18/01/2013

Jacques Prévert) QUESTO AMORE

questo amore

 

 

 

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Questo amore
Così violento
Così fragile
Così tenero
Così disperato
Questo amore
Bello come il giorno
E cattivo come il tempo
Quando il tempo è cattivo
Questo amore così vero
Questo amore così bello
Così felice
Così gaio
E così beffardo
Tremante di paura come un bambino al buio
E così sicuro di sé
Come un uomo tranquillo nel cuore della notte
Questo amore che impauriva gli altri
Che li faceva parlare
Che li faceva impallidire
Questo amore spiato
Perché noi lo spiavamo
Perseguitato ferito calpestato ucciso negato dimenticato
Perché noi l'abbiamo perseguitato ferito calpestato
ucciso negato dimenticato
Questo amore tutto intero
Ancora così vivo
E tutto soleggiato
E tuo
E mio
È stato quel che è stato
Questa cosa sempre nuova
E che non è mai cambiata
Vera come una pianta
Tremante come un uccello
Calda e viva come l'estate
Noi possiamo tutti e due
Andare e ritornare
Noi possiamo dimenticare
E quindi riaddormentarci
Risvegliarci soffrire invecchiare
Addormentarci ancora
Sognare la morte
Svegliarci sorridere e ridere
E ringiovanire
Il nostro amore è là
Testardo come un asino
Vivo come il desiderio
Crudele come la memoria
Sciocco come i rimpianti
Tenero come il ricordo
Freddo come il marmo
Bello come il giorno
Fragile come un bambino
Ci guarda sorridendo
E ci parla senza dir nulla
E io tremante l'ascolto
E grido
Grido per te
Grido per me
Ti supplico
Per te per me per tutti coloro che si amano
E che si sono amati
Sì io gli grido
Per te per me e per tutti gli altri
Che non conosco
Fermati là
Là dove sei
Là dove sei stato altre volte
Fermati
Non muoverti
Non andartene
Noi che siamo amati
Noi ti abbiamo dimenticato
Tu non dimenticarci
Non avevamo che te sulla terra
Non lasciarci diventare gelidi
Anche se molto lontano sempre
E non importa dove
Dacci un segno di vita
Molto più tardi ai margini di un bosco
Nella foresta della memoria
Alzati subito
Tendici la mano
E salvaci.

(Jacques Prévert)

13/01/2013

scuola di Scrittura "Roberto Agostini" MADRE E FIGLIA di Monica Federico

scuola di Scrittura "Roberto Agostini"
MADRE E FIGLIA
di Monica Federico
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Sono sedute a un tavolino del caffè. Uguali e diverse come due gocce d’acqua. Stesso colore dei capelli e degli occhi, stessa forma del viso, identica struttura fisica. Teutonica, rigogliosa. La Madre, elegante, nel suo abito nero. Forse un po' troppo, elegante. La Figlia vestita di blu a pois bianchi, florida nel suo décolleté da donna incinta al sesto, settimo mese di gravidanza. Nella Madre, l'impronta della splendida ragazza che fu. Nella Figlia, la stabilità e la sicurezza della madre che sarà. Sono l’una l’immagine riflessa e invertita dell’altra. Con qualche differenza, non so se sostanziale o temporale. Un piglio determinato, un’attitudine pragmatica, nella postura della Figlia. Un guizzo fantasioso, ardente e irrequieto nella Madre, quasi anacronistico, data la sua non più giovane età, anche se ben portata.
La Madre sorride, timidamente, guarda la Figlia di sottecchi, con occhi teneri, da enfant terrible che elemosini il perdono dopo una marachella. L’ammira, l’accarezza con uno sguardo carico di compiacimento, a un certo punto si avvicina con la mano per scostarle una ciocca ribelle di capelli biondi dal viso, ma la figlia si sottrae, brusca, quasi temesse un’invasione.
La Giglia non sorride mai.
Ha un'espressione altera, da istitutrice Biedermeier, interloquisce sbrigativamente, non si sofferma mai più di qualche istante incrociando gli occhi della Madre.
È palpabile la distanza che una oppone ai tentativi di avvicinamento dell’altra.
Una grande tenerezza pervade l’aria fresca del mattino, per quelle vite intrecciate che si nutrono reciprocamente, anche se loro malgrado.
La vita, per crescere, si nutre di egoismo.
C’è una grande malinconia in queste solitudini gemelle, in questa ottusità dei sentimenti.
Sarebbe bello animare lo sguardo della giovane donna di sollecitudine filiale, armare il suo braccio della forza del perdono per quei torti che la sua giovane età certamente rimprovera alla bellezza matura e irraggiungibile della Madre.
Quante occasioni sprecate, quanto amore perduto!
Penso alla mia gravidanza, vissuta lontano dagli occhi e dal cuore della mia anziana madre, ignara del mio stato. Un segreto custodito gelosamente fino all’ultimo istante.
Vorrei tornare indietro e accoglierla in quel guscio magico e miracoloso, prendere le sue mani nodose per l’artrosi e poggiarle delicatamente sul mio ventre ricco, perché la corrente fluida della vita possa scorrere tra di noi e rigenerarci.
Vorrei poterle dire grazie per la vita che mi ha data, quella stessa che io dò adesso a mio figlia.
Ma è troppo tardi, Mamma. Forse, in un altro giro di giostra
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06/01/2013

Cioran. La cosa

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La cosa più difficile del mondo è mettersi al diapason dell'essere, e afferrarne il tono.
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Cioran
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