09/02/2013
Sergio Falcone,Federico Fellini. L'ultima intervista
venerdì 20 ottobre 2006
Federico Fellini. L'ultima intervista
QUANDO FELLINI SOGNAVA PICASSO
Nell’ultima intervista, i giorni della malattia.
di sergio falcone
Era la sua ultima intervista da malato, mi diceva, ma preferiva parlare d’altro. Quel che si notava in lui, prima di tutto, era lo sguardo, la cui fissità mi intimidiva. Fellini, negli ultimi mesi, era un misto di cortesia e di timidezza, di fragilità e di tenerezza.
Mi diceva: “Da oltre tre anni non lavoravo. Tentavo invano di fare un nuovo film. Ora, ho perso del tutto la speranza: con la malattia, non voglio essere un regista in ritiro, che ha fatto fortuna e al quale interessano solo i libri come rimedio al male e all’immobilità”. L’ho veduto, nell’ospedale di Rimini, attorno a ferragosto. Poi, una seconda volta, nella sua casa di via Margutta, a Roma, nel tardo autunno, poco prima del colpo finale ed invalidante.
Nella sua stessa persona, nell’atmosfera che aleggiava intorno a lui, si materializzava quell’oscuro nemico di cui parla Baudelaire, cioè quel tempo inesorabile che “mangia la vita”.
Tutto era discreto, silenzioso, attorno al grande regista. Mi mostrava le fotografie, i libri, i dischi: risaliva da un abisso di anni. Ancora una volta si trovava a dover affrontare la memoria. Inseriva, secondo l’ordine cronologico, paragrafi sparsi. Nuove e vecchie esperienze. Intuivo di assistere al commiato di un grande artista. Federico non aveva il benché minimo timore del mio registratore, che captava dettagli, pause, trasalimenti, sussulti.
Federico era seduto su una poltrona verso la finestra, leggermente proteso in avanti. Si crucciava del proprio modo di esistere, così enigmatico e faticoso. Qualche volta aveva difficoltà a parlare, preferiva guardare ed ascoltare.
Bisognava vedere il garbo di Fellini, il modo con cui prestava orecchio ad ogni rumore, ad ogni voce.
Federico, che cos’è per te la sofferenza?
“Il dolore finisce per avere una forza emendatrice. Ci fa più buoni, più compassionevoli, ci richiama in noi stessi. D’istinto andiamo cercando la gioia, ma ci ritroviamo inaspettatamente nel dolore, non solo nel nostro, anche in quello degli altri”.
Pensi talvolta all’esistenza di Dio?
“E’ inevitabile. Ma è più discreto credere in Dio che parlarne”.
*
I medici avevano detto a Fellini di esercitare il braccio, la mano, con le matite, con il disegno. Federico non chiedeva di meglio. Tornava dunque al disegno che, nelle sue mani, era una sorta di disegno zig-zagato, che preannunciava un’atmosfera sorprendente e fantastica: il riso che fioriva ad annullare una tristezza. Una successione di sogni, di favole, di gesti e colori in movimento.
*
Mi diceva il regista: “Il paziente Fellini torna al suo vecchio mestiere di disegnatore. Tra il ’20 e il ’30, d’estate, al Grand Hotel di Rimini, arrivava Nino Za, che faceva anche le caricature per il cinema. Riceveva per il ritratto la clientela ricca di Milano e di Torino, in guanti bianchi e sparato. Ho ammirato Roland Topor. Tra il ’38 e il ’40, a Roma, ho conosciuto e frequentato Maccari. Nel ’44, in una Roma invasa dalle truppe alleate, ero caricaturista di un Funny Faces Shop”.
Poco fa nascondevi dei disegni. Qual è, per esempio, il parallelo tra questi tuoi disegni di convalescente e i sogni del tuo periodo di malattia, di immobilità, di solitudine?
“Da un po’ di tempo mi accade di appuntare qualche sogno e di tentare di ricordarlo graficamente, così come mi è apparso.
Ho sognato anche Picasso, forse come simbolo solare di potenza creativa. Picasso ogni tanto mi viene a trovare. Ma Picasso è un archetipo della creatività; quindi un simbolo, un emblema del paesaggio onirico. Immagino che in periodi di crisi, incertezza, confusione, impotenza, un sogno in cui appare Picasso è un invito a non abbattersi, a non deprimersi.
L’occasione è sempre quella. Sono seduto dietro a un tavolo, con un foglio di carta bianca davanti. E’ anche un modo (o un alibi) di lavorare, e non attendere che il prossimo lavoro bussi alla porta. E’ una specie di esorcismo, un passo ritualistico.
E’ un percorrere a ritroso le stagioni, gli incontri, i personaggi, perfino i numeri di telefono degli amici più intimi. E’ una fase un po’ segreta, questa dei disegni, un po’ buia, fatta di penombre e di incertezze. Un modo di acchiappare per una coda invisibile qualcosa che ancora rilutta, che ancora non c’è. In altri tempi, era un tentativo di cominciare a vedere come può essere un film, quale aspetto può avere, che cosa di esso mi appartiene, che cosa posso cominciare a trattenere”.
Non hai paura che i tuoi scarabocchi possano finire sul tavolo di uno psichiatra dell’età evolutiva? Non ti senti nelle condizioni di un vecchio bambino che ha interesse per gli schizzi, per le matite, la carta, i pastelli, i colori, la scatola dei grossi gessi, e magari per il disegno d’album da ricalcare?
“Perché dovrei aver paura? Anzi, ne sarei lusingato. I medici, gli infermieri non fanno che dirmi: ‘Federichino, muovi questo, muovi quello, cerca di fare questo, anzi quest’altro’”.
Qualche volta, e non solo da ora, hai finito per preferire i pittori e gli artisti agli stessi attori?
“Forse. A Rimini, avevo amato dei pittori oscuri. Perfino quelli che disegnavano le madonne col gesso per le strade”. (E ce ne sono di bravissimi, n.d.a.). “Ed è stato un periodo della mia vita nel quale pensavo seriamente di fare il pittore. Non tanto per i risultati dell’espressione artistica in sé, quanto perché il pittore rappresenta un modo di vita particolare. Era un tipo chiacchierato, non era ricevuto in certe case, viveva una giornata senza orari, mangiava quando poteva. L’aspetto, un po’ anomalo e bohémien del pittore, affascinavano me bambino, chiuso in una provincia fascista e cattolica. Era il diverso, l’irregolare: portava i capelli lunghi, vestiva in maniera stravagante, l’abito pieno di patacche, riceveva nello studio donne sempre diverse. Mimavo da ragazzo quelle abitudini, con gli acquerelli, i cavalletti, i colori, le pennellate, le nature morte. Si torna quasi all’infanzia, da vecchi. Ma, purtroppo, se si parla in nome dell’infanzia, bisognerebbe adottarne il linguaggio: come se un simile linguaggio potesse scriversi, potesse tornare”.
Ti piace anche la cattiva pittura?
“Amo la sensualità che si prova nell’esprimersi con la pittura. Tutto sommato, ho scelto un mestiere abbastanza fortunato, in cui facevo lo scenografo, l’architetto, il costumista, l’attore”.
Quale influenza ha avuto il fumetto sul tuo lavoro?
“Enorme. Da ragazzino ricordo Il Corriere dei Piccoli buttato sulla banchina del treno accelerato che veniva da Bologna. La mattina presto andavo alla stazione di Rimini per il piacere di avere il ‘Corrierino’ prima che arrivasse in edicola. Ho cominciato come tutti a disegnare Fortunello, Bibì e Bibò, sor Pampurio, Tordella, Coco, Mio Mao, coi pastelletti, coi colori”.
In quali tuoi films si ritrovava il mondo dei fumetti?
“Forse nei Clown, in Amarcord, ossia nei temi della mia infanzia. In Giulietta degli spiriti, anche; in quel mondo un po’ cartaceo, un po’ spettrale, in quei personaggi sempre pendenti per l’assenza di piani. I personaggi attaccati al fondo e il fondo attaccato al cielo. Qualcosa di asfittico, di vagamente inquietante e psicotico”.
Hai il rammarico di non aver realizzato una storia, un progetto particolare? Per esempio, De Sica avrebbe voluto realizzare Un cuore semplice da Flaubert, Antonioni Una lettera rubata da Poe, Visconti la Recherche da Proust…
“Non è che io voglia sforzarmi di apparire volutamente ignorante, ma non c’è quasi mai un’ispirazione letteraria alla base dei miei films. Per il resto, sono stato abbastanza fortunato. Non ho nel cassetto dei copioni che non ho potuto realizzare.
Il Viaggio di Mastorna è un mio progetto che non ha perso di attualità. Anzi, mi sembra che, con il passare del tempo, il punto di vista, ossia il fuoco su quel racconto, cioè il mio modello visivo, e la mia carica emotiva insieme, si siano precisati, mutati in un senso più favorevole alla storia, ai personaggi, anche alle situazioni esterne. Peccato non poterlo fare.
Il Viaggio di Mastorna ancora oggi è un sospetto, un’immagine illusoria, un abbozzo di racconto. Un fantasma di idee, di sentimenti.
Come regista, per il Mastorna tuttora raccolgo visi, profili, parole: mi colpisce un’immagine, focalizzo meglio un aneddoto. Noi finiamo per manipolare quel che ci fornisce l’osservazione degli altri uomini, e la conoscenza che abbiamo di noi stessi. Questi modelli, che l’osservazione ci fornisce, questi tipi che la nostra memoria ha conservato, noi li ingigantiamo, li nutriamo di noi stessi o, almeno, di una parte di noi stessi.
Avrei voluto continuare a fare dei films in una specie di bottega rinascimentale, industriosa ed alacre. Invece, il film è stato spesso un’operazione economica e finanziaria, sempre molto faticosa da mettere in piedi. E l’’affare’ film è abitato da personaggi che hanno poco a che fare col film, e moltissimo invece col dannato profitto. E quindi si creavano dei tempi lunghissimi, in attesa di coincidenze, di complicità, di accordi, di alleanze, di sodalizi”.
[federico fellini clown]
Pubblicato da sergio falcone a
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03/02/2013
Giuseppe Salvaggiulo,Schiavi moderni nell'inferno di Rosarno
VENERDÌ 11 GENNAIO 2013
Schiavi moderni nell'inferno di Rosarno
L'arrivo di milioni di lavoratori dal Sud del mondo crea in tutto l'Occidente sviluppato problemi che ricordano molto da vicino gli effetti terribili della rivoluzione industriale descritti da Marx nelle pagine del Capitale. Allora si trattava di contadini in fuga dalla miseria insostenibile delle campagne irlandesi, oggi di giovani africani, ma gli scenari non sono molto diversi (compreso il dilagare parallelo di xenofobia e razzismo). Se poi questo avviene in un paese disastrato come l'Italia, con uno Stato inefficiente e amministrazioni locali allo sbando, allora non si può che attendersi il peggio.
Giuseppe Salvaggiulo
Nell’inferno di Rosarno gli uomini sono tornati schiavi
Nel dormitorio abitano mille lavoratori. Le tende sono fatte con pezzi di plastica, spago, cartoni e lastre di eternit. Gli africani dormono su letti di terra pressata pronti a trasformarsi in fango alla prima pioggia. Cucinano riso e ali di pollo in bidoni di risulta. I bagni sono due fosse a cielo aperto.
Sbaglia chi dice che a Rosarno, tre anni dopo la rivolta dei migranti, le devastazioni, la controrivolta degli italiani, la caccia all’uomo e infine la deportazione dei neri, tutto è come prima. È peggio.
Gli africani sono di nuovo mille, come allora: arrivati in autunno, ripartiranno in primavera dopo aver raccolto agrumi a 25 euro al giorno, anche se adesso i padroni prediligono il cottimo che aumenta la produttività: un euro a cassetta per i mandarini e 0,50 per le arance, in ogni cassetta 18-20 chili di raccolto. Nel pieno della stagione lavorano trequattro giorni a settimana, a chiamata, versando tre euro al caporale che li carica all’alba sul pullmino. Nei giorni di magra girano in bici nella piana, fanno la spesa ai discount, cucinano riso e ali di pollo in bidoncini arrugginiti, si ubriacano di birra, litigano tra loro.
I due giganteschi dormitori nei ruderi delle fabbriche dismesse non esistono più da tre anni: uno chiuso d’imperio e abbandonato, l’altro demolito. Bisognava rimuovere, non solo psicologicamente. Ma la nuova favela tra Rosarno e San Ferdinando è, se possibile, ancora più raccapricciante. Lamiere di eternit recuperate in qualche cimitero industriale, di cui la Calabria abbonda, fanno rimpiangere gli scheletri di cemento e le pareti di ferro. Ora i tetti sono di cellophane, cartone, plastica di risulta. Come calcestruzzo uno spago di fortuna. Cumuli di terra pressata alti venti centimetri sorreggono i precari giacigli, pronti a inondarli di fango alla prima pioggia. I bagni sono in fondo a destra: due fosse larghe un metro scavate per quaranta centimetri nella terra, a cielo aperto e senza riparo alcuno. Nella tenda più grande, dieci metri per cinque, si contano non meno di cento posti letto tra materassi rancidi e brandine. Un odore indicibile. Non ci sono acqua, fogna, elettricità; solo immondizia a fare da sipario.
«Una cosa incivile, vergognosa, uno schifo», urla Domenico Madafferi, sindaco di San Ferdinando che, sulla base di una relazione sui requisiti igienici «praticamente inesistenti» e sulla «situazione dannosa per la salute» di «baracche fatiscenti» e «dimore abusive senza le condizioni minime di vivibilità» che «potrebbero essere focolai di infezioni», ha scritto di suo pugno un’ordinanza di sgombero. «Un modo per mettere Regione e governo spalle al muro, dopo inutili riunioni, appelli e solleciti scritti – spiega -. Ma non è cambiato nulla, solo promesse». Così ieri ha scritto la lettera al prefetto con cui si appresta a eseguire lo sgombero. Un’eventualità drammatica, «perché il ricordo di tre anni fa sarà niente rispetto a quello che potrebbe accadere se arriviamo con le ruspe».
Eppure in questo stesso posto, solo un anno fa, le autorità inauguravano un campo modello: 280 posti, ampie tende da quattro persone, stufe a olio, tv satellitare, bagni da campeggio, lampioni nei viottoli, rifiuti raccolti ordinatamente, mensa con cucina, presidio medico. Una Svizzera nella piana di Gioia Tauro. Il materiale era arrivato dal Viminale dopo l’interessamento del ministro per la Cooperazione Andrea Riccardi. La Regione aveva messo 55 mila euro per la gestione. La Provincia pagava la corrente elettrica. I sindaci Elisabetta Tripodi di Rosarno e Domenico Madafferi di San Ferdinando facevano il resto. Le associazioni di volontariato più diverse - cattoliche, laiche, evangeliche - si prodigavano per offrire assistenza, cibo, coperte grazie all’aiuto di migliaia di persone (altro che razzismo). La tendopoli si aggiungeva ai container installati nel febbraio 2011: 120 migranti in moduli da sei con cucinino e bagno in camera. Non solo si smantellavano gli ultimi ghetti, ma l’inedito «modello Rosarno» dava vitto e alloggio a ogni immigrato con 2 euro al giorno, contro i 45 spesi generalmente dalla Protezione Civile. E dunque, pur con numeri ancora insufficienti (400 posti, un terzo del necessario), in una terra dove lo stato di eccezione è permanente (qualche tempo fa i tre Comuni principali si ritrovarono contemporaneamente sciolti per mafia), aver messo tra parentesi l’emergenza pareva un miracolo. Invece a rivelarsi una fuggevole parentesi è stata proprio la normalità. Giugno 2012: finiti i soldi della Regione, la tendopoli viene chiusa e abbandonata, in attesa della nuova stagione agricola. In agosto i sindaci si rivolgono a Regione e governo: bisogna organizzarsi per tempo o tornerà il caos. Cosa che puntualmente accade: a fine ottobre, quando parte la raccolta dei mandarini, la tendopoli priva di gestore viene occupata e saturata dai migranti.
Nelle tende si sistemano in sei, ma non basta perché altri ne arrivano. I sindaci reclamano aiuto: non hanno soldi, strutture, personale per farcela. «Regione e governo latitano, il ministro Riccardi non risponde, solo la presidenza della Repubblica dà un segnale di attenzione comprando e mandando coperte, peraltro inadeguate», dice sconsolato il sindaco. In poche settimane anche la mensa diventa un maxi dormitorio. Non c’è più spazio e gli ultimi arrivati cominciano a costruire la favela contigua all’insediamento originario. Senza manutenzione, gli scarichi fognari non reggono a una popolazione quadruplicata, i container con i bagni diventano cloache inservibili, la cucina chiude, i cassonetti dei rifiuti esplodono. Basterebbero 50-70 mila euro per ripristinare la gestione della tendopoli in modo dignitoso, efficiente e controllato fino a primavera. Solo lo 0,000006% della spesa pubblica italiana e delle promesse udite tre anni fa. Ancora troppo, per Rosarno.
(Da: La Stampa del 9 gennaio 2013)
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01/02/2013
Paolo Bagnoli,chiudere l’eclissi del governo tecnico
chiudere l’eclissi
del governo tecnico
Se ci viene passata una battuta abbiamo avuto, in contemporanea, tanto per non farci mancare niente, sia l’uomo della Provvidenza, Mario Monti, che la donna della Previdenza, Elsa Fornero. I risultati sono sotto gli occhi di tutti!
di Paolo Bagnoli
Qualche settimana fa il presidente della Repubblica, non sappiamo se per prassi di ruolo o per convincimento, aveva raccomandato una campagna elettorale misurata. Con il massimo rispetto verso Giorgio Napolitano osserviamo, qualunque fosse la sua intenzione, che essa avrebbe, per forza, scontato un’ingenuità. I fatti dimostrano quanto non era difficile prevedere. Premesso che in ogni campagna elettorale, fisiologicamente, i toni si fanno sempre più alti del dovuto, come sarebbe stato possibile che, da un quadro politico fortemente anomalo e democraticamente alterato, potesse scaturire un clima di pacatezza? Lo svolgimento della campagna elettorale altro non è che l’epifania delle condizioni cui è giunto il Paese; siamo, infatti, convinti che le elezioni non rappresenteranno un passaggio ricostruttivo, ma solo uno ulteriore nello smottamento di un sistema che da tempo, troppo tempo, non è più tale.
Il contesto complessivo si è ulteriormente aggravato e non perché, siamo sinceri, Mario Monti dal governo ha fatto – cosa previdibilissima – una specie di partito, ma perché queste elezioni sono inficiate da un’improprietà politica, funzionale e gestionale, del governo tecnico espressosi in un’illogica superbia e ruvidità sapienziale che ha peggiorato il quadro d’insieme. Esso, già fortemente guastato, è stato aggravato per i metodi usati, l’arroganza nel porsi, il cinismo sociale applicato e la totale assenza di ogni intenzione politica: vale a dire, ricostruire un’idea dell’Italia e di come rifondare lo Stato avendo cognizione, come avviene peraltro in ogni altro Paese, della propria memoria storica. Un’operazione, quest’ultima, per cercare di riavviare il Paese chiudendo vent’anni di non politica i quali, inevitabilmente, hanno prodotto uno Stato che, evirato dalla dimensione della politica, naviga verso derive, ora cesaristiche, ora di una sapienza tecnica per di più aggravata da un ridicolo porsi. Come se la democrazia fosse frutto della Provvidenza.
Se ci viene passata una battuta abbiamo avuto, in contemporanea, tanto per non farci mancare niente, sia l’uomo della Provvidenza, Mario Monti, che la donna della Previdenza, Elsa Fornero. I risultati sono sotto gli occhi di tutti!
Naturalmente la Provvidenza di Monti, in un Paese in cui chiudono mille attività commerciali al giorno, non ha prodotto “provvidenze” visto l’accrescersi dell’impoverimento generale perché la tassazione è iniqua e perché il profilo finanziario ha sostituito quello politico.
Ora, tutti sanno che la “politica” è tale perché, di là delle misure che adottano coloro che sono chiamati a gestirla, si fonda su una concezione collettiva del Paese e non sugli interessi di un singolo comparto. Quando, poi, alcuni di questi interessi vanno in emergenza e in taluni momenti risultano preminenti, è doveroso affrontarli; sempre, però, nell’ottica della “coesione sociale” e non di particolarità esclusive; nello specifico, di genere finanziario.
Al corpo ferito e martoriato del Paese il governo tecnico ha causato ulteriori lacerazioni aggravando la deriva di allontanamento dallo spirito repubblicano della Costituzione; quello spirito che avevano assicurato al senso di essere della democrazia italiana i vecchi partiti politici – ed è un dato di fatto che quelli appaiono, alla luce degli odierni, addirittura meritevoli, nonostante i loro limiti.
Così, se l’unica proposta del raggruppamento montiano, ma soprattutto del suo leader, è di demonizzare Vendola e la Cgil, – la matrice berlusconiana non si smentisce e il marchionismo si palesa mentre Giorgio Squinzi ragiona con serietà e senso del Paese – e Berlusconi, da sconfitto storico procedendo brillantemente sui vecchi percorsi della sue pantomime, dice tutto e il contrario di tutto ringalluzzito com’è dal fatto che lo hanno resuscitato. Ed è poi veramente singolare la posizione del Pd il quale ha sostenuto Monti ac perinde cadavere ricevendone pesci in faccia a più non posso. Il Pd, infatti, ne ha votato tutti i provvedimenti antisociali, salvo dire un minuto dopo che non era d’accordo; alla fine è sceso in battaglia contro di lui pur auspicando un’intesa dopo le elezioni e pure parlando di “polvere sotto il tappeto”.
Monti si è arrabbiato. Bersani non ha detto di quale "polvere" di tratti, ma siccome la polvere non si accumula in un giorno, non poteva il Pd, che chiede “un po’ di lavoro” mentre tace sulla patrimoniale, cercare di alzare il tappeto invece di fare il soldatino ubbidiente agli ordini del generale incapace?
La questione della democrazia è del tutto assente. Non si capisce se interessa ancora a qualcuno. Sulla legge elettorale si è assistito, per mesi, a una commedia in cui ognuno voleva esattamente quello che è avvenuto: non cambiare l’ignominia calderoliana. Il tema nella campagna elettorale latita. Anzi, dimostrando carenza di senso dello Stato, il Pd ebbro delle primarie, le ha rappresentate come la risoluzione alla violenza costituzionale perpetrata, aggiungendo, così, alla gravità generale un’altra cifra di pericolosa confusione.
Ancora: la discriminazione verso gli operai è norma. E la norma, quella della legge vera, non sembra valere. La ripresa, tanto invocata, è solo il secondo tempo delle partite di calcio, mentre la corsa all’arricchimento personale, con lo scialo dei soldi destinati alla politica, sembra fenomeno così esteso che Tangentopoli recupera una dimensione strapaesana.
Potremmo aggiungere il progressivo smantellamento dell’università pubblica, lo stato delle scuole di ogni ordine e grado, parte della magistratura che appare sempre più come la necessaria scuola di formazione per entrare in Parlamento.
Il tutto rimbalza tra scandali, "retroscena" giornalistici, pollai televisivi, untuose e false dichiarazioni di europeismo, in un esplodere di quell’Italia provinciale, particolaristica, anticivica e dallo spiccato senso pezzentesco-proprietario che, liberata da ogni vincolo sia giuridico che morale, riemerge con forza: è l’ Italia della “desistenza” di calamandreiana memoria; quella stessa che ordì la pugnalata a Ferruccio Parri.
Cancellata l’idea fondante del partito politico come corpo che vive di gente e, quindi, fattore vivo della sovranità democratica, confermato un corpo rappresentativo imposto dalle oligarchie delle varie formazioni, demonizzato il sindacato e vessato il mondo del lavoro, considerato addirittura pestilenziale chi emblematizza in qualche modo la sinistra – ridotta al tardo bertinottismo di Vendola – in assenza di ogni contrafforto serio, come sarebbe un partito socialista finalmente degno di una gloriosa tradizione e di un’altrettanto gloriosa storia che il craxismo non ha sminuito pur portandolo alla tomba, l’Italia, scomparsa oramai anche la falsità del bipolarismo – falsità sì, perché quello italiano era solo lo scontro tra berlusconismo e antibelusconismo per la conquista del governo – queste elezioni appaiono destinate a non risolvere niente, se non a chiudere l’eclissi del governo tecnico. Che torni il sole, tuttavia, appare veramente improbabile.
15:42 Scritto da mangano1 in il punto, la critica | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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