Attilio Mangano, Beno e i suoi fratelli

recensione a BENO FIGNON, LEI DOMANI SCIOPERA? ( memorie del consiglio di fabbrica della sede centrale Dalmine a Milano)
EDIZIONI bibliolavoro, 12 euro

Il quarantennale dell’autunno caldo del 1969 in tempi come quelli attuali è probabilmente destinato a passare senza troppe rievocazioni e interpretazioni tanto sembra lontano e senza connessioni con il mondo attuale. Naturalmente non è così e sarebbe certo significativo connettere i fili della memoria, forse ci saranno delle ulteriori occasioni e spero pertanto che questa sia la prima. La pubblicazione di una originale testimonianza di Beno Fignon sulla storia di un consiglio di fabbrica , quello della sede centrale Dalmine a Milano è dunque una piccola ma assai bella occasione. Beno Fignon è sicuramente più conosciuto come poeta che come sindacalista, anche se la sua lunga e costante produzione poetica lo ha accompagnato nel corso di una vita comunque dedicata al lavoro impiegatizio alla Dalmine e all’impegno nella Cisl milanese . E questo libretto rivela subito la sua singolarità nel fatto stesso di essere una sorta di biografia corale, non una storia documentaria delle lotte, uno studio sulla vicenda stessa della Dalmine, ma uno spaccato e una testimonianza che si avvale di molteplici ricordi e di singoli nomi e cognomi di quadri e personaggi, una vicenda appunto corale di lavoratori organizzati ricordata con l’emozione di chi rivive la sua stessa vita.

La Dalmine aveva sede a Milano,in via Brera di fronte alla celebre Pinacoteca, e il giovane Beno, friulano di Montereale Valcellina, arrivato a Milano a 17 anni in cerca di lavoro, vi si trasferisce dopo un anno e mezzo di prime esperienze lavorative, con lo zelo e lo scrupolo di un montanaro friulano che si integra nel territorio metropolitano e va sperimentando una complessiva apertura alla società in trasformazione. Basti pensare, in anni in cui il sindacato non godeva affatto di riconoscimenti ed era non del tutto presente nel mondo degli impiegati, al modo stesso in cui il nostro incontra il sindacato stesso quasi per caso, su invito di un collega che gli chiede se vuole iscriversi. ” Cos’è?” chiede Fignon, e decide con la semplice logica del ” perchè no?”, iniziando con candore e cautela a partecipare alle prime riunioni. In questo senso la storia della sindacalizzazione stessa degli impiegati della Dalmine coincide nei fatti con la storia di un processo organizzativo e culturale di formazione e di impegno che lo trasforma e lo vede protagonista. Sono gli anni in cui con paternalismo indagatore i dirigenti aziendali si rivolgono direttamemente agli impiegati con la domandina ” Lei domani sciopera?” ( che è il titolo del libro stesso), una specie di gentile avvertimento sui rischi a cui va incontro l’impiegato scioperante.Così questa memoria di una vita e di una generazione sembra essere stata scritta da Fignon stesso, come suggerisce Pierre Carniti nella presentazione, con qualche intento pedagogico, una storia da manuale per i futuri giovani delegati del sindacato stesso. E Carniti cita la massima di Virgilio ” EXPERTO CREDITE” ( credete a chi ha provato) come conferma del fatto che” soprattutto nella vita sociale non si può pensare di insegnare quello che si vuole.Nemmeno quello che si sa, o si crede di sapere. Si insegna e si può insegnare solo quello che si è”.

Ed ecco che il nostro sindacalista e poeta racconta con lo stupore e l’emozione di chi ha appunto toccato con mano una storia fatta di microstorie, incontri, riunioni, volantini, giornali aziendali, in cui la Dalmine finisce col costituire l’esempio di un vero e proprio piccolo gioiello del sindacalismo e in particolare della nuova presenza impiegatizia nel ciclo di lotte . Ecco il dato, perfino clamoroso. Alla Dalmine di Milano risulteranno iscritti al sindacato 450 impiegati, pari al 64% degli addetti ( contro una media nazionale del 5 %). Non si tratta nè di un capolavoro nè di una vicenda atipica, Fignon ricostruisce questa storia senza particolare presunzione ma con l’orgoglio comunque di chi si è dedicato fino in fondo a questa esperienza organizzativa umana e politica costruendo una trama di relazioni e di amicizie, valorizzando gli apporti e le collaborazionidi tutti, la storia dunque di una squadra, abituata a incontri e discussioni quotidiane, in un rapporto col sindacato- organizzazione, apparato e sede, in cui l’ambito locale prevale ma l’identificazione, lo spirito di gruppo, il farsi carico, è normale e il sindacato vive la sua stessa normalità di rapporto con la base . In altro modo insomma, senza ricostruzione vanagloriosa, Fignon racconta e descrive uno spaccato particolarissimo, la leggenda stessa di un nuovo gruppo dirigente in formazione, la storia delll’ormai famosa Cisl milanese di via Tadino, quella di Sandro Antoniazzi ( ma anche di Bruno Manghi( anche lui autore di una introduzione) e di altri nomi oggi giustamente famosi. Ecco dunque che Manghi stesso intitola la sua presentazione ” S’ avanza uno strano impiegato”, ricordando appunto quel ” sindacalismo del fare, dell’organizzare: conflitto e costruttività, disciplina e libertà. Una bella storia legata all’incontro di persone ciascuna delle quali aveva interessi originali e che sapeva coltivare senza nulla togliere alle responsabilità sindacali”. Un momento davvero quasi magico, ricorda Manghi, osservando che “la magia di un momento irripetibile sta nel fatto che il sindacato era un luogo dove i talenti venivano messi a frutto con estrema naturalezza”. Difficile ancora oggi dire e sapere se questa naturalezza del fare sindacato sia stata tutta figlia di un’epoca e di una generazione o sia anche il risultato di apporti personali, se questa cultura in formazione nel farsi di quegli anni sia davvero l’incontro di sindacalismo, cattolicesimo di base, spirito sociale, sociologia della conoscenza,quotidianità di una prassi, fino a costituire nel suo insieme quello che alcuni chiamarono ” il miracolo Cisl”. Quanto vale il tutto e quanto la parte, in questa dialettica insieme creativa e ripetitiva? La storia della Dalmine ” rappresentò il primo capolavoro” di una Cisl originale e locale, in cui ” Beno e i suoi fratelli ( e sorelle) ” furono battistrada ma non unici e irripetibili, ma parte essi stessi di una storia della “grande Milano” di quegli anni ancora tutta da ricostruire.

Attilio Mangano, Beno e i suoi fratelliultima modifica: 2009-03-11T19:33:47+01:00da mangano1
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