03/02/2013

MELANIA MAZZUCCO,Paul Klee e il senso segreto delle cose




LUNEDÌ 7 GENNAIO 2013
Paul Klee e il senso segreto delle cose

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Qualcuno una volta ha scritto che l'arte è la porta sul lato nascosto della realtà. L'opera di Paul Klee ne è la dimostrazione.

Melania Mazzucco

Una melodia di punti, linee, colori Klee e il senso segreto delle cose

Il primo quadro di cui ho memoria non l´ho visto in un museo né in una chiesa. Non era appeso su una parete - distante, intangibile e vagamente sacrale - ma lo tenevo fra le mani, come un qualunque oggetto della mia vita quotidiana. Insomma, era riprodotto in un libro. Ad Parnassum di Paul Klee campeggiava infatti sulla copertina di un libro d´arte per bambini, che mi fu regalato da mia madre per il mio quinto compleanno. Era convinta che l´arte moderna, in apparenza primitiva e infantile, possa essere compresa istintivamente, senza bisogno di nozioni o esperienza del mondo. Forse è così: perché quel quadro è stato per me davvero una porta, e da allora un´opera d´arte non ha mai smesso di sembrarmi non qualcosa di morto, venerabile, il prezioso relitto di una civiltà scomparsa, ma qualcosa che - come un libro - parla proprio a me, e mi riguarda. Da qualunque lontananza venga il suo richiamo. Spero che Ad Parnassum sia anche la vostra porta: perché il mio viaggio nelle immagini del mondo inizia da qui.

Paul Klee, accusato dai suoi critici di dipingere scarabocchi per bambini, era invece un intellettuale, uno scienziato e un filosofo. Aveva elaborato una complessa teoria dell´arte e non dipingeva neanche un punto senza sapere perché. Non avrebbe mai voluto che ci chiedessimo che cosa rappresenta Ad Parnassum. L´arte non è imitazione, non deve riprodurre il visibile - diceva - ma rendere visibile l´interno occulto delle cose. La chioma di un albero non somiglia alle sue radici. Lui voleva sbarazzarsi di chi in un quadro va a caccia degli oggetti reali del mondo. Così, di questi, è rimasto solo il riflesso, come un´eco sul punto di spegnersi. Un cerchio arancio che potrebbe essere un sole, due linee scure che potrebbero rappresentare il tetto di un edificio (o una montagna, o una piramide), tre cunei che indicano direzioni opposte, un arco che ricorda una porta. Insomma, le forme essenziali: i punti, le linee, i colori. I primi si aggregano in disegni geometrici, i secondi combinano i tre colori fondamentali (giallo-rosso-blu) in infinite variazioni. La tela è intessuta di punti di colore, come minuscole tessere di mosaico - o squame di serpente o scaglie di pesce. Klee riteneva che l´opera fosse un organismo, natura essa stessa, soggetta alle stesse leggi della cellula e del cosmo: i punti di Ad Parnassum brulicano come stelle nel firmamento.

Però questo quadro ha un titolo, scelto da Klee. Dunque è un segno anch´esso. Ad Parnassum significa verso il Parnaso. Ricorda cose reali. Era infatti il titolo di un saggio di teoria musicale del 1725, che Paul Klee, figlio di un insegnante di musica e di una cantante professionista, e lui stesso violinista e cultore di musica, conosceva: la sua aspirazione di pittore era creare una sintesi di pittura, musica, poesia. Dunque il titolo allude alla polifonia, che il quadro si propone di rappresentare simbolicamente. Ma Ad Parnassum si intitolano anche gli esercizi di pianoforte di Muzio Clementi, che conducono l´allievo all´eccellenza. Esso implica un´ascesa - suggerisce un movimento verso l´alto. Ma nel quadro la salita è ostacolata dalle tre punte, che introducono una tensione e indirizzano lo sguardo altrove - a destra, a sinistra, in basso. L´occhio scivola allora verso un altro elemento: la porta, al cui centro spicca un rettangolo violaceo.

E qui agisce il terzo significato del titolo. Il Parnaso è infatti prima di tutto il monte sacro ad Apollo e alle muse. E´ il regno incontaminato dell´ispirazione e dell´armonia. I più grandi pittori dei secoli trascorsi, da Mantegna e Raffaello a Poussin, hanno dipinto la salita al Parnaso dei poeti e degli artisti. La porta che si apre nell´angolo sinistro di quella che non è una casa né un tempio, ma la montagna stessa dell´arte e della poesia, è allora la porta che immette in quel mondo altro - là dove il caos diverrà musica. E´ lì che si ferma lo sguardo: è quello il punto di equilibrio del quadro.

Val la pena ricordare che questa sinfonia polifonica non è stata dipinta in un momento qualunque della vita di Klee - trascorsa fra studio, ricerca, viaggi, famiglia, insegnamento, sperimentazione di tecniche innumerevoli e creazione inesausta (alla sua morte aveva realizzato ben 9000 opere). Fu dipinta in quello stato di grazia sospesa che precede la caduta.

E´ il 1932. Paul Klee insegna pittura alla Scuola di Belle Arti di Düsseldorf, viaggia in Italia, lavora - e intanto, incalzato dai nazisti che hanno vinto le elezioni municipali, lo Stato tedesco interrompe i finanziamenti alla Bauhaus, dove anche Klee ha insegnato per anni. L´anno dopo, è lui stesso a essere licenziato. Un fogliaccio nazista lo denigra come il tipico ebreo della Galizia (in realtà suo padre è un ariano bavarese, e sua madre è svizzera), le SA perquisiscono la sua casa. Paul Klee lascia la Germania per esiliarsi in Svizzera, dove del resto è nato. Fatto che invalida la battuta di Orson Welles nel Terzo Uomo (quella che dice che in cinquecento anni di pace e democrazia gli svizzeri hanno creato solo orologi a cucù). Nel 1932, in Germania, il Parnaso è minacciato.

Nel 1933, un quadro di Klee figurerà nella prima delle famigerate esposizioni di Arte Degenerata. Ma proprio quando il Parnaso è in pericolo, Klee dipinge un´armonia melodica di punti, linee e colori, e invita chi guarda a varcare la porta e a salire. L´arte non è mai un traguardo, ma un cammino: ciò che conta non è la meta, ma la strada percorsa.

(Da: La Repubblica del 6 gennaio 2013)

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30/12/2012

Ennio Abate ed Ezio Partesana Otto proposte

Otto modeste e vecchie proposte.

Per diminuire il tasso ideologico nei discorsi su Israele e Palestina.

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I) Da dove dobbiamo cominciare a contare il tempo? Dalla proclamazione dello Stato di Israele? Dal crollo dell'Impero Ottomano, dalla conquista tartara? È tutto più chiaro se partiamo da Maometto? O è meglio considerare come inizio la Provincia di Roma, il Regno di Davide, la dominazione degli Assiri? Ognuno chiarisca a se stesso sino a quando vuol risalire all'indietro e pubblicamente spieghi le ragioni della sua scelta.

 

II) L'essere stati i primi, la lunghezza della consuetudine, l'antichità della tradizione, sono narrazioni identitarie e non principi etici per rivendicare il possesso di una terra; una origine violenta non diviene sacra con il passare del tempo ed è stupido ritenere che per israeliani e palestinesi basti un'analisi rozza perché loro sono arretrati e combattono per cose arretrate. Che si ragioni e si parli, invece, come se ogni nostro discorso sull'al di là (dei nostri confini) poggiasse su ragioni che possano immediatamente essere applicate anche all'al di qua (dei nostri confini).

 

III) Le pietre sono parole, è vero, e anche i muri sono parole, gli ulivi, i passi, persino i morti sono parole. Ma anche le parole sono parole, e nello spazio che sempre si crea tra gli ideali che si proclamano e le azioni che si compiono, bisogna avere il coraggio di guardare. Che ognuno chieda ragione delle parole pronunciate dalla “sua” parte, della sintassi, dei principi enunciati, delle scelte lessicali, verifichi il vocabolario. Acconsentire alla propaganda significa sempre acconsentire anche alla comunione di interessi tra i nostri padroni e quelli del nostro avversario.

 

IV) Noi non siamo arabi palestinesi né ebrei israeliani, non viviamo lungo la valle del Giordano, nel Neghev o sulla costa tra Haifa e Gaza. Sentire le sofferenze altrui come proprie è un nobile sentimento, proiettare se stessi in vittime e carnefici lo è meno. Che si cerchi, piuttosto, di ottemperare alla vecchia disciplina che chiede di individuare le proprie pulsioni prima di prendere parte, e di tenere tendenzialmente separate in politica la sfera intima da quella pubblica. Alla base dell'identificazione c'è il proprio bisogno, la solidarietà si basa, al contrario, su bisogni comuni. In effetti, ha senso “sentirsi ebrei” o “sentirsi palestinesi” solo dopo aver ben chiaro che non si è e non si vive come gli uni e gli altri.

 

V) In un mondo nel quale la produzione e il commercio di emozioni sia uno dei principali strumenti di umiliazione e controllo delle genti, quale il nostro è, appellarsi alle emozioni per commuovere gli uomini verso l'una o l'altra parte in conflitto è un errore tanto grave quanto lo sarebbe appellarsi alla razza, alla religione o alla famiglia di appartenenza. Invitiamoci reciprocamente alla conoscenza, non all'indignazione.

 

VI) L'ideologia non è propaganda, e la propaganda non è ideologia. Se l'avversario mente, lo si combatte dicendo la verità e cercando gli strumenti per diffonderla. Ma quando è la realtà a mentire, le condizioni nelle quali si vive a nascondere i processi e i meccanismi della sottomissione e dell'oppressione, allora solo la critica verso se stessi e le strutture che causano l'accecamento è strumento efficace di lotta. Chi non è capace di intendere il proprio ruolo e funzione nel mondo capitalista, ha poco senso pretenda di spiegare ad altrui i loro.

 

VII) L'esperienza è preziosa, ma senza conoscenza non c'è esperienza. Una statua di sale potrebbe aver vissuto ogni tempo e in ogni luogo con ebrei e palestinesi, aver fatto esperienza di tutto, e ancora non sapere nulla. Dunque, coloro che sono andati e hanno visto con i loro occhi posseggono tanta verità quanta ne concedono le forme e gli strumenti che hanno utilizzato per percepirla, né di più né di meno. È fondamentale allora che nei discorsi su Israele e Palestina sia fatto ogni sforzo per migliorare le forme e gli strumenti dell'esperienza. Qui, adesso, da noi, in Italia.

 

VIII) La matematica politica è un'illusione e il sillogismo aristotelico in etica non funziona, il nemico del mio nemico non di necessità è mio amico. Impariamo, sforziamoci sempre di specificare a proposito di che cosa e su quali punti e valori stabiliamo le nostre alleanze, e che sia evidente come su altri punti e secondo altri valori queste possano o addirittura debbano essere altre. Per il bene nostro, prima ancora che di quello dei popoli che abitano terre tanto lontane.

 




Caro Ezio,

 

I. Sai bene che in storia periodizzare è scelta; e non neutra. In genere, escludendo la mera propaganda che tratta i lettori da imbecilli o da gregge a cui far brucare la solita erbetta (velenosa o consolatoria), va riconosciuto, fino a prova contraria, a ciascuno la massima onestà intellettuale possibile (mai priva di ideologia, e dunque di pre-giudizi) nei suoi tentativi di afferrare  la “realtà” (fatti, sistemi culturali, dati  oggettivi) sulla base delle sue reali competenze. Per quel che mi riguarda l’arco di tempo su cui mi sono più documentato va dalla Shoah alla fondazione del movimento sionista all’oggi. Per la semplice ragione che la mia conoscenza - dichiaratamente indiretta -  della vicenda e del conflitto è su di esso che ha potuto concentrarsi.

 

II. Concordo. Le tradizione sono delle costruzioni. Trovo convincenti in merito gli studi di Hobsbwam o di Perry Anderson sulle “comunità inventate”. Simpatizzo, ma resto scettico sull’efficacia operativa dell’ultima frase («Che si ragioni e si parli…»).  C’è  in essa un rispettabile, ma continuamente smentito, spirito kantiano.Come si fa a suggerire o ad intimare agli altri di non fare quel che non si vuole subire? Purtroppo la storia non accoglie tale precetto morale e pochi (pochissimi in politica...) sono gli uomini che informano la loro pratica a tale morale. Realtà amara, ma ineludibile.

 

III. D’accordo solo in parte.  Tengo ancora alla distinzione tra cose (pietre, muri, morti) e parole. Purtroppo, col tempo e per il tipo di comunicazione fortemente ideologizzata e inquinata da interessi potenti, le cose perdono il loro peso, si “derealizzano”, acquisiscono lo statuto simbolico delle parole, che è  più ambiguo e complesso dei fatti (o, a essere rigorosi, ambiguo  quanto i fatti, che da soli non dicono mai tutta la verità). Con esse - mi pare di ricordare che lo disse Hobbes -  si può anche mentire o più facilmente mentire.  La verifica delle parole è dovere (epistemologico direi) di chi cerca la verità e non si abbandona alla propaganda (Cfr.  ancora I).

 

IV.  D’accordo con qualche precisazione.  Certamente non siamo, in quanto italiani o comunque distanti da quel conflitto, né arabi palestinesi né ebrei israeliani. Non siamo, però, almeno noi vecchi, per la prima volta di fronte a una scena in cui è difficile distinguere tra i due che se le danno (e lasciamo stare l’asimmetria dei mezzi offensivi tra i due) chi ha appena qualche ragione in più.  Abbiamo accumulato dati di vario tipo. Li abbiamo - ripeto con l’onestà intellettuale consentita - vagliati. Ci siamo fatti un’idea. Non mi pare  di essere più nella troppo elementare condizione di chi si abbandona a meccanismi inconsci e proietta se stesso nelle figure archetipiche della vittima o del carnefice. Siamo (sono, credo, disponibile a ricredermi se necessario)  in grado di vedere  quel conflitto politicamente  e all’interno di un contesto politico mondiale, che non può e non dev’essere mai trascurato. Siamo (sono…) alla ricerca di una soluzione politica; e non disposto a distribuire spiccioli di solidarietà alle supposte vittime o  ai supposti carnefici. Proprio perché non si vive nelle condizioni degli ebrei né dei palestinesi, direi che si debba tentare di non “sentirsi” né gli uni né gli altri, ma di svolgere un ruolo in proprio, che non  né di equidistanza né  di partigianeria. O può esserlo, dopo aver fatto la leniniana analisi concreta della situazione concreta.

 

V.  D’accordo, ma sempre con qualche precisazione. L’invito alla reciproca conoscenza vale  soprattutto per quanti sono  giovani o  sccostano il conflitto in corso per la prima volta. Nel caso dei vecchi, però, in genere (magari non per tutti...) l’indignazione è cosa secondaria.Essi hanno da decidere ( o hanno deciso) su fatti accertati (magari da ripassare,  per scrupolo, al vaglio  un’ennesima  verifica) e sulle interpretazioni storico-politiche acclaratesi (nel corso soprattutto del Novecento per me). Col rischio di ogni scelta.

 

VI. Di primo acchito l’affermazione «è la realtà a mentire» potrebbe essere equivocata; e  indurre a una presa d’atto sconsolata  della totale incomprensibilità della realtà, perché troppo complessa o “misteriosa”, ecc. Anche se subito dopo - è vero -  viene precisato che «solo la critica verso se stessi e le strutture che causano l'accecamento è strumento efficace di lotta».  Ho appena letto un E-book di La Grassa; e trovo convincente questa sua formulazione  sulla realtà e sul nostro rapporto con essa. Lo riporto per una maggiore chiarificazione e sperando di non deviare il discorso:

« In secondo luogo, che la realtà presenta un aspetto apparente ed uno sostanziale. Il primo non è per nulla un inganno, è ciò che colgono i sensi nella loro più immediata rilevazione. L’empirismo si fonda su quest’ultima; e non è errato in sé, non è soltanto ideologia se usato adeguatamente e con consapevolezza della sua importanza per non sognare un mondo di semplici desideri. Diventa ideologico qualora si attesti sulla rilevazione sensistica senza porsi ulteriori domande. Marx fa l’esempio del Sole che gira intorno alla Terra secondo quanto cogliamo immediatamente con la vista; mentre una diversa analisi, sollecitata da altri problemi – sorti, però, nel corso di millenni di storia – spinge a conclusioni differenti, infine “provate”.

Molte volte ho citato questo esempio marxiano e non mi ripeto. Semmai insisto nel ricordare che egli accoglie per un certo verso la “verità di superficie” dell’eguaglianza dei possessori di merci e dunque del libero scambio tra essi. Nel mondo delle merci si afferma la più completa parità di diritti, sancita dalla legge; coloro che la conculcano o aggirano mediante inganni vari sono in linea di principio passibili d’essere perseguiti legalmente e condannati senza riguardo al loro status sociale, alla loro appartenenza alla classe dei dominanti o dei dominati. Ovviamente, questo non è sempre vero, le “eccezioni” (in effetti per nulla tali) sono tante e svariate. Tuttavia Marx procede, come chiarito più volte, da vero scienziato, cercando le “leggi” (non eterne, bensì del modo di produzione capitalistico, forma sociale storico-determinata) in assenza di “attriti”, cioè di disturbi e deviazioni da considerarsi accessori, pur quando sempre presenti, rispetto al funzionamento essenziale (in un certo senso puro) di detto modo di produzione» (G. La Grassa, Centocinquant’anni bastano. Uscire da Marx con Marx)

 

VII. Mi pare di cogliere una contraddizione tra la prima, condivisibile affermazione (L'esperienza è preziosa, ma senza conoscenza non c'è esperienza») e  quella finale («È fondamentale allora che nei discorsi su Israele e Palestina sia fatto ogni sforzo per migliorare le forme e gli strumenti dell'esperienza»). Nella prima l’accento è posto sulla conoscenza. In quella finale mi pare che la parola ‘conoscenza’ scompaia. Il che potrebbe indurre ( non è automatico, ma il rischio c’è…) a concentrarsi sull’ ‘esperienza’, con qualche rischio di pragmatismo o di svalutazione della ‘conoscenza’. Forse  eccedo nel sospetto, ma sarebbe bene precisare quali siano « le forme e gli strumenti dell'esperienza» da migliorare.

 

VIII. Perplessità.  La «matematica politica» (che non so bene cosa per te indichi in concreto... forse le grandi strategie, la geopolitica?) può essere un’illusione, ma noi abbiamo bisogno di saperi politici coerenti e aggiornati. Qui mi pare divenga  obbligatorio passare, comunque, a dire cosa si pensi del conflitto tra israeliani e palestinesi nel quadro dell’attuale Medo Oriente e di quello mondiale. Altrimenti il discorso resta aereo e vago.

 
 

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16/09/2012

Roberto Roversi,Pasolini nella memoria

‎"Pagine corsare"
I ricordi
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Pasolini nella memoria
di Roberto Roversi

Il liceo "Galvani" in via Castiglione e il preside Chiorboli, specialista del Petrarca, con due baffi di segno particolare, molto caratteristici. La libreria Cappelli in via Farini, dove si andava a parlare e a cercare i libri di poesia che si pubblicavano in giro.
Da Cappelli capitava Antonio Meluschi; dopo abbiamo conosciuto anche sua moglie, Renata Viganò. Vivevano in una violenta ma sobria poverta’ per conseguenza delle idee di cui non avevano paura, eppure erano sempre cosi’ liberi, nuovi, giusti (e umani) a incontrarti, anche nella loro casa di via Mascarella. Dunque Otello Masetti (capo commesso alla libreria Cappelli) con la sollecitazione di Meluschi che ci consigliava, mise a contatto il nostro gruppetto con un uomo che vendeva e vende ancora libri vecchi in una bottega di piazza San Domenico al numero 5.
Fu in quel posto e per queste vie che Francesco Leonetti, Pier Paolo Pasolini, Roberto Roversi, Luciano Serra pubblicarono a loro spese i quattro libretti per i "tipi della libreria antiquaria Mario Landi". Copertina semplice e bianca tranne quella di Leonetti che la scelse giallina e bordata. Poesie a Casarsa di Pasolini hanno al data di pubblicazione del 14 luglio 1942 e si stamparono presso l’anonima Arti Grafiche di piazza Calderini in 300 copie numerate, oltre a 75 fuori commercio destinate ai critici. Il libretto, di 48 pagine, era dedicato "a mio padre" e si apriva col verso: "Fontane d’aghe da me pais" (fontana d’acqua del mio paese). Nella ristampa del 1954, in La meglio gioventu’, anche questo verso e’ cambiato cosi’ "Fontana di aga dal me pais".
Da allora non ho piu’ rivisto Pasolini fino al ’55 quando abbiamo avviato Officina; dopo la fine della rivista, nel ’50, l’ho rivisto ancora quattro o cinque volte ma negli ultimi dieci anni non l’ho mai piu’ incontrato. Con questo voglio dire che ho avuto una sincera amicizia di giovinezza con Pasolini, anche insieme ad altri, ma che fin da allora era piuttosto un incontro culturale che un rapporto di sentimenti; infatti entrambe le volte, quando la tensione del fare si allento’ o fu conclusa, ciascuno riprese la sua strada. Non ero suo compagno di classe; Pasolini stava con Telmon, Bignardi ed altri; al Galvani, o intorno al Galvani, non me lo ricordo: ci si trovava piu’ spesso a casa sua.
Abitava con la madre e il fratello in un appartamento in via nosadella davanti al Sordomuti (una tipografia); e li’ insieme a un suo compagno di classe, Manzoni, recitavamo. Gli irlandesi, soprattutto Synge: Cavalcata a mare e il furfantello dell’ovest; si leggeva, imparando, nella buona tradizione di Linati.
Posso dire che Pasolini era nel fare che le cose che ci interessavano, subito bravissimo; aveva una straordinaria tranquillita’ e rapidita’ nello scrivere che non finivo di stupirmi; e comincio’ a prevalere su di noi con la straordinaria invenzione del dialetto colorato (come mi sembrava) cioe’ di una lingua esasperata sentimentalmente ma con tanto trattenuto pudore (una lingua abbastanza celestiale nel senso giusto) dal renderla nuova e diversa, cioe’ vera e originale. Contini, che allora era in Svizzera e ricevette il libretto, ne fu conquistato. Io lo ascoltavo come una lingua in costume molto aristocratica, trattenuta la massimo grado di tensione da una sofisticazione culturale raffinata, da renderla alla fine morbida in un ricordo allucinante. E arrivo a un ricordo che ho sempre tenuto vivo.
Siamo ai giardini Margherita, seduti su un prato appena tagliato; tra lo splendore giallo s’alza un profumo compatto, molto padano, del fieno falciato a cumuli, che si sta asciugando. Poca gente, solo presenze colorate di donne e ragazze che camminano qua e la’. Noi tre seduti (Leonetti, Pasolini, io) parliamo di una rivista che vogliamo fare, che "dobbiamo fare". Il nome gia’ proposto e’ "Eredi". Parliamo con una leggerezza che e’ felicita’, per una cosa finalmente importante; per una decisione nostra che dovremo realizzare impegnandoci. Ci sentimao infervorati. Passa un uomo in bicicletta, e’ in borghese; adagio, cerca con la testa; ha bisogno di parlare? Ci veve, si avvicina, non si ferma; dice a bassa voce: "Hitler ha invaso la Russia".
E’ il 22 giugno del ’41 e noi eravamo, in quel momento della nostra giovinezza fuori dal mondo. .
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(rievocazione di Pier Paolo Pasolini scritta a pochi giorni dalla sua morte da Roberto Roversi e pubblicata dal periodico friulano "Macchie")





E' morto il Partigiano Roberto Roversi.... Che la terra ti sia lieve....
Lo scrittore - che aveva partecipato alla Resistenza - si è spento ieri a 89 anni. F

15:19 Scritto da mangano1 in cinema e tv | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook