attilio mangano, Riaprire la catena dei perchè

 
E’ cosi raro nella nostra storia che un leader politico abbia la franchezza di 
 chiedere scusa per non essere riusciito a realizzare il suo  disegno, di
ammettere apertamente il proprio  stesso errore e la propria sconfitta  che una
dichiarazione del genere, fatta con modestia e onestà da Walter Veltroni,  è
stata subito dimenticata. Si sa, chi perde ha sempre torto, gli si può
concedere l’onore delle armi ma perchè soffermarsi sul problema se egli
stesso si riconosce come perdente e si mette da parte?  C’ è stato però chi ha
osservato,credo Furio Colombo,  come sia sembrato a momenti “di assistere
alla scena di un thriller in cui, insieme al protagonista, vedi un groviglio di fili
e non sai quale di tutti quei fili devi tagliare  per salvarti. Veltroni ha tagliato il
suo, e in apparenza non è accaduto niente. Non ancora. Ma il film continua e,
come tutti i thriller, promette di tenerci col fiato sospeso.”In altre parole chi
dice  di aver sbagliato e si dichiara pronto a mettersi da parte lancia
comunque un segnale e un interrogativo silenzioso: siete sicuri che la colpa
sia mia? Nel thriller è  buona regola farsi  traversare dal dubbio e interrogarsi
sul colpevole. In questo caso ciò che è stato detto segnala  ciò che non è
stato detto,le domande si fanno più complicate. Tanto più se appunto il
perdente fa capire o dichiara apertamente , come in una storia d’amore fallita,
che esiste pur sempre una catena di eventi e di  responsabilità. Anche il
nostro. “Basta con la sinistra salottiera, giustizialista, pessimista e
conservatrice. Noi dobbiamo costruire una forza fuori dalle stanze, vicina alle
persone» Quattro aggettivi nudi e crudi, ognuno dei quali definisce un limite
di fondo, poco importa se uno solo di questi aggettivi non
basta,Veltroni indica chiaramente le pratiche che hanno paralizzato e
bloccato il suo stesso progetto e il richiamo di fondo a quella ” vocazione
maggioritaria” con cui ha perseguito il suo stesso  tentativo di svolta  senza
riuscirvi.  Naturalmente è in discussione l’insieme delle sue scelte, delle  sue
responsabilità, dei suoi condizionamenti e dei suoi errori. Egli  stesso lo sa
ma sa anche  che forse non è il momento di interrogarsi retrospettivamente, ci
sono urgenze, decisioni, impegni organizzativi, scadenze elettorali ormai
vicine e a tutti conviene in qualche modo mettere da parte il problema,
affrontare le prossime scelte  senza  fratture, apparire uniti. Ma se tutto questo
si può capire e in nome del ” realismo”  subire, non è affatto detto che si tratti
della  decisione migliore e non di una tregua e di un rinvio  che  prelude a
una  ennesima resa dei conti interni che può rivelarsi ancor più distruttiva.
Vien voglia di chiedere a Veltroni stesso perchè mai allora proclamare le sue 
dimissioni se esse non servono nè a lui , per una chiarificazione di fondo
sulle prospettive,   nè al suo partito che si limita a correre ai ripari e far finta
che non sia successo niente, solo un passaggio di consegne. Invece se 
 iututto ciò ha un senso lo ha proprio nella   misura in cui consente e perfino
obbliga, con sincerità e intelligenza, a interrogarsi sulle cause della sconfitta, 
aprire quella che è stata chiamata ” la catena dei perchè”.
Ho tirato in ballo volutamente questa formula che risale a un intervento di
Franco Fortini nel 1955, all’indomani della sconfitta della CGIL  alle elezioni
per la commissione interna all per a Fiat, in cui il sindacato perse  per la
prima volta la sua maggioranza a favore del sindacato ” giallo”,  rivelazione e
segnale d’allarme di uno stato di crisi che sarebbe emerso di lì  a poco,nel 
1956, con la rivoluzione ungherese.Quella dei perchè è una catena,” e di
grado in grado è possibile risalire dal singolo errore alla critica dell’attività di
questi ultmi anni” scriveva allora Fortini, aggiungendo che era venuto il
momento di fare la storia politica e sindacale dell’ iimmediato ieri . “Questo, e
solo questo, è il compito politico culturale del presente.Bisogna prendere in
mano dieci anni di giornali e dirisoluzioni, di azioni, di battaglie compiute,
criticarli, criticare uomini e metodi, e trarre le conseguenze. Nella stretta
interrelazione di teoria e prassi si potrà così , elaborando quella, preparare il
futuro di questa: che nulla è fatale e l’astuzia della ragione può diseredare
per sempre i figli troppo prodighi o  troppo certi dei propri  diritti ereditari”.
Sono parole quasi sconvolgenti per il loro carattere quasi profetico e sono
parole amarissime se, a rileggerle oggi, si prova a riandare indietro agli ultimi
cinquant’anni per scoprire o constatare che  questa è una storia vecchia, la
storia di una  malattia e del suo tratto inguaribile, la storia  di una sconfitta che
in stagioni diverse ha continuato a ripetersi  senza che si ricollegasse alle
radici e se ne cogliesse la profondità. Il fatto che si  trattava  allora della
guerra fredda, del togliattismo, della nuova trasformazione del capitalismo e
della fine del dopoguerra, non deve confondere le piste come se si trattasse
di qualcosa di così lontano che non  ci riguarda e che fa riferimento a una ”
sinistra” che da allora ha visto tanta altra acqua passare sotto i ponti. Si dirà 
infatti che  questa ripresa di interrogativi  e questa ricostruzione di una catena
dei perchè è più che altro
la fissazione di un tipico ” intellettuale” che si ostina nelle prediche e nelle
rivisitazioni del passato senza capire che i problemi sono altri e che la 
situazione stessa non consente questa retrospettiva, che  i problemi della
lotta attuale sono altri, a partire da come sconfiggere il centro-destra etc.
Leggo però oggi un intervento  di un autorevole osservatore e studioso di
scienze politiche  come Giovanni Sartori che arriva a conclusioni e
osservazioni analoghe . quando  scrive che” l`onda lunga che l`ha portata al
tracollo viene da lontano, da molto più lontano di quanto i commentatori
ricordino.” e che   la crisi di leadership della sinistra è una realtà dietro la
quale non è detto che si nascondano geni incompresi, geni repressi.
“Il guaio risale al fatto che per una trentina di anni abbiamo avuto la più
grande sinistra dell`Occidente, che era però egemonizzata dal Pci e forgiata;
dallo stalinismo di Palmiro Togliatti. Non era una sinistra addestrata a
pensare con la sua testa, ma invece ingabbiata nel preconfezionato di un
dogmatismo ideologico. Caduta la patria sovietica, quel pensare e pensarsi
che altrove ha rifondato la sinistra su basi socialdemocratiche da noi non si è
risvegliato. La fede comunista si è semplicemente trasformata in un puro e
semplice cinismo di potere; e il non pensare ideologico, il sonno dogmatico
del  marxismo, si è semplicemente trasformato nella sconnessa brodaglia del
«politicamente corretto». Una brodaglia nella quale anche il semplice
buonsenso brilla per la sua assenza. Dunque la malattia è grave e di vecchia
data. Una malattia che coinvolge anche – passando al versante pratico del
problema – l`erosione dei bacini elettorali tradizionali della sinistra. In passato
la sinistra era, in tutta semplicità, il partito del proletariato operaio. Quel
proletariato non esiste più. Lo ha sostituito un sindacalismo che in passato
obbediva al partito, ma che ora lo condiziona.” 
 Sartori ha un suo linguaggio particolarissimo ma coglie i nodi centrali
riferendosi a “quel pensare e pensarsi che altrove ha rifondato la sinistra su
basi socialdemocratiche” da noi non c’è stato, ma è proprio quel riaprire la
catena dei perchè di cui si parlava da parte nostra. E quando fa riferimento al
passaggio non risolto da ” partito del proletariato operaio” a  un sindacalismo
sui generis che in larga misura poggia su statali e pensionati  allude al
passaggio da quello che in termini gramsciani si sarebbe chiamato  blocco
storico e sociale a una modifica della ” composizione di classe”( per usare il
linguaggio degli anni cinquanta e sessanta) che già cominciava a essere
visibile nel 1955 e ha conosciuto a sua volta una tale serie di crisi di 
trasformazione ( dall’operaio  massa all’irruzione di una identità non più
fondata sul lavoro , prima coi nuovi ” soggetti sociali”, poi con quel
doppio  mercato del lavoro che ha distinto garantiti e non garantiti, infine col
lavoro nero, il precariato, il lavoro  degli extracomunitari e dei ” clandestini” da
far saltare del tutto  gli schemi interpretativi.  Così ancora la domanda su
come, quando e perchè  non si sia realizzata quella cultura politica su basi
socialdemocratiche, quel tipo di riformismo di cui si parla sempre e che non
esiste nei fatti rinvia ad  altri aspetti non meno cruciali:  lo scontro a sinistra fra
il modello egemonico che il Pci   ha posto in essere ( accanto al modello di
mediazione e compromesso col partito democristiano ) e le pratiche che si
ispiravano a una ” alternativa”, ( laico-socialista o  anche radical-antagonista.,
” movimentista”  per ricordare  la stagione sessantottina) non merita certo una
risposta univoca che addebiti le colpe al solo Pci,ma rimane il fatto che il suo
gruppo dirigente ha fatto di tutto, nel bene e nel male, per mantenere la sua
stessa egemonia (al punto  di costruire partiti nuovi dopo il crollo del
comunismo e mantenere comunque  intatto  il gruppo dirigente pci fin dentro
le nuove formazioni dai Ds allo stesso partito democratico. ) 
Altro ancora è il discorso sulle alleanze e la politica delle alleanze, che
Sartori  non affronta: le politiche di fronte , dal fronte antifascista  ai fronti
popolari alle oscillazioni tra  politiche del compromesso storico alle coalizioni
ampie degli anni recenti di Prodi e dell’Ulivo, sarebbe ora di interrogarsi sul
come e il perchè la stessa vocazione maggioritaria indicata da Veltroni non
sia mai stata presa in considerazione. Ma  se forse non è questa l’occasione 
per un saggio storico politico sulla sinistra dal dopoguerra ad oggi rimane
decisivo tornare a chiedersi  perchè dai tempi di cui parla Fortini ai giorni
nostri  non sia mai pensato di riaprire la catena dei perchè, nella convinzione
di poterne fare a meno  cercando di non cambiare . Chi ritiene che tutto
questo sia ancora possibile con operazioni  di accomodamento e di
riverniciatura è oggi di nuovo invitato  a rilfettere seriamente sulle parole di
Fortini” nulla è fatale e l’astuzia della ragione può diseredare per sempre i
figli troppo prodighi o  troppo certi dei propri  diritti ereditari”.

attilio mangano, Riaprire la catena dei perchèultima modifica: 2009-02-25T22:42:17+01:00da mangano1
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