01/07/2012
WALTER BENJAMIN - SULL'APPARENZA (1922)
WALTER BENJAMIN - SULL'APPARENZA (1922)
pubblicata da Vladimir D'Amora il giorno sabato 30 giugno 2012 
Sull' "apparenza"
Non tutto è possibile, ma l'apparenza di tutto Hebbel
Apparenza che bisogna scandagliare (ad es.: l'errore)
che bisogna {fuggire (ad es.: la sirena)
cui non bisogna fare attenzione (ad es.: l'arqento vivo)
Altre classificazioni dell'apparenza:
Apparenza dietro la quale si nasconde qualcosa (ad es.: I'apparenza
seducente: la {igura femminiìe della leggenda medievale,
il cui dorso è divorato da vermi, mentre la parte anteriore
ha un bell'aspetto)
dietro la quale si nasconde il Nulla (ad es.: fata mor
gana anche chimera?)
Connessione dell'apparenza con il mondo del visivo. Esperimento eidetico: un tale atrraversa la strada e dalle nuvole gli appare, inclinata verso di lui, una carrozza con quattro cavalli.
In un'altra occasione ode invece risuonare dalle nuvole una voce che gli dice: "Hai dimenricato a casa il tuo portasigarertte". Se nell'analisi di entrambi i casi non è presa in considerazione la possibilità dell'allucinazione - dunque di un fondamento soggettivo per l'apparenza -, ne risulta che nel primo caso è pensabile che dietro al fenomeno stia il Nulla, mentre nel secondo caso ciò non è pensabile. L'apparenza in cui si manifesta il Nulla è l'apparenza piú possente, la propria. Questa è dunque pensabile soltanto nel visivo.
L'oggetto intenzionale, che si manifesta come apparenza sulia base di cause soggettive (ad esempio le allucinazioni), ha autentico carattere di apparenza? E, in caso "affermativo", ha lo stesso carattere della pura e oggettiva appatenza?
"En y allant nous avons apercu au bout de la rue des Chainones, faisant vue d'optique, les tours jumelées du vieux Saint-Etienne (l'Abbaye-aux-Hommes) voilées d'une brume qui les rendait plus belles; car les voiles embellissent tout ce qu'ils cachent et ce ou'ils révèlent: - femmes. horizonts et monuments!" (D'AurevilIy Memoranda, p. 227 .
La definizione che Nietzsche dà dell'apparenza nella Nascita della tragedia.
(In ogni opera e in ogni genere di arte è presente la bella apparenza; tutto ciò che nell'arte è bello si deve ascrivere alla bella apparenza) Fra tutte le forme dell'apparenza, questa bella apparenza è una forma da distinguere con esattezza. Essa non si trova solo nell'arte, ma tutto ciò che nell'arte è propriamente bello, deve esserle ascritto. D'altra parte - dentro come {uori dell'arte - solo il bello può esserle ascritto, niente di brutto, nell'arte o altrove, quand'anche si tratti di apparenza, è parte della bella apparenza. Esistono diversi gradi della bella apparenza, una scala, che non è determinata dalla maggiore o minore bellezza in essa presente, ma dal suo carattere piú o meno apparente. La legge di questa scala è non solo fondamentale per la dottrina della bella apparenza, ma anche essenziale per la metafisica in generale. Ciò significa che, in ogni configurazione della bella apparenza, I'apparenza è tanto maggiore quanto piú si mostra vivente. Con ciò è possibile determinare a partire dall'apparenza l'essenza e i confini dell'arte, come pure una gerarchia possibile delle sue forme.
Nessun'opera d'arte può apparire assolutamente vivente senza diventare mera apparenza e cessare di essere un'opera d'arte. La vita che in essa trema deve mostrarsi irrigidita e come fissata in un istante. La vita che trema nell'ooera è la bellezza. I'armonia che pervade il caos e trema solo in apparenza.
Ciò che impone un arresto a questa apparenza, fissa la vita e tronca la parola all'armonia, è il privo di espressione. Quel temare costituisce la bellezza, questo irrigidimento la verità dell'opera.
Infatti, come l'interruzione mediante una parola di comando riesce a trarre fuori la verità dal discorso di un bugiardo, nel punto in cui l'interrompe, cosí il privo di espressione costringe l'armonia tremante a fermarsi e, attlaverso la sua obiezione, rende eterno questo suo tremare.
In questo suo essere eternato il bello deve rispondere di sé, ma in questo rispondere di sé appar ora interrorto.
Il privo di espressione è quella potenza critica che, se non riesce certo a separare nelI'arte l'apparenza dal vero, vieta però loro di mescolarsi.
Questo potere esso ha, però, come parola morale. Nel privo di espressione si mostra la sublime potenza del vero, cosí come esso determina, secondo le leggi del mondo morale, il simbolismo del mondo esistente.
La vita tremante non è mai simbolica. poiché è priva di forma, ancor meno lo è la vita bella, poiché è apparenza. Ma proprio la vita fissata, in quanto irrigidita e mortificata, può ben accennare al simbolico. Lo fa grazie al potere del privo di espressione. - Il privo di espressione, infattí, spezza ciò che in ogni bella apparenza ancora sopravvive come eredità del caos: la totalità falsa, bugiarda, ingannevole, in breve, la totalità assoluta. Essa soltanto porta a compimento l'opera, riducendola a un pezzo, all'infima tótalità dell'apparenta, che è un grosso frammento dél mondo vero, frammento di un simbolo.
15:54 Scritto da mangano1 in immaginario politico | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | OKNOtizie |
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Commenti
Salve, esiste il testo in inglese di questo articolo? Grazie.
Forse può interessarti questo bel documentario su Walter Benjamin: https://vimeo.com/26821212
Servirebbe aggiungere i sottotitoli in inglese.
Scritto da: Giuseppe Calamita | 04/07/2012
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