29/11/2011
Giuseppe Bailone,La Città del Sole di Campanella
La Città del Sole di Campanella
Campanella nasce a Stilo, in Calabria, nel 1568, da famiglia poverissima. Entra giovanissimo nell’ordine domenicano e si forma nella filosofia aristotelica. Ha un temperamento irrequieto e focoso, una memoria prodigiosa, coltiva con passione ogni tipo di scienza e pratica, con straordinaria sensibilità, la poesia. Volta presto le spalle all’aristotelismo, in cui vede una filosofia arida e libresca, per aderire al sensismo del conterraneo Bernardino Telesio che sviluppa in modo originale. Si scontra presto con il potere dell’Inquisizione e sul finire del 1593, a Padova, prova il carcere e la tortura. Il Sant’Uffizio ne ottiene i trasferimento a Roma, nel carcere in cui si trova anche Giordano Bruno. A differenza di Bruno, la cui posizione filosofica e religiosa è in radicale opposizione al cristianesimo, Campanella si riconosce nel cattolicesimo controriformista, ma a modo suo, con molta irrequietezza e originalità.
Nel 1597 rientra in Calabria dove matura il disegno di una rivolta contro il potere spagnolo e per una riforma sociale e politica universale. Scoperto e incarcerato nel 1599 a Napoli, viene processato per eresia e sedizione. Si salva dalla condanna a morte fingendosi pazzo sotto la tortura.[1] Nel carcere di Castel Nuovo compone molte delle sue opere. Riesce a scrivere anche nei lunghi periodi passati nella “fossa del coccodrillo”, sotterranea, buia e molto umida, di Castel Sant’Elmo. Liberato nel 1626, dopo solo un mese, viene ripreso e trasferito a Roma a disposizione del Sant’Uffizio. Qui trascorre due anni di blanda detenzione. Viene liberato per intervento del papa Urbano VIII, “che aveva saputo guadagnarsi dettando un erudito commento alle poesie latine del pontefice e confutando vittoriosamente gli astrologi che ne predicevano la morte imminente”.[2] Interviene nel 1633 a favore di Galileo, per il quale aveva già scritto nel 1616, in carcere, l’Apologia pro Galilaeo.[3] Nel 1634, sospettato di legami con i capi di una congiura antispagnola scoperta a Napoli, sfugge alla nuova cattura e, con l’aiuto dell’ambasciatore francese, ripara in Francia, dove, accolto a corte con grandi onori, può trascorrere in serenità gli ultimi anni, in un convento di Parigi, dove muore nel 1639.
Sul naturalismo sensistico di Telesio, Campanella costruisce una grandiosa metafisica: il mondo è caratterizzato dall’animazione universale e governato da tre principi fondamentali che egli chiama “primalità”: la potenza, la sapienza e l’amore, ricavati dall’idea che solo Dio può, sa e vuole tutto, mentre negli altri esseri queste tre attività hanno livelli di perfezione inferiori e fra di loro diversi. L’anima conosce perché, prima e a fondamento della sensazione delle cose, ha la sensazione di sé, sente di sentire, ha la coscienza di sé e delle proprie sensazioni. L’autocoscienza non è solo umana, ma di tutti gli enti naturali in quanto dotati di sensibilità. E’ sensus sui, che nell’uomo rende possibile la conoscenza e il pensiero.
Come in Agostino questo sapere di sé è ciò che rende evidente l’autocontraddizione dello scetticismo, ma avvia, non a una metafisica spiritualistica come in Agostino, bensì a una metafisica naturalistica. Quest’autocoscienza è stata avvicinata anche al cogito cartesiano, ma a Campanella è del tutto estranea la cartesiana problematicità del reale: egli non pensa affatto che la vita possa essere solo un sogno; la realtà delle cose per lui è scontata.
La passione politica, presto bloccata nelle sue possibilità di realizzazione, trova espressione letteraria nella stesura, in carcere nel 1602, appena un po’ risanato dopo l’orribile tortura praticata per accertare la sua finzione di pazzia, di un “dialogo poetico”, La Città del Sole, che, nella cornice della letteratura dei viaggi oceanici, delinea un mondo politico ideale, modellato sull’ordinamento metafisico del mondo di Campanella.
Tutto il potere a chi sa tutto più di tutti
Al vertice della struttura piramidale del mondo politico ideale di Campanella c’è il Sole, chiamato anche Metafisico, il cui “offizio è perpetuo, mentre (= fino a che) non si trova chi sappia più di lui e sia più atto al governo”.
Ma, viene da chiedersi, sapere e saper governare sono la stessa cosa?
Se lo domanda anche Campanella, convinto che “non può saper governare chi attende alle scienze”. La risposta viene dagli stessi Solari.
“Più certi semo noi, che un tanto letterato sa governare, che voi che sublimate l’ignoranti, pensando che sieno atti perché son nati signori, o eletti da fazione potente. Ma il nostro Sole sia pur tristo in governo, ma non sarà mai crudele, né scelerato, né tiranno un chi tanto sa. Ma sappiate che questo è l’argomento che può tra voi, dove pensate che sia dotto chi sa più grammatica e logica d’Aristotile o di questo o di quell’autore; al che ci vol sol memoria servile, onde l’uomo si fa inerte, perché non contempla le cose ma i libri, e s’avvilisce l’anima in quelle cose morte; né sa come Dio regga le cose, e gli usi della natura e delle nazioni. Il che non può avvenire al nostro Sole, perché non può arrivare a tante scienze chi non è scaltro d’ingegno ad ogni cosa, onde è sempre attissimo al governo. Noi pur sappiamo che chi usa una scienza sola, non sa quella né l’altre bene; e colui che è atto a una sola, studiata in libro, è inerte e grosso. Ma così non avviene alli pronti d’ingegno e facili ad ogni conoscenza, come è bisogno che sia il Sole. E nella città nostra s’imparano le scienze con facilità tale, come vedi, che più in un anno qui si sa, che in diece o quindici tra voi, e mira in questi fanciulli”.[4]
Campanella, che si batte per una profonda rivoluzione sociale e politica, pensa, come Platone, che cambiando il sapere e l’educazione si apra al rimedio radicale di tutti i mali della società. Infatti, insiste sul carattere non libresco della cultura dei Solari, che educano i bambini, tutti i bambini, non in classi e in banchi scolastici, ma in rapporto diretto con le cose e intorno alle mura della città, sulle quali è illustrato tutto il sapere. Descrive una pedagogia della concretezza, della spontaneità e di sano esercizio fisico, con molta attenzione alle attitudini dei bambini.
In una città in cui tutti hanno accesso alla cultura, la selezione dei vertici culturali avviene nell’universale processo di formazione di tutti. E’ lì che può emergere chi sa tutto e più di tutti.
Ecco perché al controllo democratico, popolare, attraverso elezioni, è sottoposto solo il potere dei funzionari, mentre i vertici controllano se stessi.
Le cariche sono, infatti, tutte elettive, meno quella del Sole e dei suoi diretti collaboratori, Pon, Sin e Mor, evidente espressione politica delle tre primalità metafisiche, potenza, sapienza e amore, i quali, come il Sole, cedono, “per consiglio fatto tra loro”, il potere a chi sia riconosciuto “saper più di loro, ed aver più purgato ingegno”. Perché, assicura Campanella, “son tanto docili e buoni, che volentieri cedeno a chi più sa ed imparano da quelli”, ma, aggiunge, “questo è di rado assai”.[5]
Se l’eccellenza nel sapere equivale all’eccellenza umana si può star tranquilli.
Occorre, invece, controllo democratico del potere esecutivo, quello dei funzionari di una struttura amministrativa imperniata sulla tripartizione. I tre ministri, infatti, hanno ciascuno al loro servizio tre ufficiali ciascuno dei quali, a sua volta, ha tre dipendenti.
Pon si occupa delle forze armate, della guerra e della pace, Sin presiede a tutte le scienze e Mor governa la generazione e la nutrizione.
Il comunismo
Il regime economico e politico è comunistico: non c’è proprietà privata, neppure dei vestiti e dei beni di consumo più personali, e non c’è la famiglia. Evidentemente, Campanella s’ispira a Platone, ma radicalizza il modello in senso egualitario. Se Platone limitava la comunione dei beni e l’abolizione della famiglia ai filosofi e ai militari, per avere una classe dirigente unita come una sola famiglia, Campanella estende il regime a tutti i cittadini. Non ci sono classi sociali o ceti privilegiati, non c’è clero né aristocrazia. Non ci sono professioni nobili e mestieri ignobili: conta l’utilità sociale di ciò che ciascuno fa e come lo fa, perché il solo titolo di nobiltà è servire bene gli altri.
“Le arti fatigose ed utili son di più laude, come il ferraro, il fabricatore; e non si schifa nullo a pigliarle … Le speculative son di tutti”.[6]
Tutti lavorano quattro ore al giorno, più che sufficienti a provvedere a tutte le necessità, come dimostra il confronto con Napoli, dove su trecentomila abitanti solo cinquantamila lavorano, anzi “patiscono fatica assai e si struggono; e li oziosi si perdono anche per l’ozio, avarizia, lascivia ed usura, e molta gente guastano tenendoli in servitù e povertà, o fandoli partecipi di lor vizi, talché manca il servizio pubblico”.[7]
Tutti i bambini sono affidati ad assistenti e a maestri statali per un’educazione unica, ugualmente curata, ma attenta alle attitudini individuali.
Si dorme in pubblici dormitori e si mangiano cibi semplici ma sostanziosi, decisi dalla dietetica scientifica, in mense comuni.
C’è stato un passato vegetariano, ormai superato.
“Or essi mangiano carne, butiri, mele, cascio, dattili, erbe diverse, e prima non volean uccidere gli animali, parendo crudeltà; ma poi vedendo che era crudeltà ammazzar l’erbe, che han senso, onde bisognava morire, consideraro che le cose ignobili son fatte per le nobili, e magnano ogni cosa. Non però uccidono volentieri li animali fruttuosi, come bovi e cavalli”.[8]
“Vivono almeno cento anni, al più centosettanta o duecento al rarissimo”.[9]
I vestiti sono uniformi, uguali per uomini e donne, cambiano di colore secondo l’età e di spessore secondo le stagioni. Sono fabbricati, lavati e custoditi da funzionari statali.
“Molto più realista di More, Campanella non crede nella perfezione naturale dell’uomo, al disinteresse altruistico spontaneo, e non lascia perciò che ogni cittadino prenda liberamente quanto gli può necessitare nei magazzini pubblici incustoditi. Tutta l’educazione della Città del Sole mira a sradicare dall’animo umano l’egoismo, ma si vuole per di più stroncare ogni possibilità di cadere in fallo; una rigida gerarchia elettiva regola perciò tutti gli aspetti della vita sociale e incarichi, assegnazioni, onori, compensi vengono dall’alto, secondo una disciplina autoritaria”.[10] Ministri per ogni virtù (Liberalità, Magnanimità, Castità, Fortezza, ecc.) vigilano, controllano ed educano.
L’eugenetica
Come Platone, Campanella, affida alla sua città ideale l’impegno eugenetico.
Mor “ha cura della generazione, con unir li maschi e le femmine in modo che faccin buona razza; e si riden di noi che attendiamo alla razza dei cani e dei cavalli e trascuramo la nostra”.[11] L’attenzione è capillare.
“Nulla femina si sottopone al maschio se non arriva a diciannove anni né maschio si mette alle generazione inanzi alli ventuno. …
Poiché quando si esercitano alla lotta, come i Greci antichi, son nudi tutti, maschi e femmine, li mastri conoscono chi è impotente o no al coito, e quali membra con quali si confanno. E così, sendo ben lavati, si donano al coito ogni tre sere; e non s’accoppiano se non le femine grandi e belle alli grandi e virtuosi, e grasse a’ macri, e le macre alli grassi, per far temperie (= equilibrio). La sera vanno i fanciulli e conciano i letti, e poi vanno a dormire secondo ordina il mastro e la maestra. Né si pongono al coito, se non quando hanno digerito, e prima fanno orazione, ed hanno belle statue di uomini illustri, dove le donne mirano. Poi escono alla finestra, e pregono Dio del Cielo, che li doni prole buona. E dormeno in due celle, sparti fin a quell’ora che si han da congiungere, ed allora va la maestra, ed apre l’uscio dell’una e dell’altra cella. Questa ora è determinata dall’Astrologo e Medico”.[12]
Dopo alcune indicazioni astrologiche, Campanella scrive di altre disposizioni.
“E gli offiziali, che son tutti sacerdoti, e li sapienti non si fanno generatori, se non osservano molti giorni più condizioni; poiché essi, per la molta speculazione, han debole lo spirito animale, e non trasfondeno il valor della testa, perché pensano sempre a qualche cosa; onde triste razza fanno. Talché si guarda bene, e si donano questi a donne vive, gagliarde e belle; e gli uomini fantastichi e capricciosi a donne grasse, temperate, di costumi blandi”.[13] Insomma, “la generazione è osservata religiosamente per ben publico, non privato, ed è necessario stare al detto (= decisioni) dell’offiziali”.
E queste decisioni degli addetti all’eugenetica non vanno mascherate, come pensava Platone, con estrazioni a sorte truccate.
Non è necessaria la menzogna del potere a fin di bene.
“Qui non bisogna far con inganno di ballotte (= con sorteggio truccato) per contentarsi delle brutte i brutti, perché tra loro non c’è bruttezza; ché, esercitandosi esse donne, diventano di color vivo e di membra forti e grandi, e nella gagliardia e vivezza e grandezza consiste la beltà appresso a loro”.[14]
E se arriva l’innamoramento?
“S’uno s’innamora di qualche donna, è lecito tra loro parlare, far versi, scherzi, imprese di fiori e di piante. Ma se si guasta la generazione, in nullo modo si dispensa tra loro il coito, se non quando ella è pregna o sterile”.
Insomma gli innamorati hanno bisogno del nulla osta dell’ufficiale eugenetico per far l’amore. “Però non si conosce tra loro se non amor d’amicizia per lo più, non di concupiscenza ardente”.[15]
Paolo e Francesca di Dante non trovano posto nella Città del Sole: restano dannati all’inferno.
Violentemente bandito l’amore omosessuale: “Se si trovano in sodomia, son vituperati, e li fan portare due giorni legata al collo una scarpa, significando che pervertiro l’ordine e posero li piedi in testa, e la seconda volta crescen la pena finché diventa capitale”.[16]
Il boia collettivo
Dei condannati a morte “nessuno può morire, se tutto il popolo a man commune non l’uccide; che è boia non hanno, ma tutti lo lapidano o brugiano, facendo che esso s’elegga la polvere (= decida di farsi bruciare con la polvere da sparo)[17] per morir subito. E tutti piangono e pregano Dio, che plachi l’ira sua, dolendosi che sian venuti a resecare un membro infetto dal corpo della republica; e fanno di modo che esso stesso accetti la sentenza, e disputano con lui fin tanto che esso, convinto, dica che la merita”.[18]
Il sonno della ragione genera mostri, ha scritto e dipinto Goya nel 1797, quasi a metà strada tra Campanella e noi, ma conviene stare attenti anche a certi momenti di veglia della ragione.
[1] Di questa eccezionale prova di forza d’animo riporto la ricostruzione di Luigi Firpo.
“Egli pone allora in atto un espediente sottile e fin dal 7 febbraio 1600, sottoposto a tortura, confessa gran parte delle colpe ascrittegli, per farsi credere incapace di resistere agli strazi. Subito dopo, ai primi di aprile, inizia con tenacia ostinatissima una simulazione di pazzia tanto abilmente condotta da lasciare dubbiosi i pur diffidenti giudici; posto a una nuova tortura il 18 maggio, la supera senza tradirsi, e per un anno intero, spiato giorno e notte, non dismette mai la finzione eroica cui si affida la sua ultima speranza di vita. Secondo i canoni, infatti, il pazzo non può essere ucciso, perché non avrebbe modo di pentirsi e l’anima sua sarebbe irreparabilmente perduta. Tra il 4 e il 5 giugno si venne alla prova legale risolutiva, il cosi detto tormento enorme della «veglia». In luogo della rituale mezz’ora, l’imputato doveva restare appeso alla fune con le braccia slogate ben 40 ore e, quando per il dolore atroce cadeva in deliquio, lo si calava a sedere su un legno tagliente che gli segava la carne delle cosce. Il verbale di quel supplizio, nel suo rozzo dettato cancelleresco misto di latino curiale, d’italiano e di termini dialettali calabresi, non si rilegge senza emozione profonda. Alla prima esortazione a confessare la propria finzione, Campanella rispose con follia poetica: «L’anima è immortale». Così di ora in ora, nell’alternanza di vaneggiamento simulato e di consapevolezza agghiacciante, assistiamo a quella lotta di un uomo solo e inerme contro la potenza terrena, il dolore cocente, la fine di ogni speranza. Un lungo giorno, una lunga notte: poi le trombe che suonano la sveglia sulla tolda delle galere ancorate nel porto, le candele che si spengono, il brivido freddo dell’alba che irrompe dalle finestre, e ancora un lungo giorno di sevizie su quel corpo ormai inerte che più non risponde agli stimoli della sofferenza. Alla fine, gli stessi giudici sfibrati ordinano che venga deposto dal tormento e condotto alla sua cella. L’aguzzino, divenuto un po’ ortopedico per lunga pratica, gli riduce le slogature, lo porta al tavolo del notaio, gli regge la mano inerte per segnare con un segno di croce l’atto formale che lo qualifica giuridicamente pazzo. Poi se lo reca in collo per riportarlo su chissà quale sordido giaciglio: ma sulla soglia l’indomabile ha come un guizzo e pronuncia – finalmente intoccabile e perciò rinsavito – una frase triviale e proterva: «Si pensavano che io era coglione, che voleva parlare!». Due anni dopo, proprio nella chiusa della Città del Sole, per smentire il determinismo degli influssi astrologici scriveva: «Se in quaranta ore di tormento un uomo non si lascia dire quel che risolve tacere, manco le stelle, che inchinano con modi lontani, ponno sforzare». Dal supplizio Campanella uscì dissanguato e ferito al punto da restare poi per sei mesi tra la vita e la morte, ma invitto”. (Introduzione a La città del Sole, Laterza 2008, p. XIV).
[2] Luigi Firpo, Introduzione a La città del Sole, Laterza 2008, p. XIX.
[3] Aveva conosciuto il giovane Galileo a Padova e ne era diventato amico. Nell’apologia sostiene l’autonomia reciproca della religione e della scienza, con l’argomento che esse si occupano di due libri, le Scritture e la natura, scritti entrambi da Dio, ma che richiedono diverse modalità di lettura e d’interpretazione.
[4] La Città del Sole, Feltrinelli 2009, pp.41-42.
[5] Ib., p. 64.
[6] Ib., p. 58.
[7] Ib., pp. 50-51.
[8] Ib., p. 61.
[9] Ib., p. 61.
[10] Luigi Firpo, introduzione, p. XXXIII.
[11] Ib., p. 38.
[12] Ib., pp.45-46.
[13] Ib., p. 47.
[14] Ib., p. 49.
[15] Ib., p. 50.
[16] Ib., p. 45.
[17] Luigi Firpo propone, però, “si leghi” invece di “s’elegga” e in nota spiega: “Cioè, come spiega il rifacimento latino, si cingono dei sacchetti di polvere da sparo, che, infiammata, li uccide immediatamente”. A p. 42 dell’edizione Laterza 2008.
[18] Ib., p. 65.
13:52 Scritto da mangano1 in il punto, la critica | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
Facebook
Simonetta Fiori, Il suicidio assistito di Lucio Magri l'addio ai compagni: "Ho deciso di morire"
Il suicidio assistito di Lucio Magri
l'addio ai compagni: "Ho deciso di morire"
Il fondatore del Manifesto morto in Svizzera ha deciso tutto con lucidità; dalla fine alla sepoltura vicino alla sua Mara. Gli amici hanno tentato di dissuaderlo ma lui era depresso per la morte della moglie
Lucio Magri con Paolo Bufalini ed Enrico Berlinguer
di SIMONETTA FIORI
E ALLA FINE la telefonata è arrivata. Sì, tutto finito. Ora si rientra in Italia. Alle pompe funebri aveva provveduto lo stesso Lucio Magri, poco prima di partire per la Svizzera. Era il suo ultimo viaggio, così voleva che fosse. Non ce la faceva a morire da solo, così il suo amico medico l'avrebbe aiutato. Là il suicidio assistito è una pratica lecita, anche se poi bisogna vedere nei dettagli, se ci sono proprio le condizioni. Ma ora che importa? Che volete sapere? Non fate troppi pettegolezzi, l'aveva già detto qualcun altro ma in questi casi non conta l'originalità.
S'era raccomandato con i suoi amici più cari, quelli d'una vita, i compagni del Manifesto. Non voglio funerali, per carità, tutte quelle inutili commemorazioni. Necrologi manco a parlarne. Luciana si occuperà della gestione editoriale dei miei scritti. Per gli amici e compagni lascio una lettera, ma dovete leggerla quando sarà tutto finito. Sì, ora è finito. La notizia può essere resa pubblica. Lucio Magri, fondatore del Manifesto, protagonista della sinistra eretica, è morto in Svizzera all'età di 79 anni. Morto per sua volontà, perché vivere gli era diventato intollerabile.
A casa di Lucio Magri, in attesa della telefonata decisiva. È tutto in ordine, in piazza del Grillo, nel cuore della Roma papalina e misteriosa, a due passi dalla magione dove morì Guttuso, pittore amatissimo ma anche avversario
sentimentale. Niente sembra fuori posto, il parquet chiaro, i divani bianchi, i libri sulla scrivania Impero, la collezione del Manifesto vicina a quella dei fascicoli di cucina, si sa che Lucio è un cuoco raffinato. Intorno al tavolo di legno chiaro siede la sua famiglia allargata, Famiano Crucianelli e Filippo Maone, amici sin dai tempi del Manifesto, Luciana Castellina, compagna di sentimenti e di politica per un quarto di secolo. No, Valentino non c'è, Valentino Parlato lo stiamo cercando, ma presto ci raggiungerà. In cucina Lalla, la cameriera sudamericana, prepara il Martini con cura, il bicchiere giusto, quello a cono, con la scorza di limone. Cosa stiamo aspettando? Che qualcuno telefoni, e ci dica che Lucio non c'è più.
Da questa casa Magri s'è mosso venerdì sera diretto in Svizzera, dal suo amico medico. Non è la prima volta, l'aveva già fatto una volta, forse due. Però era sempre tornato, non convinto fino in fondo. Ora però è diverso. Domenica mattina rassicura gli amici: "Ma no, non preoccupatevi, torno domani". La sera il tono cambia, si fa più affannato, indecifrabile, chissà. Il lunedì mattina appare sereno, lucido, determinato. Ha scelto, e dunque il più è fatto. Bisogna solo decidere, e poi basta chiudere gli occhi. L'ultima telefonata nel pomeriggio, verso le sedici. Poi il silenzio.
Una depressione vera, incurabile. Un lento scivolare nel buio provocato da un intreccio di ragioni, pubbliche e private. Sul fallimento politico - conclamato, evidentissimo - s'era innestato il dolore privato per la perdita di una moglie molto amata, Mara, che era il suo filtro con il mondo. "Lucio non sapeva usare il bancomat né il cellulare", racconta una giovane amica. Mara che oggi sorride dalle tante fotografie sugli scaffali, vestita color ciclamino nel giorno delle nozze. Un vuoto che Magri riempie in questi anni con le ricerche per il suo ultimo libro, una possibile storia del Pci che certo non a caso titola Il sarto di Ulm, il sarto di Brecht che si sfracella a terra perché non sa volare. Ucciso da un'ambizione troppo grande, così almeno appare ai suoi contemporanei. Anche Magri voleva volare, voleva cambiare il mondo, e il mondo degli ultimi anni gli appariva un'insopportabile smentita della sua utopia, il segno intollerabile di un fallimento, la constatazione amarissima della separazione tra sé e la realtà. Così le ali ha deciso di tagliarsele da sé, ma evitando agli amici lo spettacolo del sangue sul selciato.
Aspettando l'ultima telefonata, a casa Magri. Lalla, la cameriera peruviana, va a fare la spesa per il pranzo, vi fermate vero a colazione? E' affettuosa, Lalla, ha ricevuto tutte le ultime disposizioni dal padrone di casa. No, non ha bisogno di soldi per il pranzo, ci sono ancora quelli vecchi che lui le ha lasciato. È stata lei ad assistere Mara nei tre anni di agonia per il brutto tumore, e poi ha visto spegnersi lui, sempre più malinconico, quasi blindato in casa. Ogni tanto qualche amico, compagno della prima ora. Ma dai, reagisci, che fai, ti lasci andare proprio ora? Ora che esce l'edizione inglese del tuo libro? E poi quella argentina, e quella spagnola? Dai, ripensaci, c'è ancora da fare. Ma lui non era convinto. Non poteva fare più nulla. Lucido e razionale, fino alla fine. E poi s'era spenta la sua stella, così scrive anche nell'ultima lettera ai compagni.
Sembra tutto surreale, qui in piazza del Grillo, tra squilli di telefono e porte che si aprono. Arriva Valentino, invecchiato improvvisamente di dieci anni. Lo accolgono con calore. No, non sappiamo ancora niente. Aspettiamo. Ricordi privati e ricordi pubblici, lui grande giocatore di scacchi, lui grande sciatore, lui politico generoso che preparava i documenti e nascondeva la sua firma. Ma attenzione a come ne scrivete, non era un vanesio, non era un mondano. Dalle fotografie sui ripiani occhieggia lui, bellissimo e ancora giovane, un'espressione tra il malinconico e il maledetto. Dietro la foto più seducente, una dedica asciutta. "A Emma, il suo nonno". Neppure Emma, la bambina di sua figlia Jessica, è riuscito a fermarlo.
Poi la telefonata, quella che nessuno avrebbe voluto mai ricevere. Ora davvero è finita. Le pompe funebri andranno a prelevarlo in Svizzera, tutto era stato deciso nel dettaglio. L'ultimo viaggio, questo sì davvero l'ultimo, è verso Recanati, dove sarà seppellito vicino alla sua Mara, nella tomba che lui con cura aveva predisposto dopo la morte della moglie. Luciana Castellina s'appoggia allo stipite della porta, tramortita: "Non avrei mai immaginato che finisse così". Il tempo dell'attesa è concluso, comincia quello del dolore.
13:50 Scritto da mangano1 in mi ricordo che | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
Facebook
Giovanni Gandini,Come nacque Linus
— CULTURA
Come nacque Linus
di GIOVANNI GANDINI
Sono stati raccolti in un libro articoli e memorie di Giovanni Gandini, che fondò la Milano Libri e il leggendario mensile
28 novembre 2011
L’editore Il Saggiatore ha pubblicato “Storie sparse“, una raccolta di scritti e articoli di Giovanni Gandini (1929-2006), che fu scrittore, giornalista ed editore milanese (ma anche disegnatore) ed è passato alla storia per aver fondato la casa editrice Milano Libri – che tra l’altro pubblicò in Italia i migliori fumetti americani degli anni Sessanta e Settanta – e il mensile Linus nel 1965. Uno degli articoli raccolti nell’antologia racconta di quando Gandini andò in California a firmare il contratto per la pubblicazione dei Peanuts di Charles Schulz.
A Schulz erano piaciuti, più che gli Zeppelin e il Congresso filatelico di Trieste, soprastampate e con l’autentica di Chioni in Montenapoleone, due classici pezzi dell’Argentina, senza molto valore: la pecora Merinos da due pesos e il francobollo celestino con la sagoma dell’Argentina. Certo, la mia collezione aveva un discreto valore, tutta l’Italia-Repubblica completa e a fogli, tutta la Francia e tutta l’Austria del dopoguerra, le serie degli «chomeurs intellectuels» emesse durante il Fronte popolare di Blum e un San Marino splendido. Ci accordammo per la firma del contratto, francobolli contro i diritti di pubblicazione dei Peanuts su Linus. Giovedì 20 marzo io e Gina eravamo a New York al vecchio albergo Algonquin. L’Algonquin aveva i campanelli sui tavoli (non so se ci siano anche ora) e chi voleva bere faceva drin drin e qualcuno veniva per un whisky-sowered e per un pompelmo ghiacciato. Verso sera arrivavano da fuori gruppi di persone per mangiare al ristorante, allora rinomato, e Dana Andrews era sempre lì. Ubriaco fradicio faceva drin drin sui tavoli di legno.
GALLERY
«Guarda, è Dana Andrews…» diceva Gina sporgendosi sopra il tavolino e fingendo di bere una goccia del mio whiskey.
La mattina stessa del sabato avevo prenotato attraverso la United Feature un appuntamento con Schulz che viveva in California. «Vi aspetta» disse un funzionario della UP. Venerdì 21 marzo prendemmo 1 aereo per S. Francisco. Si volava sulla neve e sui laghi e c’era un film dove si incendiava un aeroplano. Siete mai stati a San Francisco? Adesso sì, ci scommetto, ma nel 1965 no. Era bellissimo, pieno di tralicci con l’uva all’aeroporto, e di grattacieli in costruzione. E un po’ di paura che la terra tremasse ancora. A quei tempi vendevano delle calze bianche di filo, felpate, con due righe di colore ai bordi che mi piacevano molto perché le avevo viste in una foto di Kennedy sulla spiaggia. Io le porto sempre e se qualcuno va a San Francisco gli dico «portami le calze bianche con i bordi colorati».
Su in alto, da dove si vedono i tram che salgono e scendono come nei telefilm, ci sono due alberghi; si va in quello con i busti di gesso nell’atrio, come un abside. Gira e gira per il porto quando ancora vendevano banchetti interi di granseole offerti da un ispanoamericano italocanadese della Determined Productions. Quella che vende in tutto il mondo gli Snoopy di pezza e le vestine di Snoopy, e le casette di Snoopy, e i cuscini dei Peanuts tesi, lustri e schiacciati, e le magliette con su scritte «happiness is un cucciolo caldo». C’ero, gente, siamo stati a San Francisco California e insieme ai cinesi e alle scalinate dei primi gay, e Robert Crumb con la sua famiglia allegra fumata di ospiti.
Sul camino tenevano i giocattolini degli Anni Trenta Quaranta Cinquanta, ma alti come toboga e più in giù il ponte di ferro, più grande di quello di Piacenza. Con Sing Sing in mezzo che era ancora Sing Sing. O l’Alcatraz? Sono cose che non esistono più, roba da fumetti, da vecchi film con James Cagney e il povero Hodiak.
«Pronto, Schulz? Veniamo lì domattina a firmare il contratto…» Dalla voce non era più lo stesso Charlie che avevo visto illuminarsi a Milano per la Sede Vacante (Città del Valicano, numeri da 56 a 63 del catalogo Yvert, ultimo valore da 5 lire color nocciola). «Ma, cristo (non proprio cristo! ma qualcosa del genere), vi rendete conto che oggi è sabato!»
«Gina, senti cosa dice, parla di sabato ed è arrabbiato…»
«Ma oggi è domenica, non può essere sabato, digli che oggi è domenica…»
«Dài, parlagli tu che capisci meglio…»
Fra me e Gina esiste una vecchia convenzione, io parlo l’inglese meglio di lei e quindi parlo, e lei lo capisce meglio e sta a sentire. In due ci siamo arrangiati non male in questi ultimi quarant’anni. Naturalmente al telefono era più dura, bisognava bisbigliarsi alla svelta parole e traduzioni e non sempre all’altro capo del filo il nostro interlocutore capiva la situazione.
«Ha detto che il sabato lui va a giocare a golf…»
«Ah, sì, lo sapevo, l’ho letto in una biografia…»
«Dice che, se proprio non possiamo farne a meno, ci aspetta a mezzogiorno…»
«E poi?»
«… di toglierci dalla testa di mangiare da lui perché deve ritornare al golf…»
«Pronto? Charlie?» avevo ripreso io la cornetta per parlare «ho con me la serie Zeppelin, you know, the first flying of Italo Balbo, quella sovrastampata “primo volo, eccetera”… come?»
Aveva riattaccato.
Noleggiammo una grande automobile nera con autista. Oltre il Golden Gale, oltre Sausalito che si legge sempre nei libri, l’automobile nera scivolava verso nord, rasentando i boschi di sequoie. Schulz abitava allora a Sebastopol, pochi chilometri da Petaluma. Sebastopol è un paesino con tante botteghe di rivoltelle come da noi le cartoline.
Dopo molte svolte e molte cassette delle lettere, di quelle dei fumetti, appese su un piantone al cancello, trovammo la casa, anzi il viale d’ingresso, mosso fra colline come in un paesaggio di talpe. Ogni volta che io e Gina vediamo una cassetta per lettere di quelle dei fumetti ci guardiamo dentro perché a volte lì abitano famiglie magiche e piccine, come nei cartoons di Chas Addams. Schulz non c’era ancora. Sotto la veranda una bella anziana signora si dondolava su una seggiola. «I’m the mother-in-law of Charlie».
Ci raccontò dei primi pionieri russi che scendevano sulle coste settentrionali della California in cerca di oro, fin lì a Sebastopol. Antica figlia di minatori, ci intrattenne con i magici racconti della sabbia gialla, sempre dondolandosi e scusandosi perché Charlie il sabato andava al golf. Arriva lui, testa grande capelli bianchi e quasi a cenni, come un vecchio indiano, ci invita con la mano allo studio, sopra il sentiero, una capanna piena di Cristi.
«Parli tu o parlo io, Gina?»
«No, parla tu.»
«Did you take the stamps?»
«Eccoli, Sparky» e tirai fuori gli Zeppelin.
Firmammo il contratto e lui mi regalò la fotocopia di una striscia con Lucy. Io credo che l’abbia firmala, Gina sostiene che ci mise una firma a timbro. Ma eravamo felici. Potevo tornare a Milano e concentrarmi con Renata sulla traduzione di Popeye. Di lì a poco il primo numero di Linus apparve nelle edicole. Fu una tiratura bestiale di oltre 50.000 copie e, quando ne parlammo nel salotto verde, con Vittorini, eravamo tutti d’accordo che non sarebbe durato. Io non avevo più francobolli, non dormivo la notte, ma poi arrivò il primo tremila per l’abbonamento e, come dice un amica di Palau, quando guardi il cassetto alla sera e ti accorgi della fresca che è arrivata, qualcosa ti dà il coraggio di tirare avanti. Anche se, come dice John Irving in Il mondo secondo Garp, siamo tutti dei casi disperati.
12:46 Scritto da mangano1 in cosa farò da grande | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
Facebook

