fra i denti
spalancando occhi stupiti rasente ai muri
sulla sponda di un fiume di grida
la tua bocca moltiplicata per mille diecimila centomila
dai libri di storia approdato fin qui
legato ai gomiti e da sguardi che si incrociano
buoni durante e malgrado la rabbia
mentre i topi scappano rifugiandosi
dentro cucine all’americana
frugando nelle dispense per cercare un po’ di coraggio
ondeggiando dalle strade in rivolta
la città scossa da milioni di piedi in cadenza
anche se tu non sei vicina
e non importa cercando la soluzione
definitiva all’angoscia
perché ti alzi tutte le mattine
distrutto dai sogni e dai letti
ritrovando ogni giorno gli stessi oggetti
e i riti malsani della civiltà del prezzo
sorridendo dicendo buongiorno
togliendosi il cappello
due fette di carne e un po’ di insalata
un bicchiere di vino e tanto amore di sogni
che ti confondi spesso ormai tra la realtà
e l’ombra della luce della speranza
davanti agli occhi
che qualche volta ti levi gli occhiali
per vedere se caso mai
non dipendesse da questo
ricercando gli specchi per fissare gli occhi vuoti
spiati troppe volte da cui cola la luce
e ti lasci andare cadendo sulla poltrona
frusciante di giornali e di silenzi
avanti compagni
stringendo le braccia in un servizio d’ordine
contro lo sconforto e la violenza delle compere
lo sfruttamento di tutti i sogni i cervelli
migliori e le intelligenze dicono no
attraverso le strade dicono no
attraverso le luci dicono no
attraverso gli scoppi e le corse
di mostri che urlano altrimenti
prigionieri della luce cattiva lungo banchi
dove li vendono all’ingrosso
dicono no
e scendono da tutte le scale
per giungere sorridenti e calmi
stupore di portinai che li spiano
a tutti occhi
dentro i loro palazzi
valutano come dicono la situazione
ordine pubblico
difendere il diritto del traffico
e le automobili
per paura che si ribellino un giorno o l’altro
ma i supermercati restano tranquilli
con tutti i pezzi di carne
surgelati dentro frigoriferi di sicurezza
di rate di assicurazioni di sì ripetuti
da anni da anni
da vite intere appese ai chiodi
squartate
su cui macellai ghignanti
affilano coltelli cercando i pezzi migliori
per affittarli ad ore
tu giunto fin qui
da tutti i pianti possibili
immaginando silenzi e parole
ritmando impossibili canti
dicendo sempre di no
a tutte le offerte
rifiutando la vendita
e le scarpe per correre meglio
verso la fine della strada
da tutti i sorrisi
e i discorsi cocciuti per lo più di notte
sulla riva di negozi chiusi e vetrine sconnesse
per paura di guardarci dentro
dalle mani strette in un impeto di gioia e di rimpianto
da corpi frementi del vento buono
che sussurra alle orecchie
dalla vita banale e quotidiana di traduzioni
e macchine da scrivere
dal tradimento di bicchieri verso l’inferno
oscillante sulle luci alle pareti
dalle unghie piantate nel palmo di tutte le mani
per accorgersi di essere vivi
da telefoni rochi e lontani
di voci che non si vorrebbero più sentire
da banchi di scuole dove imparasti la vicinanza di compagni
e la gioia di una lotta comune
da serate molli e piangenti
e tutta la notte a parlare
e giocare alle carte su letti
di desideri e di parole mute
spegnendo la luce per precipitare
in inferni colorati
rossi e viola
ritrovando te stesso che ti svegli
picchiando le mani sul muro e gridando
dalla riva di porte aperte
da cui non si vede mai nulla
e tanto meno il futuro
in un ripetersi cigolante
dalla tua casa dove ogni giorno aspetti
mettendo doni nei cassetti
e imbrattando dei fogli
perché resti qualcosa
dalle macerie di cantieri sfatti
bianchi di calce dove passi i tuoi pomeriggi
raccogliendo rovine e mozziconi
dalle stanze piene di fumo con le dita bruciate
dove hai paura persino di sospirare
e non sentire più il mare
dallo sfiorarsi di amici
dallo sguardo pietoso
e dalla bocca di magia e di favole
dal silenzio di fanciulle sperdute
contemplate dentro poltrone
pauroso di una scommessa e ricominciare
violando il silenzio
mentre fuori continua il calcolo del prezzo
della convenienza dello sconto della sconfitta
della rassegnazione della distruzione ogni giorno che passa
su automobili da un posto all’altro
oscillare perenne
mentre sotto continuano a scavare
tu che li senti appoggiando le orecchie al pavimento
e strani ragionamenti oscure minacce
scoprendo i loro occhi
da tutti i tombini delle strade
dove si levano il cappello
e ti dicono buongiorno
con aria minacciosa
voltando diritto l’angolo
per paura che ti prendano al braccio
e ripetendo buongiorno
ti trascinino con loro
verso mari sotterranei
dove annegano insieme alle loro cartacce
e tutti i rifiuti che chiamano vita
quando rotolando i tram
fuggono col loro carico di morti
col biglietto sugli occhi fissi
con la paura di guardare dentro
le borse della spesa
per ritrovare una fiamma
e una corda che li lega
ai loro bambini come cani
piangenti
tirati su a forza di esempi mortali
fin dal terzo mese
io
che insieme a tutti gli altri corro
e l’amore che urla
dal sorriso di bocche
ridenti verso il cielo
che vergognandosi delle stelle
si apre in ferite di sole
sulle nostre bandiere

Giulio Stocchi, Canto XIIIultima modifica: 2009-03-18T10:25:25+01:00da mangano1
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