30/04/2010
C. Scarinzi,scapigliature operaiste milanesi
da FACEBOOK
scapigliature operaiste milanesi
Torino 29 aprile
Accaldata ma utile ed interessante riunione sindacale al CTP Gabelli di Via Bologna. Sul tavolo intravedo il numero di Alias - ponderoso supplemento de Il manifesto - la cui copertina riproduce quella della storica rivista "Primo maggio".
La sfoglio rapidamente e vedo che diversi articoli - un vero e proprio dossier - sono dedicati alle vicende, alle anticipazioni, al milieu di una rivista che, nei gloriosi anni '70, fu un importante laboratorio culturale e politico, un punto di incontro fra ricercatori e militanti ed anche di pratica e di formazione di ricercatori - militanti.
In perfetta buona fede - ritengo sia di proprietà del mio socio di volo - me ne approprio e, terminato l'incontro, leggo i testi con più attenzione.
Comincio con "Il gruppo dei senza partito" di Steve Wright, un compagno ed amico australiano che vedo, per evidenti ragioni, non troppo spesso e che ha, da decenni, una straordinaria passione per le vicende della sinistra eretica e dei movimenti italiani.
Steve parla, oltre che di "Primo Maggio" , di "Collegamenti" cosa che, lo ammetto, mi colpisce. Io tendo, infatti, a non pensare troppo alle mie, e non solo mie, giovanili birbanterie.
Steve scrive di "Collegamenti" : "....sarebbe sempre stata per me un punto di riferimento, dato che la sua specifica premessa politica - l'incontro tra anarchismo della lotta di classe, comunismo consiliare e analisi della composizione di classe - trovava riscontro nella mia formazione. In effetti la lettura di 'Collegamenti' si sarebbe mostrata una rivelazione e oggi è un piacere sapere che, sebbene siano trascorsi molti decenni e sebbene irregolarmente, la rivista continui ad andare in stampa."
E oltre "Una delle caratteristiche più notevoli di 'Primo maggio' - caratteristica che aveva in comune con 'Collegamenti' (e come scoprii poi, con alcuni redattori) - era che, nonostante tutta l'empatia espressa nei confronti dei precedenti movimenti rivoluzionari non c'era traccia di quel senso di nostalgia né di quel sentimento del tipo 'ci hanno imbottigliato' così comune nella sinistra libertaria di ambito anglosassone. Se esperienze come la prima guerra mondiale e il sindacalismo rivoluzionario del movimento consiliare tedesco avevano ancora qualcosa da dire a coloro che vivevano negli anni '70, era tuttavia vero che erano state tutte sconfitte e che queste sconfitte dovevano essere capite."
Leggendo queste due brevi frasi colpisce la lucida comprensione del progetto che stava alla base di "Collegamenti" e, per certi versi, delle straordinarie difficoltà di quella scommessa visto che i redattori di "Collegamenti" erano tutti militanti impegnati nel fare le lotte prima che nell'elaborare intorno alle lotte stesse.
Valerio Evangelisti nell'articolo "Soli nella torre di avorio" tratta essenzialmente del rapporto fra la redazione della rivista ed i movimenti o, più propriamente, del non facile rapporto.
Graziosa una notazione biografica
"...arrivò da Milano una proposta che mi emozionò: partecipare a una riunione redazionale di 'Primo Maggio'.....Le strade milanesi, per chi le sappia leggere, hanno un loro fascino. Specie quelle vecchie con case alte abbrunite dallo smog. 'Primo Maggio' si riuniva in uno stabile quasi di fronte ad una chiesa. .....Alla riunione partecipavano ...........Cosimo Scarinzi (un anarchico baffuto esponete dei Cobas, fondatore della rivista 'Gatto Selvaggio')...."
Due cose mi hanno colpito, Per Valerio Evangelisti "Primo Maggio" era oggetto di emozione, per me meno ma ciò si può spiegare con la frequentazione che avevo con alcuni redattori.
Soprattutto, però, mi stupisce il suo ricordo. Io, che me ne sovvenga, ho quasi sempre avuto la barba ma assai raramente i soli baffi. Tutto, però, può essere.
Certo ero, oltre che un birbantello, uomo dalle molteplici frequentazioni.
18:09 Scritto da mangano1 in miti, riti, detriti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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Marco Tarchi,al pensiero di destra non è rimasto nulla
Spenta la fiamma tricolore, al pensiero di destra non è rimasto nulla
di Marco Tarchi - 30/04/2010
Fonte: Il Foglio

Fini avrebbe dovuto, tempo fa, rispondere a due quesiti: quale lascito consegnava l’esperienza del neofascismo alla politica italiana? E quale bilancio si poteva trarre dagli oltre sessant’anni della sua presenza sulla scena italiana?
L'articolo di Pietrangelo Buttafuoco "Destra, ultima fermata", ospitato sul Foglio del 29 marzo scorso, ha creato un grande dibattito in rete (dai blog a facebook). Molti i commenti e le reazioni: tra questi, la lettera di Tomaso Staiti di Cuddia a Buttafuoco, ripresa anche da FareFuturo, e l'analisi del professor Marco Tarchi, ordinario presso la Facoltà di Scienze politiche di Firenze. Tarchi fu lo storico animatore, dalla fine degli anni Settanta, della cultura delle nuove sintesi nota come Nuova Destra. Autore di molti volumi, il suo ultimo libro è "La rivoluzione impossibile. Dai Campi Hobbit alla Nuova Destra" (Vallecchi, 370 pp, 18 euro).
Ne ha dette, di cose, Gianfranco Fini in questi ultimi giorni. E, come nel suo costume, non sempre le ha orientate nella stessa direzione. Esagera, probabilmente, chi sostiene che abbia fatto impallidire la fama di Togliatti in materia di doppiezza, quando gli rinfaccia l’andirivieni fra l’esaltazione del fascismo dei congressi missini degli anni Ottanta e le proclamazioni di segno opposto scaturite un ventennio più tardi, o gli chiede conto, nel pieno dell’offensiva dell’accoglienza e dell’apertura politica verso gli immigrati, della vena xenofoba venuta alla luce quando voleva accanto sul palco dei comizi Jean-Marie Le Pen e faceva mettere ovunque possibile tavolini per lanciare petizioni che urlavano l’imperativo del “tutti a casa loro”. Ma è certo che una vocazione a giocare su due tavoli il personaggio l’ha sempre dimostrata – basti pensare che, proprio quando faceva campagna contro l’immigrazione, si premurava di farsi premurare con una bambina di colore in braccio nell’oleografia degli auguri natalizi agli impavidi lettori del “Secolo d’Italia” – e non sembra propenso a smentirla adesso, se è vero che a Bondi minaccia “scintille in parlamento” per il governo e in tv giura che non si presterà a imboscate in quella sede.
Insomma, dare ascolto a quel che Fini dice, per chi vuole capire sul serio come funziona la politica non è consigliabile (né, del resto, è opportuno seguire alla lettera le dichiarazioni di qualsiasi esponente di partiti e coalizioni, non solo nel nostro paese; non per dar ragione per forza a Grillo, e per converso torto a Travaglio, ma pretendere che la politica si accordi con l’etica è far torto alla natura, all’esperienza e al buonsenso). Tuttavia, qualche frammento di sue dichiarazioni può servire a far luce su singoli aspetti di quegli atti della commedia umana che si svolgono nei palazzi istituzionali. E in questo senso si può leggere l’ammissione che gli è sfuggita in un dialogo fuorionda con Lucia Annunziata, quando, a proposito dei sodali di tanti anni non disposti a seguirlo ora sulla via della rottura di fatto con Berlusconi, ha detto che i suoi ex colonnelli “hanno solo cambiato caserma”. L’analisi è impeccabile.
Peccato che, ancora una volta, contraddica frasi vecchie di pochi mesi, perché allora era soltanto il Pdl ad essere descritto con la metafora militaresca, rivendicando il diritto-dovere di portarvi aria nuova e libera, mentre adesso si giunge alla tacita ammissione che Alleanza nazionale aveva le stesse sembianze del fortilizio, dove tutti dovevano obbedienza cieca, pronta ed assoluta al comandante e, più che colonnelli, erano in auge i caporali e i gregari. Chi sgarrava, e magari denunciava le violazioni di uno statuto che prevedeva un congresso ogni tre anni e non ogni sei, sette o chissà quanti, come di fatto accadeva, veniva messo alla porta o costretto a farlo.
Questo non è, peraltro, che uno dei tanti dati di fatto su cui l’ex presidente di An ha sinora dimostrato una memoria a chiazze. Nella psicodrammatica riunione della direzione nazionale del Pdl di giovedì scorso, ad esempio, difendendo le due ragioni. Fini ha fatto di nuovo ricorso a una formula che gli è cara: è venuto il momento di smetterla di nascondere la polvere sotto il tappeto. Chi avrebbe potuto dargli torto? Sarebbe difficile farlo, in particolare, a chi segue da decenni le vicende della destra italiana. È lecito però aggiungere che di quei sostanziosi mucchi di polvere ci si sarebbe dovuti sbarazzare da un bel po’ di tempo, e che le pulizie avrebbero dovuto iniziare dalla soglia di casa propria, prima di abbandonarla per il trasloco a palazzo Grazioli.
Almeno all’atto della confluenza nel Pdl, nel congresso di chiusura di Alleanza nazionale, l’ultimo segretario del Movimento sociale italiano ed unico presidente del partito che ne era nato per gemmazione (il copyright è di Ilvo Diamanti) avrebbe dovuto, per coerenza e per chiarezza, rispondere a due quesiti: quale lascito consegnava l’esperienza del neofascismo alla politica italiana, nel momento in cui la fiamma si spegneva? E quale bilancio si poteva trarre dagli oltre sessant’anni della sua presenza sulla scena italiana?
In apparenza si poteva trattare di interrogativi di interesse circoscritto a una smunta cerchia di nostalgici, ma nei fatti scioglierli avrebbe offerto, finalmente, una lettura convincente di un percorso che a molti appare tutt’altro che rettilineo, allontanando il legittimo sospetto che la sfida di Fini a Berlusconi – già allora visibile, sia pur sottotraccia – fosse, nella sostanza, un mero scontro di caratteri e ambizioni personali e non un contrasto di programmi e progetti. Senza tacere il fatto che, per un politico che nei primi anni Novanta propugnava l’avvento di un non meglio identificato fascismo del Duemila ed è approdato tre lustri dopo alla convinzione che nella guerra civile i fascisti stessero dalla parte sbagliata, tracciare un bilancio non reticente del cammino percorso e spiegarne i punti di svolta e le intuizioni ispiratrici sarebbe stato un dovere etico. Aggettivo di cui, all’attuale Presidente della Camera, piace far uso, applicandolo però più agli altri che a se stesso.
Invece, dalla cerimonia di spegnimento della fiamma non scaturì nessun approfondimento problematico dei motivi per cui, prima e durante gli anni in cui Fini ne aveva fatto parte, un partito politico si era assunto il compito di portare sulle spalle il fardello di un’identità maledetta, incontrando il consenso di qualche milione di italiani, l’indifferenza di molti altri e l’astio irriducibile di un vasto numero di avversari e nemici. E tantomeno delle ragioni che portavano, nel 2008, a scaricare di quel bagaglio anche gli ultimi residui, senza degnarli di uno sguardo, critico o malinconico che fosse. Come, sulle colonne del “Foglio”, Buttafuoco e Staiti di Cuddia, e su altri giornali Veneziani e altri, hanno osservato, il cadavere, ormai mummificato e smembrato, è stato interrato alla chetichella. E si sa fin dall’antichità che i morti oltraggiati, specie se dai consanguinei, tendono a vendicarsi.
Non si può certamente interpretare così lo squagliamento dei sodali di un tempo – i vituperati “colonnelli” per i quali è stato rispolverato il nostalgicissimo epiteto di badogliani – che oggi corrono a rifugiarsi sotto le ali di Berlusconi, ma non vi è dubbio che, se Fini si sta sempre più isolando dal grosso dei seguaci, lo deve all’incapacità, o alla mancanza di coraggio, dimostrata nel non fare i conti sul serio con l’eredità fascista, neofascista e postfascista. Con cui, però, lo studioso delle vicende di quella parte deve misurarsi. Chi scrive lo ha fatto attraverso vari libri – da Cinquant’anni di nostalgia a Esuli in patria, da Dal Msi ad An al recente La rivoluzione impossibile (Vallecchi), dedicato in primo luogo all’evoluzione della giovane generazione neofascista degli anni Settanta e Ottanta – e prova, qui, a riprendere il discorso.
La questione accennata, ovviamente, può essere affrontata da più punti di vista. Qui ci si può limitare a toccare quelli che sfiorano la più immediata attualità.
Partiamo dal fatto che la scomparsa di Alleanza nazionale ha segnato, sia pur in linea con l’evoluzione progressiva del Msi, la fine di almeno due delle ambizioni che dal fascismo – o quantomeno dalle sue correnti movimentistiche – si erano trasmesse inizialmente ai suoi epigoni: la pretesa/promessa di superare la contrapposizione tra sinistra e destra, estraendo da ciascuno dei due campi le istanze ritenute migliori e fondendole in una nuova sintesi, e quella di incarnare un modo nuovo di rapportarsi alla politica, rifiutando le forme cristallizzate della democrazia partitocratica. Sul primo di questi due versanti, non c’è alcuna vena polemica nella constatazione che, nel Msi prima e in An poi, il fascismo ha completato quel processo di resa alla destra che già aveva attraversato varie fasi in epoca di dittatura. Ridotta la socialità a espediente gergale di propaganda, il neofascismo ha rinfoderato l’aspirazione a proporre modelli di organizzazione economica della società diversi da quelli imposti dal capitalismo e nei confronti di questi ultimi ha, un poco alla volta, affievolito le residue critiche.
Negli ultimi anni, persino le accuse alla mentalità consumistica e i connessi fervori ecologisti che avevano surrogato le vecchie venature di anticapitalismo romantico sono state spazzate via dai documenti ufficiali, mentre il rifiuto dell’individualismo – pilastro antropologico della concezione del mondo liberale – si andava affievolendo. Anche il richiamo al comunitarismo non è andato oltre lo slogan: esibito ad uso interno, quasi solo negli ambienti giovanili, sotto l’ambigua forma dell’incitamento a formare una “comunità militante”, il concetto di comunità non è mai stato applicato all’analisi delle dinamiche sociali contemporanee, non si è mai tradotto in formule progettuali, non è mai stato applicato a situazioni concrete (anzi: laddove lo si sarebbe potuto inserire nel dibattito pubblico, come quando si è discusso delle modalità di organizzazione delle collettività multietniche, ci si è premurati di affossarlo, a profitto di proposte basate sulla prospettiva di assimilare i diversi e annegarli nel crogiolo del modello occidentale). L’unico campo in cui An si è staccata dal retroterra di destra caro al Msi è stato quello del costume, della morale individuale e collettiva; ma non si è trattato di una fusione fra valori propri e stimoli provenienti dall’esterno; tutto si è ridotto all’introiezione di istanze progressiste – curiosamente fatte proprie senza smettere di denunciare nel Sessantotto la fucina di quella “disgregazione morale” di cui si stavano accettando tutti i prodotti – all’unico scopo di apparire al passo con i tempi e di scrollarsi di dosso il micidiale sospetto di non aver imperato a memoria le lezioni della Storia.
Quanto all’allineamento a mentalità, stili e logica di un tipo di politica messo per decenni alla berlina, l’evidenza delle sue manifestazioni offerta quotidianamente da giornali, radio e tv esime dal perderci troppo tempo. Temendo di mettere in discussione il faticoso raggiungimento della legittimità a governare, e scordando in fretta le infatuazioni lepeniste di un tempo, i post-neofascisti si sono preoccupati di allontanare da sé ogni sospetto di ammiccamento al populismo, anche a rischio di lasciare i benefici elettorali di questo fenomeno agli alleati che ne sfruttano le diverse declinazioni: Berlusconi da un lato e la Lega Nord dall’altro. Apparire i bravi ragazzi pensosi in mezzo a una compagnia un po’ troppo scapestrata è stata la tattica perseguita con più cura dai vertici aennini, che dall’antipolitica, o meglio dalla politica antipartitica, si sono congedati dopo le “radiose giornate” giustizialiste di Tangentopoli.
Entrambe queste scelte, tese – accanto alle ripetute e progressivamente sempre più ampie condanne di vari aspetti del regime mussoliniano – a liquidare l’immagine di continuità e contiguità con il fascismo implicita nella storia missina, hanno spostato Alleanza nazionale al ruolo di bersaglio secondario delle accuse degli avversari, molto più impegnati, con la poco significativa eccezione di centri sociali e collettivi studenteschi, a prendere di mira gli atteggiamenti autoritari di Berlusconi o l’intollerante xenofobia leghista. Nel contempo però hanno lasciato campo libero ad un’area di estrema destra che, non essendo stata in alcun modo stimolata a un onesto confronto critico con il fascismo, con le sue espressioni storiche e con il suo retroterra ideologico e culturale, si è appropriata nei modi più rozzi della mitologia ad esso connessa, facendone una bandiera. La crescita numerica di questo ambiente, che dà corpo agli stereotipi coltivati dall’antifascismo militante e li legittima, cancellando le tracce del percorso di fuoriuscita dal tunnel delle nostalgie autoritarie e totalitarie tracciato a suo tempo dalla cosiddetta Nuova Destra, è il dono avvelenato che il voltafaccia dei postfascisti passati con disinvoltura dal ghetto al palazzo lascia all’Italia; una pericolosa eredità di cui non è facile soppesare le conseguenze future, che nemmeno il possibile approdo alla casa comune berlusconiana di alcune frange oggi dissidenti, prima fra tutte La Destra di Storace, aiuterebbe ad arginare.
Quanto poi alla funzione che il gruppo dirigente di Alleanza nazionale, oggi lacerato, potrebbe svolgere nel momento in cui Berlusconi lascerà la guida del centrodestra, le prospettive sono indecifrabili. Lo sono per quanto riguarda le singole figure, che ormai stanno amalgamandosi in forme distinte con le varie anime oggi presenti nel Pdl, e lo sono per quanto concerne le idee di cui An è stata portavoce, perché queste sono, da tempo, indistinguibili, perlomeno come aggregato unitario e coerente. Come Alessandro Giuli ha sostenuto nel suo Il passo delle oche (Einaudi), e come la lettura di documenti e periodici di area conferma, il “pensiero di destra” non aveva già più ai tempi di An, e men che meno ha oggi in quei dintorni, un volto riconoscibile. A sostituirlo è venuto un insieme liquido di riflessioni prive di un filo conduttore, abbacinate dall’ossessione di apparire moderni ad ogni costo, ancora legate a una terminologia di stampo conservatore in cui parole come nazione, identità e Stato sono tuttora frequenti ma ondivaghe nell’attribuire contenuti a quei termini. I modi in cui questo incerto substrato culturale influenzerà il Pdl degli anni a venire, o le formazioni politiche che lo sostituiranno in omaggio al continuo cambio di sigle che sembra essere l’unica caratteristica costante della “Seconda repubblica”, sono ad oggi impensabili. E pare che neanche il brain trust finiano riesca ad immaginarli.
Resta da capire, oggi più che mai, se in questo panorama Fini si sia assegnato un compito che vada al di là della propria personale promozione a scranni più elevati dell’attuale. La spregiudicatezza del personaggio, il suo completo disancoraggio (non da oggi) da visioni del mondo, ideologie, credenze collocate al di fuori dell’orizzonte della contingenza, rende difficile sciogliere il dubbio. Che dal fallimento della “lista dell’elefantino” ideata per le elezioni europee del 1999 in poi la sua tattica sia consistita nel farsi accreditare come l’unico ragionevole, affidabile e moderato uomo di Stato presente nelle file della sua coalizione, non c’è dubbio, e dopo l’accantonamento di Casini e dell’Udc la pista, in questa direzione, gli si è presentata sgombra. Che una simile manovra puntasse a farne il candidato più accreditato alla Presidenza della repubblica, cui si giunge in genere sull’onda di larghe intese che coinvolgono l’opposizione parlamentare, è parso per un certo tempo probabile. Che la sinistra veda il coronamento di questa ambizione come la meno peggiore delle soluzioni attualmente immaginabili, e cerchi nei modi più discreti di favorirla, insistendo nel sottolineare che Fini, per carità, non ha cambiato campo (perché, se questa impressione si facesse strada nel centrodestra, come sta avvenendo nelle ultime settimane, la candidatura finirebbe col bruciarsi in via definitiva), e tuttavia è da lodare per la perizia e la sagacia che da uomo delle istituzioni va dimostrando, è cosa certa. Ma, se anche le cose stessero così, non è mai stato chiaro che cosa l’ex-aspirante alla guida del fascismo del Duemila si proporrebbe di fare una volta giunto all’agognato soglio. E meno ancora lo è oggi, nel momento cioè in cui da più parti si ipotizza che, magari col sostegno di quegli interessi che potrebbero trovare un elemento di coagulo e rappresentanza in Montezemolo, le ambizioni dell’uomo si siano impennate ulteriormente, sino a prospettargli l’obiettivo, o il miraggio, della guida del governo.
Sbagliano, o vogliono intorbidare le acque, quanti sostengono che dietro Fini si stia profilando un progetto di egemonia politico-culturale successiva e sostitutiva rispetto al berlusconismo di cui taluni “ex fascisti di sinistra” di provenienza missina sarebbero mente e nel contempo braccio. Dietro le trovate ad effetto, le appropriazioni indebite, il gusto per la vetrina, la classe dirigente che ha condotto ad estinzione il soggetto politico in cui si era incarnato il neofascismo, così come il nucleo dei suoi intellettuali fiancheggiatori, non ha sin qui esibito alcun progetto originale, alcuna cultura politica coerente, alcun segno di una nuova identità in grado di sostituirsi alla precedente. Insomma, dietro la fiamma che si è spenta l’unico profilo che finora è spuntato è quello di un nulla. Ma la politica non sopporta vuoti, e in ossequio a una regola mai smentita riempie sempre, in un modo o nell’altro, i vuoti che i suoi attori provocano. Se le istanze che in un’altra epoca avevano dato vita al fascismo e ne avevano poi, malgrado la catastrofe bellica, garantito la persistenza in altre forme, non si sono acquietate, c’è da chiedersi come e dove troveranno nuove manifestazioni.
Se non hanno più nessuna ragion d’essere, la domanda appropriata è: su quali basi manterrà un proprio ruolo il ceto politico che su di esse si è a suo tempo formato? In entrambi i casi, indovinare la risposta esatta è impresa impervia, ma le convulse vicende delle ultime ore ne lasciano indovinare una plausibile: giunto al capolinea un percorso storico e ideale durato quasi un secolo, ai suoi estremi epigoni politici non è rimasta altra scelta che il mimetismo, sia pure in vesti diverse, da un lato il populismo liberista berlusconiano, dall’altro una incongrua miscela di residui nazionalconservatori e frammenti di umanitarismo progressista. Misero destino, malgrado gli strepiti plaudenti dei sostenitori più irriducibili, tuttora incapaci di affrancarsi da quel complesso del “capo-che-ha-sempre-ragione” che più fascista non si potrebbe immaginare, per un fenomeno storico a cui nemmeno i più aspri critici e i più tenaci avversari hanno mai negato una tragica e magari funesta grandiosità.
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18:05 Scritto da mangano1 in il punto, la critica | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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29/04/2010
Tommy Cappellini,Quei comunisti che remavano contro
da IL GIORNALE
giovedì 29 aprile 2010
Quei comunisti che remavano contro
di Tommy Cappellini
Rosa Luxemburg pensava più alle cinciallegre che al Partito, Victor Serge "tradì" il Comintern per i romanzi, Aleksandr Bogdanov si diede agli studi scientifici. Una storia dei compagni "eretici"
A bocce ferme, anzi disintegrate, ci si potrebbe chiedere se i cosiddetti «comunisti eretici» abbiano «sbagliato in grande», sprecando la loro intelligenza nella critica costruttiva di qualcosa che non aveva troppe chance di successo storico, o se invece abbiano «sbagliato in piccolo», svolazzando come falene intorno a un totalitarismo che, alla prova dei fatti, si dimostrava ogni volta molto più intelligente e bruciante di loro nel fare politica attiva, fin tanto che la faccenda poteva durare (magari rinvigorita periodicamente a suon di legnate e gulag).
È destino di molti intellettuali engagé finire in una simile ambiguità, ma quelli comunisti ci sono cascati come nessun altro (indice di una maggior «credibilità umanistica» del comunismo o del fatto che alla fine i «nazi» della premiata ditta Carl Schmitt&C. erano più accorti?). A ogni modo, la loro storia commovente, spesso tragica, è ripercorsa in un possente volume in uscita oggi nelle librerie: L’età del comunismo sovietico. Europa 1900-1945 (Jaca Book, pagg. 674, euro 40, a cura di Pier Paolo Poggio). È il primo di una serie di cinque volumi intitolata «L’altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico»: l’idea alla base di tale ragguardevole impresa editoriale è fare un ritratto, come spiega Poggio nella presentazione, «di figure, movimenti ed esperienze non riconducibili alle forme politiche egemoni nella storia del secolo, anzi alternative e critiche nei confronti di queste, anche se per la loro irriducibile diversità potevano pervenire unicamente a una convergenza in negativo». In altre parole, si tratta di raccontare la biografia intellettuale «non di modelli o idoli, ma di una realtà eterogenea, ancora ricca di vita e possibilità».
Domanda: si intende forse una possibilità di natura politica? Se è così, c’è da avere qualche dubbio. I capitoli più intensi e fecondi di questo tomo, infatti, sono quelli dedicati a Rosa Luxemburg nella sua variante più anarchica («Spero di morire sulla breccia: in una battaglia di strada o nel penitenziario. Ma il mio io più intimo appartiene più alle mie cinciallegre che ai compagni»), a Victor Serge, «cronista del disastro sovietico», a Walter Benjamin (imprescindibile per lucidità e disincanto), a Brecht e alla Scuola di Francoforte, oltre che alla triade «Silone, Koestler, Orwell» e a Simone Weil e Martin Buber. Possiamo salvare anche i capitoli dedicati ad Alexandre Kojève, Georges Bataille e Wilhelm Reich.
Convince poco, invece, l’«ontologo» Gyorgy Lukàcs presentato come correttore/oppositore di Stalin: l’autore di L’anima e le forme pensava che sarebbe bastato rifiutare sulla carta la naturalizzazione della società (cioè la tendenza ad assimilare la storia sociale al funzionamento dei processi naturali) per impedire a Stalin di trasformare l’economia in un complesso autarchico, rinchiuso in una legalità autonoma, con individui trattati «come semplici epifenomeni di forze impersonali» (è andata esattamente al contrario). Dai nomi che abbiamo citato appare chiaro che se c’è ancora una fecondità latente del comunismo non è dunque di natura politica, bensì filosofica e letteraria.
Prendiamo per esempio Victor Serge, morto (forse avvelenato da emissari del Partito) su un taxi a Parigi il 17 novembre 1947. Suo è uno dei libri da non perdere del Novecento, Memorie di un rivoluzionario (un long seller pubblicato in Italia da e/o): generazioni di lettori ne sono rimasti incantati fin dalle prime pagine. Figlio di esiliati russi a Bruxelles, socialista a tredici anni, anarchico a quindici, giornalista a diciassette (firmava Le Rétif, Il Refrattario), arrivò a Pietrogrado nel 1919 per partecipare alla fondazione del Comintern, ma appena otto anni dopo, in occasione del XV congresso del Partito in cui tutti (da Zinovev a Kamenev) capitolarono davanti a Stalin, lo imprigionarono. Il carcere fu il suo spartiacque esistenziale: tutta l’attività politica a cui fino allora si era dedicato gli sembrò futile e, un pomeriggio che era ricoverato in ospedale, sentì che era meglio scrivere opere durature: «È importante lasciare una testimonianza su questi tempi; il testimone passa, però può succedere che la testimonianza rimanga». Scrisse in francese (in URSS non gli avrebbero pubblicato più una riga) una serie di romanzi ormai divenuti dei classici all’interno di quella letteratura apolide novecentesca così tipica dei fuoriusciti sovietici: Il caso Tulaev, Gli anni senza perdono, La città conquistata.
Simile a quella di Victor Serge è l’esperienza di Aleksandr Bogdanov (1873-1928), autore di romanzi utopici (La stella rossa, in Italia per Sellerio, L’ingegner Menni) che, agli albori della letteratura fantascientifica russa, vendettero centinaia di migliaia di copie. Bogdanov fu un altro comunista che, dopo gli strali che Lenin gli indirizzò, prese consapevolezza che scrittura romanzesca e ricerca scientifica sarebbero durate più a lungo dell’Unione Sovietica, e vi si dedicò esclusivamente. Oltre ai romanzi, scrisse il poderoso Tectologia, o scienza generale dell’organizzazione (più volte ristampato o antologizzato: anticipò idee della cibernetica e servì come vademecum scientifico per la pianificazione economica dell’URSS) e diversi saggi sulle trasfusioni del sangue, di cui fu pioniere (morì nel corso di un esperimento condotto su se stesso).
Che dire, poi, dei «classici» Simone Weil, Arthur Koestler, Ignazio Silone, George Orwell? Si tratta di scrittori talmente liberi da qualsiasi ortodossia dettata dal Politburo che parlare di loro come di «eretici del comunismo» pare sempre un po’ riduttivo, quasi un’inclusione forzata. Non si può dire lo stesso di molti altri eretici proposti in L’età del comunismo sovietico, che scontarono un’eccessiva fedeltà al Partito - all’«Idea», direbbe Nabokov - anche quando da questo venivano traditi o, peggio ancora, torturati.
15:45 Scritto da mangano1 in mi ricordo che | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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