15/05/2012

Freddy Nietsche, Si fa ma non si dice

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In queste settimane il giornalismo italiano ha partorito un vero mostro ideologico, un falso che non si può punire con il codice penale, ma meriterebbe una riflessione deontologica profonda; anzi, siccome “deontologica” fa pensare a carte bollate e ordini professionali, diciamo che ciò che meriterebbe è una riflessione etica, morale, da parte di chi per mestiere dà informazioni al pubblico. Sto parlando del legame tra crisi economica e suicidi: quell’idea che sta alla base di decine di articoli, servizi al telegiornale, post, dibattiti televisivi in prima e seconda serata secondo cui i debiti legati alla crisi economica, e in particolare le cartelle esattoriali, porterebbero sempre più italiani a suicidarsi.Ora, per prima cosa è il caso di ricordare che le tasse di cui si parla sono riferite verosimilmente a introiti che risalgono al periodo in cui il presidente del consiglio era Berlusconi, e non alla fase di austerità legata al governo Monti, ché le tasse si pagano un po’ dopo l’emissione delle fatture. Ma questa sarebbe una sciocchezza. Il problema è più profondo, come ha scritto qualche giorno fa Filippo Facci, spingendomi in questa sera già triste di suo a scrivere le parole che state leggendo.
Il primo punto è che la notizia è falsa: non c’è un boom dei suicidi in Italia. È intrigante l’idea che possa esistere un modo così netto, chiaro e assoluto di esporre un problema sociale su cui da mesi si spinge sul pedale del cataclisma: che ci sia un esito mortale, il più inaccettabile degli effetti di qualsiasi politica, quello più impermeabile al ragionamento. Purtroppo per chi da qualche settimana ci marcia, il suicidio non è l’effetto di questa crisi, di Equitalia, del rigore o dei pochi ammortizzatori sociali. Il mestiere di un bravo giornalista dovrebbe essere quello di cercare meccanismi complicati e capire come funzionano rendendoli comprensibili, non inventarsi soluzioni semplici per tagliare la testa al ragionamento. Perché per quello, per il pensiero automatico, ci sono le leggende metropolitane. E le leggende metropolitane non hanno bisogno di ordine e cassa previdenziale.
Nel nostro cattolicissimo paese non ci si occupa quasi mai di numeri, e si considera la scienza solo una delle opzioni possibili. Quindi se l’ISTAT dice che non è vero che i suicidi sono aumentati, figurati, è un punto di vista. Poi quando ci si occupa di disturbi mentali lo si fa con fastidio, come se l’animo (se non l’anima) non potesse essere fatto di chimica, ma dovesse rispondere sempre e solo al senso del tempo, alla contemporaneità. Si fatica a credere che il malessere possa dipendere da una quantità e un tipo di variabili di cui non si possa parlare in quelle dieci, docili pagine che sui quotidiani sono dedicate al dibattito politico. E tutto, compresi quelli che si ammazzano, non può che essere meritevole del commento di un deputato, tre sottosegretari, un senatore e due vicesindaci. L’idea di chiedere a uno psichiatra risulta noiosa, viene percepita come pesante, incapace di far girare la notizia, rimbalzare da una testata all’altra.
Perché se avessero chiesto a chi tutti i giorni si occupa di gente che quando va male si ammazza: allora avrebbero scoperto che le ragioni sono moltissime, ma la prima è quasi sempre la fine dell’equilibrio. Certo, c’è Monicelli, ci sono i suicidi lucidi di chi evita una morte lenta e dolorosa, senza dignità. E c’è, ci tengo a dirlo, tutta la libertà di ciascuno di disporre del proprio corpo.
Ma il punto è che chi si ammazza vede una strada dove una strada non c’è, e per le ragioni più diverse, dolorose, drammatiche e complicate. Se fossero i soldi il problema, in Scandinavia ci si ammazzerebbe poco, e in Burkina Faso moltissimo. Non è così. Come dicono psicologi e psichiatri – e come un pudore questa volta sano ha sempre spinto i cronisti a fare – di come, quando e perché qualcuno si è ammazzato non si deve parlare. Perché altri disperati, che per istinto di sopravvivenza o paura non hanno ancora considerato quella soluzione, saranno portati a credere, sentire, avere la sensazione netta che allora in fondo anche quello sia un modo, una strada percorribile per porre fine ai problemi.
Il suicidio non è sinonimo di eroismo, di trincea, di battaglia sana contro un nemico sordo e cieco. Il suicidio è la sconfitta di un individuo. A molti nostri connazionali può sembrare strano, ma non tutto ha a che fare con il sindacato, la società liquida, Corrado Passera o la fine delle ideologie. Ci sono anche le persone.

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