30/01/2012

Eugenio Grandinetti, Questa Calabria che ci sta nel cuore

caro attiliovedo che partecipi anche ad incontri per far conoscere la poesia.se lo ritieni opportuno,io sarei disponibile a far conoscere la poesia di franco costabile,allievo di ungaretti e che ha scritto poesie notevoli che rendon conto del rapporto ambivalente con la sua terra d'origine (la calabria):Anch'io,migrante calabrese,sento fortemente il legame con la mia terra di origine nonchè i problemi di tutti i migranti.allego una mia recente poesia sull'argomento .cordialmente eugenio

 

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Questa  Calabria che ci sta nel cuore
come una spina e duole
e più ci si agita e più s’infigge fonda
nelle carni e ci tormenta
come il pensiero di un figliolo infermo
che si lamenta ma non vuol guarire;
questa  Calabria,pendulo
sfasciume tra due mari,tormentata
da frane ed abbandoni,arsa
d’incendi a monte e deturpata
da case di vacanza alla marina,
fitte come in città,con scarichi
fognari al mare;
questa Calabria che non sa capire
che pubblico vuol dire di ciascuno,
che eleggere non sta a significare
consegnar nelle mani di qualcuno
che ci prometta appoggio personale,
la gestione dei beni collettivi,
ma significa scegliere tra tanti
coloro che ci paiono i migliori
per idee,competenza ed onestà.
….
Dai boschi della Sila,dai dirupi
dell’Aspromonte,dalle Serre rigate dai torrenti
dal Pollino dormiente e dai rilievi
sovrastanti le coste del Tirreno
i fiumi s’affrettano a raggiungere
il mare,
perché anch’essi non vogliono restare
in questa terra dissennata e scelgono
di dissolversi in acque  inquiete,dove
venti e correnti tra di loro lottano
generando marosi che s’abbattono
ostili contro le coste,o che si fanno
acque stagnanti di bonaccia,dove
gli eventi imputridiscono. Anche gli uomini
che nel tuo seno nascono s’affrettano
presto  a lasciarti per andare
lontano da te,lontano dai tuoi monti
magari oltre i confini o anche
oltre gli oceani
tra gente estranea ostile che li guarda
come intrusi che portano disordine
e malattie,che rubano il lavoro,
non uomini uguali agli altri ma piuttosto
babis,dago terrun,comunque gente
da evitare,gente
senza coscienza e senza dignità.;
o se non possono o non sanno osare
di andare alla ventura,col pericolo
di non trovar lavoro e di dovere
tornar sconfitti,vendono la vita
per il salario magro
di poliziotti al servizio dei padroni,
di guardie  carcerarie o addirittura
di soldati mercenari,
che per ipocrisia chiamiamo volontari
e mandiamo lontano a sostenere
guerre di pace,esposti
 all’odio di coloro
 che nelle loro terre lottano
contro interessi che a noi sono estranei:
E se ci lasciano la vita- e solo allora-
sono considerati eroi e meritevoli
del funerale a spese dello Stato
con la partecipe commozione
delle autorità civili e militari
che pure si dovrebbero sentire
responsabili di queste guerre inutili
dove quelli che muoiono non sono
loro né i loro figli,
e quelli che rimangono e che soffrono
per la morte dei loro familiari
non sono certo quelli che decidono
della sorte degli altri,ma sono gli umili
che accettano il pericolo
di morire pur di sopravvivere.
Ed anche oggi
nuovi migranti partono,abbandonano
il loro paese
che ora compiangono e che rimpiangeranno
stranieri ormai per sempre:nelle terre
che mal li accolgono e anche in quella
che era la loro terra,perché altrove
si svolge ormai la loro vita,lontano
dalle loro radici,lontano
dalla loro adolescenza. Certo avranno
altri amici,ma non quelli
degli anni ancora acerbi,quelli
 dei giochi dell’infanzia
con cui ci si scambiavano speranze
di una vita piena di glorie
e di soddisfazioni.
E ci saranno pure altre speranze
ma anguste ormai e senza più stupori,
e i luoghi del passato non saranno
più luoghi della memoria,ma memorie
di un paradiso ormai perduto.
E invece continuerà ad essere reale
questa Calabria di cui noi vediamo
il suolo franare a valle e gli uomini
perder fiducia in sé,non essere
più popolo consapevole,ma sentirsi
clienti e sudditi che si affidano
alla furbizia e non all’intelligenza,
che s’ingegnano a cercare
mezzucci e protezioni,
invece di difendere
il diritto di vivere;che vivono
sempre nel timore
di dispiacere a quelli che comandano
ed anche a quelli che pensano che essere
veri uomini stia a significare
imporsi con la violenza  ed ottenere
il silenzio omertoso e l’ubbidienza.
 
Questa Calabria amara a cui ci chiama
la nostalgia,che non è che dolore
del ritorno negato ad un passato
ormai remoto,ad una vita          
più partecipe ,forse,
pure se come ora
per sopravvivere occorreva andare
oltre i confini
del proprio paese,oltre i monti e magari
oltre gli oceani,per diventare
babis,dago,terun,e per sentire
sempre il dolore della nostalgia
di questa Calabria che ci sta nel cuore
come una spina e duole.


 

"Antonio GRAMSCI “Odio gli indifferenti.

 

 

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 Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo? Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”. 11 febbraio 1917"

Felice Accame, Revisionismo e ideologia della fondazione del sapere

INtroduzione al dibattito con Ennio Abate (Libreria Odradek, Milano,   26 gennaio 2012).

1.
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Per analizzare il significato delle pratiche che vengono designate come “revisionismo storico”, occorre comprendere qual è stato il nodo cruciale dei problemi posti sul tappeto della Seconda Internazionale – che viene fondata nel 1889.

Nell’introduzione al saggio di Marx, Le lotte di classe in Francia, dal 1848 al 1850, ripubblicato, Engels dice che la classe operaia avrebbe potuto condurre la sua lotta politica utilizzando le istituzioni della borghesia (libere elezioni, azione parlamentare e legislativa)  fino al momento della crisi conclusiva – allorché la borghesia e il proletariato avrebbero giocato il tutto per tutto e avrebbero fatto ricorso alle armi.

E’ evidente che, se lo scontro conclusivo – il ricorso alla violenza – è rimandato sine die, resta il dato di fatto che la Seconda Internazionale si trova a dover combattere sul terreno della democrazia rappresentativa.

Nella raccolta di saggi intitolata I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia, il tedesco Eduard Bernstein prende le mosse da queste constatazioni e sviluppa ulteriormente l’ipotesi di Engels. Dice che la classe operaia può giungere al potere conquistando la maggioranza parlamentare senza trovare – per forza di cose – un’opposizione della borghesia. Con ciò, dunque, apporta una “revisione” fondamentale al pensiero di Marx – e, da quel momento, viene bollato, da parte dei marxisti ortodossi, come “revisionista” chi nega la necessità storica della violenza rivoluzionaria per sancire il passaggio dal capitalismo al socialismo.

2.

A condizioni mutate (qual è il paradigma marxista oggi e chi ne è davvero paladino ? Abate giustamente si chiede: di quali revisionismi parliamo; da quale posizione parliamo parlando di revisionismo – perché, nota, i nostri valori sono andati in crisi -; sono normali modi di fare i conti con il passato – si dice: però alcuni li facciamo nostri, quali ? e altri no, Nolte, per esempio), il termine è stato poi utilizzato per bollare altre revisioni – per esempio quelle relative alla storia della Seconda Guerra Mondiale – Olocausto compreso - e alla Resistenza italiana contro il fascismo e il nazismo.

3.

Il morfema conclusivo, “-ismo” connota negativamente. Dalla seconda metà dell’Ottocento ai primi anni del Novecento è tutto un fiorire di opposizione a tutti gli –ismi, che vengono interpretati come designazione di un fideismo assoluto in un paradigma determinato – rappresentato, a volte, da un “sacro testo”.

Messe così le cose, il problema si espande e si complica.

4.

Storia della filosofia alla mano, pare arduo definire natura e compiti della scienza. Perlopiù ci si prova ad assegnarle il compito di rappresentare la “realtà” così come essa è, la realtà vera, la realtà oggettiva. Tuttavia è subito evidente come questo compito sia privo di senso, perché nessuno di noi può uscire da se stesso e vedere come stanno le cose in quanto tali – ogni cosa è, comunque e sempre, il risultato della percezione di qualcuno. Il “conoscere” della teoria della conoscenza, allora, è una metafora – e una metafora irriducibile senza prima o poi pervenire ad una contraddizione: non posso aver garanzia alcuna dell’uguaglianza tra il risultato di una percezione posta al mio interno e quello di un non percepito da nessuno.

5.

Da ciò proviene anche una divisione fra scienze – quelle sicure, o “più sicure”, e quelle meno sicure – da una parte le scienze “fisiche” e dall’altra le scienze “umane” -, compresa la differenza tra scienza e storia.

Da ciò proviene anche la diatriba circa la datazione della nascita della scienza più sicura – tra chi la vorrebbe nata nel periodo ellenistico della Grecia antica, chi la vorrebbe nata con il metodo sperimentale attribuito a Galilei e chi la vorrebbe vincolare a quella o a quell’altra novità nella storia del pensiero.

6.

Se, contrariamente ad una tradizione “essenzialista” e ad una visione passivista dell’essere vivente (non solo umano), non ci chiedessimo “cos’è la scienza”, ma, più semplicemente, tramite quali operazioni la costituisco non ci imbatteremmo in una contraddizione. Ma dovremmo rinunciare a qualche nostra pretesa.

7.

La procedura scientifica si costituisce tramite tre fasi operative: la prima è quella in cui viene mantenuto fermo qualcosa, sottratto allo scorrere del tempo e assunto a paradigma; la seconda è quella in cui, da un confronto con il paradigma, qualcosa viene considerato differente; la terza è quella in cui viene individuata una terza cosa per colmare la differenza – è qui che si parla, allora, della sanatura della differenza da un paradigma.

8.

Da questo punto di vista, risulta allora evidente che ogni scienza ha qualcosa in comune con tutte le altre e che ciascuna ha pari dignità.

9.

Ma, trattandosi sia il paradigma, che la differenza e la sanatura del risultato di operazioni mentali, risulta altresì evidente che dobbiamo rinunciare ad ogni certezza, ovvero ad ogni tentativo di fondazione del sapere. In questo senso, il sapere costituisce un sistema sempre aperto e sempre passibile di modifiche ovvero di revisioni. Nuovi costituiti e nuovi rapporti posti fra loro esigono ovviamente di non contraddire i costituiti e i rapporti reciproci posti in precedenza. Il sapere dell’uomo tende alla coerenza – più aumentano le comunicazioni più devono potersi riferire ad un patrimonio comune tra chi comunica – e, a volte, per realizzare questo obiettivo, storia della scienza alla mano, alcuni paradigma diventano così ingombranti da dovercene sbarazzare sostituendoli con paradigmi nuovi (sistema tolemaico, sistema copernicano, teoria della relatività einsteiniana e meccanica quantistica costituiscono esempi storici di questa necessità) pena convivenze impossibili o incompatibilità che, se in società molto divise sul piano fisico potevano anche essere sopportate senza dare origine a conflitti, nella società tendenzialmente globalizzata e globalizzante di oggi comporterebbero traumi eccessivi.

10.

Rivedere, dunque, non solo è legittimo ma – nella misura in cui l’ideologia realista trascende il singolo e si traduce in un’opzione politica autoritaria -, di principio, è doveroso. Fa parte dell’impegno dell’individuo ad arricchire la conoscenza propria e quella altrui. E tuttavia rivedere è difficile. “Rivedere stanca”, si potrebbe dire parafrasando Pavese.

Perché ? Per via delle categorie utilizzate – soggette ad evoluzione come le parole sono soggette a metaforizzazione - e dello scivolamento semantico. Per l’esemplificazione, qui, non c’è che l’imbarazzo della scelta: c’è il caso del “rinascimento”, quello del “risorgimento italiano”, quello della “resistenza”, quello dell’”ingerenza umanitaria”.

E c’è il caso – ne scelgo uno sulla cui genesi posso dire qualcosa – di Eugenio Colorni – citato in un saggio  di Pietro Pittini, Riabilitazioni impossibili – dove lo si cita in riferimento ad uno dei tanti delitti della banda Koch – delitto avvenuto il 28 maggio del 1944, a Roma.

11.

La storia del caso Colorni e del revisionismo che ha subito, grossomodo, è questa.

A cura di Geri Cerchiai è stato pubblicato da Einaudi La malattia della metafisica di Eugenio Colorni. Arricchita ulteriormente per la curatela, si tratta della raccolta di saggi – più o meno la stessa, con minime varianti trascurabili – che venne pubblicata nel 1975 dalla Nuova Italia con il titolo di Scritti, titolo rispettoso che, perlomeno, aveva il merito di non tradire immediatamente e palesemente il pensiero dell’autore. Com’è, invece, il caso di questo suo sostituto. Cercherò di spiegarne il come alludendo appena al perché.

“Abbiamo seri elementi”, scrive Colorni nel 1938, “per propendere a ritenere che la nozione di una realtà oggettiva da noi indipendente sia un’ipostasi della nostra mente”. “Ciò che chiamiamo realtà non è (…) né il soggetto né l’oggetto, ma alcunché nella costituzione del quale l’uomo con i suoi criteri e le sue categorie, ha una gran parte” (neretto mio). Va da sé che, nella paccottiglia ideologica di cui Colorni vuol liberarsi, ci sia anche “l’esigenza” della “verità” e dell’”esistenza” – arrivando al punto in cui porsi la domanda “è vero ciò ?” oppure “corrisponde ciò ad una realtà oggettiva ?” “non abbia più alcun significato e non possa ricevere alcuna risposta”, senza accorgersi, peraltro, che questo punto è originato dalla logica stessa di cui vuol liberarsi.

Cerchiai, però,  è prudentemente limitativo e, pur constatando che “la guarigione dalla ‘malattia filosofica’ (…) si profila pertanto come un punto di non ritorno nel complessivo itinerario intellettuale colorniano”, questa  corrisponderebbe “in primo luogo, al momento della definitiva emancipazione dai condizionamenti del neoidealismo” (pag. XXXIII).

Colorni si rende ben conto che “la parola conoscenza perde il suo significato di constatazione o affermazione di una realtà o di una verità, per assumere quello di padronanza di un processo”, ma per Cerchiai  - che pur è consapevole di come la filosofia sia “strutturalmente connessa” con questo significato perduto (o auspicabilmente da perdersi) e che la “migliore ricerca scientifica” e il “passaggio all’indagine più strettamente metodologica” siano connessi al significato riconquistato - ciò significa una semplice attenzione alle “componenti psicologiche del procedimento conoscitivo” (pag. XXX). “Mutato il concetto di conoscenza”, si sembrerebbe “giocoforza costretti ad abbandonare anche un atteggiamento di tipo strettamente filosofico” (pag. XLV), insomma, ma, ciò non ostante, quelli di Colorni sarebbero semplici “antifilosofismi” passeggeri. Tanto è vero che, nel 1937, Colorni affermava di far “professione di filosofia” (pag, XLVI e pag. 8) e che questa filosofia, alla finfine,  “risulta (…) segnata da due opposte tensioni”. Nemmeno tra “filosofia” e “antifilosofia”, o – troppa grazia - tra “filosofia” e “metodologia”, macché. Le tensioni che si oppongono sarebbero originate tra due “filosofie”, tra quella che “colloca le sue radici nella tradizione filosofica prebellica” e quella che “si pone come un punto di riferimento per la comprensione di quella ‘rinascita epistemologica’ che caratterizza il periodo successivo alla Liberazione” (pag. XLVIII) – come se una “rinascita epistemologica” possa rappresentare un pensiero esente da qualsiasi filosofia.

Ne La malattia filosofica, scritto a Ventotene, tra l’aprile e il maggio del  1939, Colorni, invece, era stato chiarissimo. Basta l’incipit dialogato per rendersene conto:

“Esiste una malattia filosofica ?” E se esiste, perché chiamarla malattia ?”.

“Esiste”, rispondiamo. “E si chiama malattia perché se ne può guarire”.

“Che cosa significa guarirne ?”

“Significa trovarsi in uno stato nuovo, nel quale si ha la sensazione di vedere cose che prima non si vedevano, di aver digerito e superato lo stato precedente; in cui i problemi della filosofia hanno ricevuto una soluzione in blocco, perché si è risolto, anzi sciolto, l’atteggiamento che li poneva. E risolvere un problema significa, come tutti sanno, essere in condizione di non porselo più”.

“Ma questo nuovo stato non è anch’esso, in sostanza, filosofia ?”

“Il solito ritornello ! Chiamatelo filosofia, se vi piace. M’importa che è uno stato posteriore, ulteriore rispetto a quello in cui si sono trovati coloro che sono stati chiamati filosofi; uno stato rispetto al quale quello dei filosofi si presenta come una malattia di cui si è guariti, di cui si conoscono oramai le meschinità e gli infantilismi”.

La storia di Colorni, insomma, è la storia di uno che avrebbe voluto liberarsi della filosofia e, dunque, sottolinearne la voglia di liberarsi dal “neoidealismo” è gravemente riduttivo, mentre sbandierarne addirittura – come offensivamente nel titolo – la voglia di liberarsi dalla “metafisica”  - storia della filosofia del Novecento alla mano – equivale - per usare di una metafora del gioco dell’oca - a farlo tornare indietro, al punto di partenza, nell’alveo di quella melmetta sempiterna che alla borghesia intellettuale e servile piace tanto.

Che Colorni non ci sia riuscito (la sua fiducia nella psicoanalisi, l’idea misticheggiante di un “terzo genere di conoscenza” e la sua concezione ancora conoscitiva del “libero arbitrio” lo stanno a dimostrare) è tutt’altro paio di maniche, ma che abbia contribuito non poco a che altri ci riuscissero o, almeno, ci tentassero con armi più appuntite, è innegabile se si segue con un minimo di affettuosa attenzione il percorso delle sue idee. Negli anni Cinquanta, l’interessamento di Ferruccio Rossi-Landi all’opera di Colorni non nasce per caso. Rossi-Landi è stato segretario e collaboratore della rivista “Methodos” che, come ricorda Cerchiai, è nata rimpiazzando “Sigma”, rivista sì di Giuseppe Vaccarino ma anche di Vittorio Somenzi, l’anello stranamente mancato da Cerchiai, senza il quale né si potrebbe capire il perché della pubblicazione dei saggi di Colorni in “Sigma”, né, tantomeno, la consapevole eredità acquisita dall’intera Scuola Operativa Italiana – Ceccato ovviamente incluso - della sua critica della filosofia.

 












Note

Ho affrontato il problema della critica della teoria della conoscenza in relazione ai movimenti oppositivi al potere dalla Rivoluzione francese in poi ne La funzione ideologica della teoria della conoscenza(Spirali, Milano 2002)

Del pensiero di Colorni mi sono già occupato. Cfr. F. Accame, Ceccato, Mecacci, Colorni e la psicoanalisi, in Wp 120, 2000; poi in F. Accame, Antologia critica del sistema delle stelle, Odradek, Roma 2006. Più sbrigativamente ma allargando l’orizzonte, mi sono occupato di questa Malattia della metafisica in Il male incurabile, nella trasmissione radiofonica La caccia – caccia all’ideologico quotidiano, Radio Popolare, 26 aprile 2009.

 

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