Attilio Mangano, Le radici del presente

schema di relazione per il convegno TRE GENERAZIONI A CONFRONTO”Brescia, 27 febbraio 2009LE RADICI DEL PRESENTE. Il ’68 IN ITALIA. Il ’68 tra uso politico della storia e nuove ricerche“ E’molto probabile che il quarantennale del 68 abbia pagato il suo prezzo inevitabile al cosiddetto uso politico della storia, né è possibile deprecare più di tanto la cosa, c’è sempre per così dire nel dibattito sull’interpretazione una posta in gioco. E se nei mesi scorsi fu spesso citato il presidente francese Sarkozy per la sua liquidazione del 68, sono numerosi gli esempi analoghi. Contro il 68 è la nuova parola d’ordine, se non sbaglio essa è anche il titolo del recente convegno promosso da Gaetano Quagliariello. 1 – Sarebbe ora di cominciare a fare la storia dei vari decennali per capire come si sia passati da un culto quasi minoritario (1978) a una prima serie di studi di grande respiro negli anni seguenti (1988), tale per cui il via libera a nuove ricerche ha consentito di affrontare l’oggetto con una vera fioritura di bibliografie eccellenti e vaste e il passaggio istituzionale a ricerche e tesi di laurea in tutto il mondo (1998). Era finita la disfida di Barletta, avevo personalmente dichiarato, adesso si può studiare senza scandalo e senza pregiudizio. Non era così, proprio perché la generazione del 68 era oramai composta da quarantenni e cinquantenni, leaders politici, personaggi di rilievo nel mondo culturale, giornalisti e scrittori, essa aveva anche, come veniva notato, “preso il potere”. In realtà ancora una volta si consumava un equivoco, confondendo esponenti di pubblica fama con la storia di una intera generazione, le cui biografie sono spesso meno eclatanti e conosciute. Si spiega così , al di là degli autentici meriti del regista che ha curato la versione televisiva e cinematografica de LA MEGLIO GIOVENTU’, il successo di massa e generazionale riscontrato dal film, una vera e propria opera di legittimazione della memoria per i quaranta-cinquantenni che avevano vissuto in prima persona quella storia come storia della loro stessa vita. Era insomma arrivato il momento di riconnettere storia e politica nella re-interpretazione di un’epoca da parte delle organizzazioni della sinistra politica, che avevano in parte riassorbito i militanti stessi, mentre le organizzazioni della nuova sinistra nate in quella stagione avevano quasi del tutto consumato il loro ciclo e concluso la loro stessa vicenda. Anche il 68 tornava ad essere una tappa della rivoluzione democratica del nostro paese e delle sue “magnifiche sorti e progressive.” La generazione della Resistenza (a parte alcune minoranze che ne denunziavano il mancato sbocco) aveva “vinto”, potendo rivendicare come risultato della sua lotta il passaggio alla Repubblica, la democrazia politica, la Costituzione. Cosa invece potevano rivendicare gli “orfani del 68′”? Il non essere riusciti a bloccare la deriva terrorista li inchiodava al riconoscimento stesso della sconfitta e a una autocritica solenne sulla responsabilità di avere contenuto nelle loro radici culturali un modello come quello della lotta armata. La vera possibile rivendicazione stava dunque nel fatto di avere in ogni caso concorso a quel tipo di “sessantotto prolungato” che aveva caratterizzato originalmente il CASO ITALIANO, di avere insomma nel bene e nel male contaminato il percorso stesso della sinistra e di avere esercitato una influenza vitale nella società civile. Salvo poi rovesciare, col passare del tempo, il problema interpretativo stesso: come mai, a differenza di altri paesi europei in cui il movimento sessantottino e la sua rivolta era durato pochi mesi e si era concluso senza sbocchi positivi, il sessantotto italiano aveva conosciuto un prolungamento decennale? Merito della stessa forza culturale e politica del movimento stesso in Italia e della portata della sua influenza generale? O risultato di una politica di mediazioni, parziali riconoscimenti, compromessi, trattativa, da parte del sistema politico e dei due partiti-chiave del nostro sistema, democristiani e comunisti? Se l’istituzione del nuovo ” Statuto dei lavoratori” nelle fabbriche e nei posti di lavoro poteva essere letta come una particolare vittoria del movimento, che significato attribuire alla “liberalizzazione” dell’accesso agli studi universitari, vittoria del movimento o spostamento dei termini stessi del discorso? E il passaggio, a metà degli anni settanta, al referendum sul divorzio era a sua volta il sintomo di una complessiva trasformazione delle mentalità favorita a suo modo dalle istanze di modernizzazione innescate dal movimento stesso? Come e perché un movimento, che sembrava introdurre un messaggio di rivoluzione di tipo nuovo nel nostro paese (ma pur sempre rivoluzione canonicamente marxista), era invece il portatore di una nuova laicizzazione, quasi una rivoluzione “liberale”? E ancora, come interpretare speranze e miserie, errori ed orrori, svolte e crisi, degli anni 1975- 1978, iniziate con la “crisi del regime democristiano”, proseguite con la crisi della nuova sinistra e la nascita di un nuovo movimento radicale come quello del 1977, culminate infine nella tragedia politica del delitto Moro? La meglio gioventù di quegli anni, se si ricorda il caso clamoroso delle quotidiane lettere dei militanti al giornale “Lotta Continua”, si trovava dilaniata dai suoi stessi interrogativi. “Ne uccide più la depressione che la repressione”, si disse allora. Dove andava a parare lo stesso “caso italiano” con la sua vantata diversità? 2 . Una rivoluzione culturale tra immaginazione al potere e nuova dimensione della “ felicità pubblica” L’uso politico del 68 comincia il suo itinerario retorico di esorcizzazione del male attorno ai topoi dell’estremismo e della violenza: ogni tanto qualche buon libro di memorie e qualche nuovo studio, ma tendono a passare sotto silenzio, come se fosse finita una moda. Nonostante tutto, il fatto che nel 2008 si sia arrivato al quarantennale è dunque una occasione particolare. Perché la distanza storica consente forse meglio di cogliere i tratti più generali e di non identificarli col ramo secco del terrorismo, ma con un contesto epocale che oggi la globalizzazione in corso illumina e chiarisce a sua volta, Il 68 fenomeno globale e non storia di rivoluzioni mancate; le rivoluzioni fallite del resto furono poche, quella del maggio francese fu forse l’unica, storia di una non- insurrezione che sembrava invece precipitare da un momento all’altro, perché la sua trama riassumeva come in un film già visto altre rivoluzioni del secolo. Ciò che dunque accomuna i vari 68 su scala intercontinentale è semmai la nascita di un soggetto nuovo della politica, il movimento, che era ed è cosa diversa dai tradizionali movimenti di massa, fiancheggiatori e compagni di strada dei partiti storici della sinistra, sul modello dei “Fronti popolari”. Portatore di una rivoluzione non politica di presa del potere e di una rivoluzione non sociale di rovesciamento del modo di produzione , una rivoluzione dunque “culturale” in senso ampio, antropologico. Credo che la definizione migliore che ne condensa i termini sia quella formulata allora dalla Anna Arendt, la nascita una felicità pubblica, perché essa riassume bene la fusione etico-antropologica fra politica e vita individuando nello spazio pubblico, il luogo dell’irruzione. E credo che, se proprio si vuole anche ricorrere a un qualche slogan di allora che condensi a sua volta la spiegazione d’insieme, esso non sia solo la famosa parola d’ordine dell’immaginazione al potere (che pure indica un varco peculiare, un punto di svolta) ma quella per cui il personale è politico. Essa infatti rivela una ambivalenza profonda che va riconosciuta dichiarando al tempo stesso la fine della politica tradizionale (il suo spostarsi altrove) ed un nuovo eccesso di politicizzazione, una logica per cui TUTTO è politica e solo la politica smaschera il mondo. Nel primo significato dello slogan si consuma un rovesciamento, la politica non è la dimensione della lotta per il potere o meglio essa si estende ai ruoli e ai corpi, è riproduzione di micropoteri . Nel secondo significato si torna invece a una forma di universalizzazione dei saperi tramite il politico stesso. Se il lato positivo sembrò essere l’aver investito non più lo Stato e il Parlamento ma il “privato”, non più la produzione sociale ma la “riproduzione” della società attraverso la riproduzione dei ruoli, dei meccanismi autoritari di potere, del modello patriarcale di 3famiglia ecc, la scoperta insomma che si può e si deve “partire da sé”, porre il soggetto al centro della società stessa, il lato negativo e paradossale fu a sua volta una sorta di iperpoliticizzazione della vita, strappata alla sua quotidianità e messa a nudo come rapporto di potere. Tutto è politica, dunque. Comincia da qui una sorta di ambivalenza, la sessualità, la famiglia, il corpo, i sentimenti, sono rivelatori di meccanismi di dominio, ma questa nuova politicizzazione della vita rischia in permanenza una caduta nell’ideologia. In realtà quando questo campo di analisi delle politiche della soggettività si traduce in una rivendicazione di nuovi diritti (come avvenne per il referendum sul divorzio e per la questione dell’aborto) la politicità della vita diviene analisi concreta di bisogni e diseguaglianze, ricerca del soggetto debole e privo di suoi diritti. Ma poco per volta appare chiaro che si tratta di nuovi settori da aggiungere alla politica tradizionale: la salute dei corpi, la malattia, il diritto alla vita; non più o non tanto una rivoluzione culturale, ma una estensione delle politiche del welfare. Mentre i nuovi studiosi arrivano a spiegare che stiamo per entrare in un campo particolare che investe appunto il dominio e la sua estensione. Con la definizione di biopolitica siamo dentro il nuovo orizzonte. Il dominio adesso plasma i corpi nel loro nascere e riprodursi, nelle regole della ricerca del piacere, nell’investire non più o non tanto il cittadino ma l’insieme dei corpi all’interno di una disciplina interiorizzata. La politica è dunque il controllo disciplinare della stessa nuda vita. Quello che agli inizi degli anni ottanta appariva ancora come una forma di politicizzazione in più, traducibile in rivendicazione di diritti, rivela un orizzonte destinato a cambiare la dimensione stessa della politica. Il “ritorno del privato” diviene a sua volta processo globale di politicizzazione. Accanto e fuori alla politica classica e a quella tradizionale, con i suoi dualismi stato-società civile, riforma-rivoluzione, progetto generale e istanza particolare, strategia e tattica, si compie uno spostamento che è insieme ideologico e linguistico, dai massimi sistemi alle forme molecolari della vita, dalla riforma concreta per via legislativa alle pratiche individuali e di gruppo. Anche lo slogan dell’immaginazione al potere presenta una sua ambivalenza. La sua interpretazione più nota è quella che ne sottolinea la caratteristica del rilancio dell’utopia e del “vogliamo tutto” come espressione ingenua e liberatrice. Ma non se ne capirebbe la portata di fondo se non si cogliesse invece nel richiamo all’esplodere dell’immaginario una dimensione di riepilogo novecentesco delle avanguardie artistiche e insieme un nuovo spazio possibile della comunicazione, il rapporto con una modalità creativa della comunicazione resa possibile da cinema, tv e, in genere, mass media, che troverà venti anni dopo, con la diffusione della rete Internet, il suo percorso di uso insieme soggettivo e di massa. Si obietterà che in questo modo si fa del 68 non più una stagione di nuove lotte, di rivolta giovanile, di irruzione dei movimenti come nuovi soggetti con tutto il suo bagaglio di estremismi e utopie ma una svolta e una corrente culturale di cui riconoscere la consistenza negli effetti posteriori, che però non sono di quella stagione ma solo una conseguenza ulteriore. La legittimità dell’obiezione non impedisce tuttavia di cogliere appunto il punto di svolta, la nascita di una cultura del soggetto e di una dichiarazione di una serie di LUOGHI DEL POST che si rivelano a partire da quella stagione: post-industriale, post “moderno”, post comunismo, ovvero una dichiarazione di crisi dei modelli e dei saperi novecenteschi e l’aprirsi di una transizione, lo spazio del POST designa infatti solo lo stato di crisi e non una cultura organica, il passaggio a qualcosa di altro ma non la sua affermazione consolidata. In questo senso la cultura del 68 esprime l’indicazione di una rottura che permane. 43. Il ’68 come paradigma della ” nuova sinistra”. Quale cultura politica? C’è poi, rispetto alla storia politica e alla stessa storia della sinistra, un altro aspetto che rimane peculiare e di cui è impossibile tacere. Con l’esplosione del nuovo movimento sorgono nuove organizzazioni politiche che si richiamano a esso. E sebbene possa essere lecito distinguere la stagione del movimento e quella delle nuove organizzazioni politiche, non è possibile operare una separazione fra questi due aspetti. In primo luogo, si pensi appunto al caso italiano, perché le nuove organizzazioni sorgono nel corso dello stesso 68 o subito dopo, a distanza di pochi mesi dalla primavera e dagli avvenimenti del Maggio francese .In secondo luogo perché se si può individuare nella formazione di specifici “gruppi dirigenti” della nuova sinistra un vero e proprio ceto politico in via di costituzione, esso tende ad autodefinirsi come espressione delle “avanguardie di movimento” e a condividere con esso lotte, speranze, comportamenti, stili di vita, mentalità. Qui però rimane decisivo distinguere in termini generazionali la vera e propria generazione del 68 (ovvero coloro che iniziano il loro percorso identitario nella stagione del movimento, coloro che hanno più o meno da 15 ai 25 anni) da quella che possiamo chiamare invece la generazione degli anni sessanta (ovvero coloro che hanno tra quindici e venti anni agli inizi degli anni sessanta e compiono le loro prime esperienze politiche prima del 68, nelle lotte del luglio 60 o nella rivolta torinese di piazza Statuto nel 1962, o in altre esperienze simili). Il dato che accomuna questa generazione è in larga misura il fatto che questi ventenni, che nel 68 avranno trenta anni e oltre- hanno un percorso di formazione quasi sempre caratterizzato da una doppia militanza organizzata, quella interna alle federazioni giovanili dei partiti di sinistra ( Pci, Psiup, Pci) e quella di dirigenti rappresentativi dell’associazionismo universitario (Unione Goliardica Italiana, per la sinistra, e Intesa Cattolica). Si tratta di una storia che adesso ha cominciato a essere ricostruita e raccontata, una storia che produce un vero e proprio apprendistato e in parte può stupire oggi ritrovare nello stesso tipo di associazionismo insieme a Pannella, Craxi, Occhetto i futuri dirigenti della nuova sinistra, espressione a loro volta di quelle sinistre interne alle federazioni giovanili che vanno conducendo la loro guerra di posizione e conoscono a loro volta le prime emarginazioni e sconfitte Anche questa storia è ancora tutta da raccontare, è la storia di alcuni esponenti delle federazioni giovanili che già a metà degli anni sessanta si vanno collegando con gli ex del gruppo QUADERNI ROSSI e vanno sperimentando le prime esperienze di gruppo minoritario pre-68 (in particolare quella del “Potere operaio” pisano), ma è anche la storia di quella parte di militanti trotzkisti (Quarta Internazionale) che praticano il cosiddetto “entrismo” nel Pci, un entrismo comunque silenziosamente tollerato fino a quando non disturba troppo: a metà degli anni sessanta la federazione giovanile del Pci, la Fgci, diretta da Achille Occhetto , vede al suo interno una forte minoranza di trotzkisti, quegli stessi che ritroveremo pochi anni dopo alla testa del movimento e della nascente nuova sinistra (Illuminati, Franco Russo, Brandirali, Gorla,Vinci,Corvisieri etc.). Va dunque ricostruita con attenzione questa trama di una originaria nuova sinistra ancora interna ai partiti della sinistra, ma in via di separazione e di sperimentazione, collegandone le origini al post 1956, al dopo-Ungheria, vera e propria data di inizio di un superamento critico del comunismo terzinternazionalista, sia pure con una distinzione fra leninismo originario e stalinismo. La data di nascita della NUOVA SINISTRA, vista a questo punto a livello europeo nell’insieme di collegamenti e di scambi culturali fra movimenti giovanili e sinistre interne, è il 1956, perché le sue prime tracce non sono italiane ma risalgono alla iniziale NEW LEFT inglese come anche allle prime esperienze in Germania di un movimento pacifista e per il disarmo. Ed è proprio attraverso i dibattiti e le riviste che è possibile coglierne i primi segnali.5. E’ un processo variegato e ben poco omogeneo, che comunque ritrova un suo primo modello di riferimento nella rivoluzione ungherese e in una lettura della stessa come rivoluzione operaia, antiburocratica, autogestionaria, di demococrazia diretta (Psu), ma soprattutto il gruppo (con la rivista omonima) di Socialisme ou Barbarie di Castoriadis e Le Fort, in Italia il punto di partenza è la rivista Quaderni rossi promossa dal socialista di sinistra Raniero Panzieri, morto precocemente.. Ed è proprio attraverso la rivisitazione delle riviste degli anni sessanta che è possibile cogliere già nella composizione delle redazioni, oltre che nei contenuti teorico politici, un tipo di elaborazione spesso collegata a un retroterra politico . Se inoltre si guarda al dopo 68 dei nuovi gruppi e partitini, non solo è spesso possibile ritrovare, talvolta, dopo una cesura e una crisi alla vigilia de nuovo movimento, gli stessi nomi , così come per la individuazione delle culture politiche: maoismo ( spesso intrecciato al marxismo-lenismo di staliniana memoria, ma talvolta mirante a presentare una sua specifica originalità), neoleninismo (spesso di derivazione trotzkista, fondato sulla contrapposizione fra Lenin e Stalin), operaismo (con i ” panzieriani” dei Quaderni rossi da un lato – Rieser, Mottura, Edoarda Masi- da un lato e i “trontiani” legati alla posteriore esperienza della rivista “Classe operaia” dall’altro (T. Negri e altri_). La nuova sinistra del 68, in fin dei conti, inizia la sua sperimentazione di gruppo minoritario e di riviste nel corso degli anni sessanta. Ma questo aspetto, su cui ci siamo comunque soffermati con insistenza, rischia di dar luogo a una interpretazione riduttiva, perché questo stesso processo che delinea la politicizzazione delle riviste è solo un aspetto e si evidenzia tra il 1964-65 e il 1966-67, nel vero e proprio periodo di incubazione. La storia delle riviste degli anni sessanta è innanzitutto storia di minoranze culturali, di intellettuali-politici, di sperimentazione e di forte sprovincializzazione e va riconosciuta come tale nel suo stesso percorso d’insieme.

Attilio Mangano, Le radici del presenteultima modifica: 2009-02-17T09:46:23+01:00da mangano1
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