20/08/2012

Ivan Pozzoni, Cinque "non-poesie"

SEGNALAZIONE DA ENNIO ABATE


mercoledì 11 luglio 2012

Ivan Pozzoni
Cinque "non-poesie"

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INTERVISTA AD UN MORTO AMMAZZATO

Il comitato di redazione m’ha affidato un incarico strano
correre, filosofo in bicicletta, lungo le piste ciclabili di Milano
nella speranza di sottrarre all’anonimato
l’intervista ad un morto ammazzato.

Cercando il cadavere d’un bandito,
la morte dell’uomo comune non è fatto gradito,
mi rifugiai al fresco d’un deposito mortuario,
interrogandone ogni misero affittuario,
e mi imbattei nel disdicevole pallore
delle incallite spoglie d’un rapinatore.

«Perché sei morto ammazzato»
chiesi al colpevole dell’antiestetico reato,
«non sei riuscito a farla franca
dopo la tua rapina in banca,
finendo vittima d’una revolverata
esplosa dalla guardia giurata?».

«Più che l’effetto d’una ferita»
narrò la salma risentita,
«fu la coscienza d’aver subito furto
che mi causò morte da infarto,
essendo vittima dello spavento
del rialzo dei tassi al 30%!»

Chi, abituato ai miei versi, attendeva una storia indigesta
troverà, in conclusione, una morale anticapitalista:
l’intervista a un morto ammazzato, a volte, chiarisce tutto
sulla difficoltà di distinguere tra vera vittima e vero farabutto.

SOLO LA MORTE POTRÀ FAR TACERE IL MIO CANTO

Solo la morte potrà far tacere il mio canto o una reiterata disoccupazione,
un crollo definitivo della borsa di Milano, l’inizio o la fine di un amore,
un mutuo e un affitto da versare.

Solo la morte potrà far tacere il mio canto, o due anni in cassa integrazione,
un immutabile destino ergastolano, l’incedere aggressivo di un tumore,
l’istinto a non cercar di non crollare.

Solo la morte potrà far tacere il mio canto o fantasie di beatificazione,
i moniti di un critico nostrano, i cicli d’un disturbo dell’umore,
l’idea di non dovermi mai fermare.

La morte farà tacere il mio canto insieme ad un miliardo d’altre cose,
non sono uomo da soccombere al millanto di scrivere in funzione d’altrui chiose,
né mai sarò costretto a vender all’incanto il mio diritto a non cantare in overdose.

FERMIAMO TUTTO!

Fermiamo tutto, vogliamo scendere dal treno
che arranca, fermata dopo fermata, arresto dopo arresto,
i binari non arrivano mai ad essere tangenti, alloggiati, senza comodità, sul carrozzone
di un ente statale, di un’azienda multinazionale, delle sedie di una riunione condominiale,
sul carrozzone di coda è meglio, dicono, nel caso di incidente avremo la fortuna
incontrovertibile di defungere di morte cerebrale.

Fermiamo tutto, vogliamo scendere dall’ottovolante,
che danza, e balla, e gira su se stesso, mettendoci a testa sotto, e a culo in fuori,
lontani dal vincolo del riflusso delle liberalizzazioni, libertà di uscire dal mercato del lavoro,
rifiutare corone d’alloro, ruttare a un concistoro,
contestando IVA, IMU, IRPEF, ILOR, TAV
Tavor e Serenase, assunti a urgente necessità a ogni smania di steccar fuori dal coro.

Fermiamo tutto, basta, stop,
ce lo chiede l’Unione Europea dagli angoli scuri d’un porno-shop,
ce lo chiedono milioni di barboni dalla società americana
lieti di accompagnarsi alle migliaia di nuovi soci della Caritas ambrosiana,
ce lo chiedono i docenti d’economia, i maestri di finanza,
disponibili a tradurre la disperazione della gente in ordinanza.
con l’obiettivo, finalmente, di delocalizzare dall’area ungherese
i centri di una grande industria, installandoli a Termini Imerese.

TOMBA D’IGNOTO

Cadavere n.2,
l’ombra dell’onda riflessa nella mia retina destra,
mani serrate ad afferrar sabbie mediterranee
indossate sotto bermuda rossi da surf.

Cadavere n. 7,
tentativi di urla smorzati alla bocca dello stomaco
cartine da hashish di Marrakech nelle mie tasche,
scarsi, i dirham, seminati tra borsello e calzoni,
mi condussero in bocca all’abisso.

Cadavere n. 12,
«Eloì, Eloì, lemà sabactàni»,
non ricordo chi l’urlava a chi
non essendo scritto nel Corano:
anch’io sono morto invocandolo invano.

Cadavere n. 18,
ritirata sulle strade tra le dune di Misurata,
in slalom assetato tra missili amici e nemici,
e morire d’acqua.

Cadavere n. 20,
benché i nomadi, come me, ondeggino
sulle navi del deserto, fluidità detonate,
mai s’abitueranno ad annegare.

Ogni tomba d’ignoto migrante
sussurra che è duro abbracciare
una morte che viene dal mare.

BALLATA DEGLI INESISTENTI

Potrei tentare di narrarvi al suono della mia tastiera
come Baasima morì di lebbra senza mai raggiunger la frontiera,
o come l'armeno Méroujan sotto uno sventolio di mezzelune
sentì svanire l'aria dai suoi occhi buttati via in una fossa comune;
Charlee, che travasata a Brisbane in cerca di un mondo migliore,
concluse il viaggio dentro le fauci di un alligatore,
o Aurélio, chiamato Bruna che dopo otto mesi d'ospedale
morì di aidiesse contratto a battere su una tangenziale.

Nessuno si ricorderà di Yehoudith, delle sue labbra rosse carminio,
finite a bere veleni tossici in un campo di sterminio,
o di Eerikki, dalla barba rossa, che, sconfitto dalla smania di navigare,
dorme, raschiato dalle orche, sui fondi d'un qualche mare;
la testa di Sandrine, duchessa di Borgogna, udì rumor di festa
cadendo dalla lama d'una ghigliottina in una cesta,
e Daisuke, moderno samurai, del motore d'un aereo contava i giri
trasumanando un gesto da kamikaze in harakiri.

Potrei starvi a raccontare nell'afa d'una notte d'estate
come Iris ed Anthia, bimbe spartane dacché deformi furono abbandonate,
o come Deendayal schiattò di stenti imputabile dell'unico reato
di vivere una vita da intoccabile senza mai essersi ribellato;
Ituha, ragazza indiana, che, minacciata da un coltello,
finì a danzare con Manitou nelle anticamere di un bordello,
e Luther, nato nel Lancashire, che, liberato dal mestiere d'accattone,
fu messo a morire da sua maestà britannica nelle miniere di carbone.

Chi si ricorderà di Itzayana, e della sua famiglia massacrata
in un villaggio ai margini del Messico dall'esercito di Carranza in ritirata,
e chi di Idris, africano ribelle, tramortito dallo shock e dalle ustioni
mentre, indomito al dominio coloniale, cercava di rubare un camion di munizioni;
Shahdi, volò alta nel cielo sulle aste della verde rivoluzione,
atterrando a Teheran, le ali dilaniate da un colpo di cannone,
e Tikhomir, muratore ceceno, che rovinò tra i volti indifferenti
a terra dal tetto del Mausoleo di Lenin, senza commenti.

Questi miei oggetti di racconto
fratti a frammenti di inesistenza
trasmettano suoni distanti
di resistenza.




* Ivan Pozzoni è nato a Monza nel 1976; si è laureato in diritto con una tesi sul filosofo ferrarese Mario Calderoni. Ha diffuso molti articoli dedicati a filosofi italiani dell’Ottocento e del Novecento, e diversi contributi su etica e teoria del diritto del mondo antico; collabora con numerose riviste italiane e internazionali. Tra le sue raccolte di versi: Underground (A&B, 2007, 8877281251), Riserva Indiana (A&B, 2007, 8877281448), Versi Introversi (Limina mentis, 2008, 9788895881003), Androgini (Limina mentis, 2008, 9788895881027), Mostri (Limina mentis, 2009, 9788895881126), Lame da rasoi (Joker, 2008, 9788875361914), Galata morente (Limina mentis, 2010, 9788895881225), Carmina non dant damen (Limina mentis, 2012, 9788895881638); ha curato le antologie poetiche Retroguardie (Limina mentis, 2009, 9788895881065), Demokratika (Limina mentis, 2010, 9788895881195), Tutti tranne te! (Limina mentis, 2010, 9788895881201), Frammenti ossei (Limina mentis, 2011, 9788895881362) e Labyrinthi [I] (Limina mentis, 2012, 9788895881669); . È direttore culturale della Limina mentis Editore; è direttore de L’arrivista - Quaderni democratici. In un’azienda della D. O. è logistico.


* Dichiarazione di poetica dell'autore
     La zattera della mia iniziativa artistica, intesa come «non-poesia» e come nuova forma di resistenza etica / estetica interessata a combattere vecchie e nuove forme di dominanza, naviga sulle distese marine della «liquidità» tardo-moderna, muovendosi nei limiti di una weltanschauung artistica totalmente democratica e attenta a sollecitare, nella vita di ogni uomo / artista, la fabbricazione di sistemi di valore idonei a rifondare un dialegesthai comune;

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