09/08/2012

Aldo Giannuli,La politica, il Pci ed il Pd

Unknown.jpeg La politica, il Pci ed il Pd Ho visto molti interventi assai aspri nei confronti di Nichi Vendola: accuse di basso opportunismo, tradimento, interessi personali e così via. Ho dovuto anche censurare tre post che esageravano, sfociando in apprezzamenti, epiteti, volgarità ed accuse da codice penale, per cui erano impubblicabili. In tre anni di vita di questo blog l’ho fatto solo altre due volte e per due pezzi diversi. Personalmente non credo che il problema si ponga in termini di tradimenti o interessi personali, ma, più semplicemente, che Nichi stia facendo una scelta politica che io ritengo fortemente sbagliata, ma questo non impedisce che se ne possa discutere con toni pacati. Dopo di che è possibile che abbia ragione lui e torto io, staremo a vedere soprattutto quando si andrà alla definizione del programma, se tutto non si risolverà in una raccolta di chiacchiere prive di qualsiasi significato reale come sono sempre stati i “programmi” del centro sinistra in questi 18 anni. Ne riparleremo. Sia la lettera a Nichi che il pezzo precedente sulla riforma elettorale hanno suscitato qualche reazione irritata di alcuni militanti del Pd che hanno reagito difendendo il proprio partito, accusandomi di ingenerosità e di una certa astrattezza (si sa… gli estremisti sono brave persone, ma non sanno fare “politica”). Prima di rispondere a queste critiche –peraltro prevedibili e previste- voglio dire che ho un grande apprezzamento per la base del Pd, che sicuramente è ancora il pezzo più numeroso di quel “popolo di sinistra” di cui mi sento parte e da sempre. Un po’ diverso è il discorso sul gruppo dirigente. Sono sempre stato in polemica con la Direzione del Pci, ma nella convinzione di essere all’interno di una stessa parte politica. Insomma, al pari di quello che dico poco sopra su Vendola, ci furono scelte politiche divergenti ma questo non significa che si trattasse di tradimenti. A dirla con le parole di quegli anni, Berlinguer, Amendola, Ingrao comunque erano per noi dei “compagni” (parola scomparsa dal vocabolario attuale, usata scarsamente persino in Rifondazione, ma che all’epoca aveva il valore di indicare l’appartenenza ad una comunità umana, i cui confini non erano segnati dalle tessere). Dopo il lungo travaglio degli anni ottanta, quando la strategia di lungo periodo del Pci venne irreparabilmente sconfitta (lo dico in particolare a Davide che parla come se il Pci fosse fra i vincitori), si aprì una rapida involuzione che portò alla trasformazione in Pds che fu molto di più del cambio di un nome. L’egualitarismo di classe, che era la ragione stessa di esistenza del Pci, venne abbandonato in cambio di una ambigua mistura fra il solidarismo cattolico ed il “liberalismo compassionevole”; ogni progettualità anticapitalista abbandonata esplicitamente, il primitivo classismo rimpiazzato da un esplicito interclassismo che poneva il Pds a destra delle socialdemocrazie, che qualche richiamo al mondo del lavoro l’hanno mantenuto. La svolta neo liberista venne accettata in pieno e, con essa, il quadro di compatibilità entro cui dovevano restare le scelte politiche. I dirigenti smisero (o ridussero molto) la frequentazione delle assemblee dei lavoratori, preferendo l’atmosfera più fine e spensierata dei salotti in cui si incontrano molti banchieri. Il Pci non si trasformò da comunista in socialista o laburista, ma in liberal-liberista. Anche la breve illusione di Paolo Flores D’Arcais -per pochissimo membro della segreteria nazionale- di fare del Pci una sorta di Partito d’Azione di massa, durò lo spazio di una estate. Il partito che ne usciva, non solo non era più comunista o socialista, ma, di fatto non si collocava nemmeno nel solco più generico della sinistra: per capirci, fatte le dovute ricollocazioni temporali, un partito come il Pds si collocava a destra di quello che era il vecchio Pri o la sinistra Dc, Ugo La Malfa ed Aldo Moro sarebbero stati più a sinistra. Naturalmente Occhetto, D’Alema, Veltroni avevano tutto il diritto di fare le scelte che hanno fatto ed anche qui non si tratta di “tradimenti” o di opportunismi personali, ma di opzioni politiche, ma di opzioni che collocarono il gruppo dirigente del Pds (ed a maggior ragione del successivo Pd) fuori da una qualsivoglia area di sinistra (comunista, socialista, libertaria, azionista, cattolica o repubblicana che sia). Definire Occhetto, Veltroni, Bersani, Renzi e D’Alema compagni? Credo si offenderebbero. Pensare che appartengano ad una comunità in qualche modo riconducibile al mondo dei lavoratori? Non lo dicono neppure loro. Ad usare ancora le categorie di classe (cui sono retrivamente attaccato: che volete? E’ l’età!) non mi pare che i summentovati leader militino da questa parte della barricata, ma dall’altra. La base no, ha continuato a prendersi in giro ed a pensare che il Pds-Pd sia un partito socialista che, magari per esigenze tattiche, non può dirlo. Anzi, in fondo in fondo, che si tratti pur sempre del vecchio caro Pci in uno dei suoi più riusciti travestimenti, insomma, il nuovo partito è una specie di fronte popolare raccolto intorno al vecchio e glorioso Pci. Ne fa fede, in questa sede, anche l’intervento di Davide che rivendica orgogliosamente per il Pd il titolo di “unico erede legittimo del Pci”. Che ne dice Davide se qualcuno affermasse che “Il Pd è l’unico erede legittimo della sinistra Dc”? O magari del Psi, visto che non mancano vecchi esponenti socialisti nel Pd e che, in più di una occasione, D’Alema ha detto che nel duello fra Berlinguer e Craxi ed aver ragione è stato il secondo. Pensare al Pd come ad una prosecuzione del Pci sotto altre vesti è una illusione ottica che è possibile coltivare solo a scopi autoconsolatori. La base del Pd (in particolare gli ex del Pci) non vuole guardare in faccia la realtà di un partito che è ben altro. Avete letto cosa dice Veltroni del Pci e del comunismo? E, tuttavia, elementi di continuità non ne mancano: la successione giuridica che fa di una fondazione in mano a dirigenti dell’ex Pds il detentore del simbolo e della sigla, la provenienza dell’ apparato funzionariale e del nucleo centrale del gruppo dirigente, la partecipazione di un pezzo rilevante della vecchia base comunista. Tutti elementi che dimostrano che, nonostante la soluzione di continuità, il Pd è “figlio” del Pci. Ma non tutti i figli riescono bene, ce ne sono anche di degeneri, malnati, debosciati. Il Pci fu un grande partito di massa capace di raccogliere ed organizzare milioni e milioni di lavoratori, di comprenderne le esigenze più vive e trasformarle in rivendicazione e proposta politica (non sempre felice, ma sempre radicata nel rapporto quotidiano con il suo popolo). Qualcuno, che sia in buona fede, pensa di poter dire questo del Pd? Il Pci fu un grande produttore di cultura politica con decine di riviste, case editrici, centinaia di convegni e soprattutto una continua opera di formazione dei suoi militanti. Sapete indicarmi quale è la produzione di cultura politica del Pd? Ma, più ancora, sapete dirmi quale è la cultura politica del Pd ed i suoi testi di riferimento? Il Pci fu protagonista di grandi lotte che produssero grandi conquiste sociali (la legge sulla giusta causa, la difesa e la crescita dei salari, la normativa sul diritto alla salute in fabbrica, l’abolizione del confino di polizia tanto per citare a casaccio le prime cose che mi vengono in mente). E si consideri che il Pci al governo non andò mai. Sapete dirmi quali sono le grandi conquiste ottenute dal Pds-Pd e le riforme che ha fatto quando è stato al governo? Forse il pacchetto Treu che liquidava le garanzie precedenti spalancando le porte al precariato? O forse la finta riforma del servizi segreti del 2007 che sancisce il diritto di fare reati per gli 007? O forse l’adesione all’Euro che ci ha portati a questa situazione di asfissia economica? Ma, più di tutto, la “riforma elettorale “ del 1993, unico colpo di Stato riuscito della storia repubblicana, che ha avviato la liquidazione della Costituzione e ci ha regalato il ventennio berlusconiano. In due volte che il Pds-Pd ha avuto la maggioranza parlamentare, non è riuscito nemmeno a fare una decente legge sul conflitto di interessi o una riforma dell’emittenza televisiva. Il bilancio è questo. E, tuttavia, di tratti di somiglianza con il padre Pci, il Pd ne ha. In primo luogo la concezione del partito come partito di apparato, di politici di professione che hanno delega piena, totale ed irrevocabile e che nessuno chiama mai a rispondere neppure in caso di disastrosa sconfitta (malattia comune anche all’altro “figlio” del Pci, Rifondazione). Ne consegue che la base è chiamata sempre alla difesa strenua e senza dubbi del gruppo dirigente. Chi critica il gruppo dirigente è un elemento antipartito, che non vuole che il partito vinca. E siccome –altro tratto di sciagurata continuità con il costume del Pci- il partito è gladium Dei, le sorti della democrazia, del progresso, delle classi popolari, si identificano con quelle del partito, qualsiasi cosa esso faccia. Ne consegue che chi critica il partito, dentro o fuori che sia, non è nemmeno uno di sinistra, è uno che fa il gioco dell’avversario. I più clementi fra esponenti e militanti del Pci-Pds-Pd, riconosceranno con qualche condiscendenza che magari alcune critiche, soprattutto se provenienti da “intellettuali”, forse hanno un fondamento, ma sono cose astratte, generiche, in definitiva “impolitiche” perché, ça va sans dire, la politica è fatta dagli uomini del Pci-Pds-Pd che sanno cosa significa negoziare, come fare alleanze, come manovrare e che, all’occorrenza, non hanno timore di sporcarsi le mani (salvo poi attaccare la litania del partito dalle “mani pulite”). Può darsi che il difetto di alcuni –fra cui chi qui scrive- sia una certa incapacità di fare “politica”, tutto sta a capirsi su cosa significa fare politica. Io credo che fare politica significhi avere una cultura politica che ispira una strategia, da cui ricavare un progetto intorno al quale acquistare consensi per poi mediare con gli altri; dunque concludere alleanze tattiche conseguenti ed essere tempisti. C’è invece chi pensa che la cultura politica sia solo ideologia e possiamo farne a meno; che, in fondo anche la strategia è una gran perdita di tempo, in un mondo che cambia di ora in ora. E, quindi, anche il progetto deve ridursi, limitarsi a pochi vaghi cenni tanto per presentare un simulacro di programma. E se il programma è assai vago non ha senso neppure mediare: di volta in volta vedremo di fare qualcosa, sulla base di un do ut des fra ceti politici. Il consenso lo otteniamo andando da qualche bravo professionista di campagne pubblicitarie (in fondo anche un partito è un “prodotto” da piazzare sul mercato). Quanto alla tattica si tratta solo di sommare un po’ di sigle e ceti politici per fare maggioranza ed andare al governo. A fare che? Non fate domande oziose… Ecco, se fare politica è solo tatticismo, siamo d’accordo: quelli del Pd sanno fare politica. Poi, comunque vada, alla base è chiesto di fare quadrato fermo e compatto intorno al gruppo dirigente, senza alcuna possibilità di critica. E questo ha una ulteriore conseguenza logica: la base non sceglie il gruppo dirigente, lo ratifica. Il suo ricambio avviene per cooptazione, dall’interno, poi tutto viene messo in bella copia da una qualche liturgia congressuale (altra malattia comune a Rifondazione). Ed ovviamente, questo determina anche una solerte e pomposa incapacità di autocritica: il partito (il suo gruppo dirigente) ha sempre ragione, per definizione. Ma allora come giustificare le sconfitte? Semplice: è colpa degli altri. E’ colpa degli avversari che hanno giocato sporco con le stragi, con la corruzione, con i brogli, con il clientelismo. E’ colpa degli altri partiti che non hanno voluto allearsi ed hanno preferito altri (poi non si capisce perché socialisti, repubblicani, cattolici, estrema sinistra ecc. avrebbero dovuto per forza scegliere l’alleanza con il Pci). E’ colpa di chi sta fuori del partito e non ha capito che bisogna stare nel partito, per portare avanti le proprie idee (salvo il fatto che poi, una volta entrati, l’unica cosa che si ha il dovere di fare è difendere le idee del gruppo dirigente). Ed, alla fine, diciamolo, la colpa è degli elettori che hanno votato altri perché sono una massa di deficienti quando non sono corrotti. Mai che si sia sfiorati dal dubbio che forse non si è colta l’evoluzione della società, che forse non si sono capite le istanze di alcuni nuovi soggetti sociali o che si sia stati troppo arroganti con gli alleati o troppo cedevoli con le controparti. Oppure, più semplicemente, che si sia governato con i piedi nelle occasioni che si sono presentate (e pensiamo ai governi prodi, D’Alema, Amato). Tutto questo non conta, l’orgoglio (la boria) di partito non ammette riconoscimento di errori o insufficienze. Per il resto, tutto sarà sanato dalla soddisfatta celebrazione della propria forza organizzativa, prova suprema della bontà della propria linea. Gramsci è stato il pensatore politico più frainteso della storia: l’egemonia, di cui parlava, è stata ridotta ad un mero fatto muscolare, a chi ha l’organizzazione più potente. Intendiamoci: l’organizzazione serve e non può essere surrogata dai pur necessari movimenti sociali spontanei, ma, a sua volta, non può sostituire l’egemonia culturale e la linea politica. Un apparato non è una linea. Questa bolsa apologia della forza organizzativa fu uno dei grandi drammi del Pci, la droga che bloccò ogni tentativo di riflessione su come stava cambiando la società italiana e sull’ inadeguatezza della sua politica. L’esito fu la sconfitta definitiva degli anni ottanta. Ma, pur essendo stata una terribile deviazione, tuttavia aveva dalla sua una effettiva forza organizzativa, una disponibilità alla militanza spesso spinta sino all’abnegazione di centinaia di migliaia di uomini e di donne e, soprattutto, di tantissimi giovani che promettevano di proiettare il partito nel futuro. Diciamolo: in quell’errore, pur grave, c’era una grandezza morale. Ma il Pd ha ragione di celebrare questa sua supposta forza organizzativa? Della grandezza morale non ne parliamo proprio. Dal punto di vista degli iscritti, ne ha un terzo di quelli che aveva il Pci, soprattutto con una media di età decisamente più alta di quella che era del Pci. Dal punto di vista elettorale, nel 2008 il Pd ha avuto il 33% dei voti, quasi la stessa cifra ottenuta dal Pci nel suo momento migliore, però, dentro quel 33% ci sono anche pezzi di elettorato che furono del Pri, del Psi, della sinistra Dc. La sinistra (Pci, Psi, Estrema Sinistra ed, all’epoca, i radicali) nel 1976, nel 2008, mettendo insieme Pd, Idv, Sinistra arcobaleno, radicali e Socialisti si rimane sotto il 45, nonostante gli apporti da Pri, Dc e Psi ed inoltre, consideriamo nel conto l’Idv che è una sinistra sui generis. Nel 1976, le forze che si riconoscevano nei valori della Costituzione repubblicana, almeno nominalmente, totalizzavano oltre il 90% dei voti, nel 2008 le forze dichiaratamente ostili alla Costituzione hanno totalizzato quasi il 50%. Vi sembrano i dati di una vittoria? Ma, ultima riflessione, il Pd nel 2008 ottenne il 33% su circa 36 milioni di elettori, pari a poco più di 12 milioni di voti. Nelle successive elezioni europee e regionali il partito si è collocato intorno al 26-27% su meno di 35 milioni di elettori. Stando alla proiezione degli ultimi risultati amministrativi, il Pd si attesterebbe su una percentuale leggermente inferiore ma su un totale di votanti decisamente inferiore. Fatti i dovuti conti, si tratterebbe di circa 8 milioni di voti: 4 in meno del 2008. E’ stato perso un elettore su tre ed i sondaggi indicano una ulteriore tendenza al ridimensionamento. Vi sembrano dati confortanti? Compagni della base del Pd, quando vi svegliate? Aldo Giannuli

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