Gino Zucchini, Il mazzo degli asparagi

(Presentazione) Due mazzi di asparagi (più una sporta di ciliegie) furono tutto il compenso che accettò di prendersi il mio maestro di quinta per prepararmi all’esame di ammissione alla scuola media. gino zucchini, Il mazzo degli asparagi Nei giorni caldi di aprile e fino ai primi di maggio gli asparagi crescono così velocemente che si devono tagliare anche due volte al giorno per cogliere i turioni della giusta lunghezza (quindici-venti centimetri): se scappano più lunghi diventano legnosi e più corti sono meno saporiti.Serviva per il taglio un coltellino triangolare da affondare nel terreno fino alla radice (“la madre”) che così ferita ricaccia polloni in continuazione fino a maggio quando le pianticelle vengono lasciate infine vegetare e completare il loro ciclo.L’asparagiaia si trasforma allora in un folto ed elegante boschetto verde pieno di piccole bacche, rosse in autunno.Alla raccolta sul campo seguiva, una-due volte al giorno, il rituale della selezione e legatura dei mazzetti. Seduto a terra sull’aia ben battuta, il nonno trasceglieva da un mucchietto verticale sistemato tra le gambe ad uno ad uno i fallici turioni pareggiati al piede prendendoli dalla testa e sistemandoli in almeno tre categorie, secondo la lunghezza (a parte l’asparagina, quasi filiforme e di minor pregio). Intorno, ad arco, cinque sei famigliari, ragazzi compresi, si disponevano alla legatura. Sopra un banchetto ad altezza di ginocchia si metteva un coppo, concavo verso l’alto, attraversato nel mezzo da una fibra di canapa verde (la “tìa”); cosiffatto il contenitore accoglieva in semicerchio la “camicia” d’asparagi grossi e belli scelti dai precedenti mucchietti; all’interno si nascondevano quelli più sottili e bruttarelli completando infine l’altra metà del cerchio con i turioni più belli precedentemente trascelti. A questo punto si annodava la tìa al centro traendola con le unghie verso il piede del mazzo e, dato che questo ha la forma di un tronco di cono, il legaccio si stringe a dovere.Ecco fatto: un piccolo capolavoro.C’erano poi gli asparagi cresciuti male per una zolla più dura o un sasso che ne aveva piegato la testa o deformato il tronco: questi stortignaccoli erano buoni come gli altri, naturalmente, ma “al mercato, quelli di città”, non li volevano. Questi venivano perciò consumati in casa: spettacolare l’intingolo con le spugnole (morchella aesculenta) che spuntavano nella stessa stagione con la pioggia giusta lungo le “piantate” prima che il cotico dei filari subisse l’offesa dei diserbanti Che cos’è propriamente, un mazzo di asparagi? E perché tanta cura nel confezionarlo e tanto dispendio di mano d’opera per un prodotto infine effimero?Gli asparagi sono ciò che sono nella loro immediata evidenza: quando ce li troviamo nel piatto la forma del mazzo s’è già dissolta e il loro stato cosale con umori e sapori non è più in alcun rapporto con quella forma.Evidentemente il mazzo degli asparagi è anche altro da ciò che è: un oggetto estetico, una forma eloquente, un messaggio a un interlocutore lontano. L’oggetto di natura si è trasformato in oggetto di cultura, effimero come flatus vocis e tuttavia inconsumabile, come le parole che contano.Per via del mazzo cosiffatto il corpo degli asparagi si fa metafora, acquista un’anima, destinata a sopravvivere alla consumazione dell’oggetto.Ed era certamente per questo che il nonno Tugnét, analfabeta saggio, se il mazzo riusciva male ce lo faceva rifare come si doveva: dev’essere venuto anche di lì, per la vita, il gusto del lavoro ben fatto (parlo del metodo e dell’intenzione, non del risultato…) che tuttora mi accompagna. Due mazzi di asparagi (più una sporta di ciliegie) furono tutto il compenso che accettò di prendersi il mio maestro di quinta per prepararmi all’esame di ammissione alla scuola media: si tratteneva in classe per me solo per un’ora dopo l’orario normale e mi indottrinava di grammatica e di aritmetica e poesie a memoria e geografia. Veniva in bicicletta da San Felice il buon maestro Ivo Pedrazzi (non più tra i vivi). Disse a mia madre “questo bambino bisogna farlo studiare” e mi cambiò il futuro facendomi scavalcare la barriera della quinta elementare allora quasi invalicabile per quelli della mia condizione sociale.Grazie maestro. Così è per amore e non per frivola nostalgia che al mercato d’oggigiorno vedo con malinconia i mazzi informi di asparagi casuali tenuti insieme da anonimi elasticini: mi sembra che sia anche per questo che la gente in questa parte del mondo rischia di mangiare – e ingrassare – sempre di più e gustare sempre di meno.Il pensiero degno del nome non può essere né pingue né veloce: richiede le stesse cure dedicate un tempo al mazzo degli asparagi.

Gino Zucchini, Il mazzo degli asparagiultima modifica: 2009-02-20T10:05:12+01:00da mangano1
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