15/07/2009

Richard Florida, Classe creativa cercasi

Caffè Europa - Webzine di cultura europea e democrazia informata

Classe creativa cercasi

Richard Florida

15-07-2009



Questo articolo, pubblicato in Reset 113 (maggio-giugno 2009) è una versione ridotta di quello uscito su «The Atlantic». Leggi la versione completa (in inglese)

Mio padre era un figlio della Grande Depressione. Nato nel 1921 a Newark, nel New Jersey, da una coppia di immigrati italiani, visse sulla propria pelle la crisi economica. Nel 1934, a 13 anni, iniziò a lavorare in una fabbrica di occhiali nell’Ironbound (quartiere di Newark: il nome allude alle grandi costruzioni ferroviarie e stradali in ferro e acciaio che ne delimitano il perimetro, ndt), aggiungendo la sua paga a quella del padre, della madre e dei sei fratelli per mettere assieme uno stipendio. Quand’ero ragazzo, rievocava spesso nei suoi discorsi gli anni delle file per il pane, delle tendopoli e della distribuzione degli indumenti. A Natale, raccontava a me e a mio fratello come i suoi genitori, non potendo permettersi di acquistare giocattoli nuovi, impacchettassero per anni lo stesso modellino di escavatore, che gli facevano poi trovare sotto l’albero. Nella mia famiglia allargata, gli zii occupavano un ordine gerarchico in base alla gravità della congiuntura economica in cui si erano trovati a crescere. Mio zio Walter, che proseguì gli studi fino a laurearsi in Ingegneria chimica e si affermò poi come alto dirigente della Colgate-Palmolive, spiccava al primo posto: non in virtù dei suoi successi accademici o professionali, ma poiché era cresciuto nelle condizioni più dure.
L’esperienza vissuta da mio padre era in gran parte condivisa dall’intero paese. Anche se le aree rurali degradate del Dust Bowl (il «catino di polvere» che risultò da una serie di tempeste di sabbia abbattutesi sugli Stati Uniti centrali e il Canada dal 1931 al 1939, ndt) versavano probabilmente in condizioni peggiori, ogni regione era duramente colpita, e gli abitanti dei piccoli centri così come delle grandi città respiravano la stessa angoscia e incertezza. La Grande Depressione fu una crisi nazionale; e per molti versi un evento capace di unire la nazione. L’intero paese, a quanto sembrava, era sintonizzato sulle fireside chats, le «chiacchierate al caminetto» del presidente Roosevelt.
È improbabile che l’attuale crisi economica dia origine allo stesso tipo di esperienza condivisa. Certo, la contrazione dell’economia sta seminando danni praticamente ovunque. Lo scorso ottobre, a meno di un mese dall’inizio del crollo dei mercati finanziari, il sito Economy.com della società di rating Moody’s ha pubblicato uno studio sulla recente attività economica in 381 aree metropolitane Usa. Stando a quei dati, 302 aree erano già allora in profonda recessione e altre 64 a rischio. Soltanto 15 erano ancora in fase di espansione. Tra queste spiccavano due regioni ricche di petrolio e risorse naturali, il Texas e l’Oklahoma, sostenute dalla progressiva riduzione dei prezzi dell’energia; e la regione della Greater Washington, dove i salvataggi varati dal governo, la nazionalizzazione delle società finanziarie e le politiche fiscali espansive danno lavoro ad avvocati, lobbisti, politologi e a quanti lavorano su contratto per l'Amministrazione federale.
Non c’è angolo degli Stati Uniti che abbia significative possibilità di scampare a una recessione lunga e profonda. Con il progressivo estendersi della crisi oltre i confini di New York, in centri industriali come Detroit e nella Sun Belt (la «cintura del sole», una regione degli Stati Uniti che si estende dalla costa atlantica a quella pacifica raggruppando gli Stati del sud e del sud-ovest del paese, ndt), tuttavia, la tempesta si abbatterà senz’altro in alcune realtà territoriali molto più pesantemente che in altre. Alcune città e regioni, alla fine, rinasceranno più forti che in passato. Altre, invece, potrebbero non riprendersi mai più. Con l’aggravarsi della crisi, il paesaggio economico del paese risulterà profondamente e permanentemente modificato. A nostro giudizio, questa crisi segna la fine di un capitolo della storia economica americana, o meglio l’addio a tutto uno stile di vita.

Crisi globali e trasformazione economica

«Una cosa mi sembra probabile», dichiarava Peer Steinbrück, Ministro tedesco delle Finanze, lo scorso settembre: a seguito della crisi, «gli Stati Uniti perderanno lo status di superpotenza del sistema finanziario globale». Non occorre un grande sforzo per capire che la crisi finanziaria sta suonando l’ultima ora di un impero americano sopraffatto dai debiti, viziato dal consumismo eccessivo e dalla sottoproduzione: è la caduta che Paul Kennedy, tra gli altri, andava profetizzando da lungo tempo.
Le grandi crisi economiche internazionali – il crac del 1873, la Grande Depressione – tendono a capovolgere l’ordine geopolitico, e ad accelerare la caduta delle vecchie potenze e l’ascesa di nuove. Ne L’era post-americana, pubblicato pochi mesi prima del tracollo di Wall Street (in Italia da Rizzoli nel settembre 2008, ndt), Fareed Zakaria sostiene che il terzo grande spostamento di potere della storia moderna sia già in corso, le prime due inversioni di rotta essendo state l’ascesa dell’Occidente nel XV secolo e dell’America nel XIX.
Ma Zakaria aggiunge che questa transizione è caratterizzata più dall’«ascesa del resto del mondo» che dal declino americano. Dobbiamo far fronte a un’economia globale, scrive il direttore di «Newsweek international», «definita e guidata da molti luoghi e da molte persone». È senz’altro vero. Il corso degli eventi sin dal momento in cui Steinbrück rilasciava le sue dichiarazioni, tuttavia, dovrebbe indurre a riflettere quanti sono convinti che lo scettro della leadership globale passerà presto di mano. La crisi ha alzato il velo su gravi problemi strutturali, non soltanto negli Stati Uniti ma nel mondo intero. Il modello bancario europeo si è rivelato non più solido di quello americano, e la Cina ha dato prova di rimanere in tutto e per tutto il partner co-dipendente degli Stati Uniti. Il Dow Jones, sceso di oltre un terzo lo scorso anno, è in realtà tra gli indici borsistici che hanno registrato gli andamenti migliori a livello globale. Il capitale estero continua ad affluire negli Usa, che restano evidentemente un porto sicuro – almeno per il momento – in tempi incerti.
È possibile che, di qui ai prossimi anni, gli Stati Uniti entrino in una fase accelerata di relativo declino, anche se è un esito tutt’altro che scontato; ma tratteremo l’argomento più avanti. Di una cosa possiamo però esser più sicuri: la recessione, specie se si rivelerà lunga e profonda come molti oggi paventano, accelererà l’ascesa e la caduta di luoghi particolari all’interno degli Stati Uniti; e capovolgerà le sorti di altre città e regioni.
(...)
In quali condizioni verseranno queste ultime, quando il crac del 2008 farà sentire le sue ripercussioni nel 2009, nel 2010 e oltre? Quali luoghi potranno scampare agli effetti più nefasti, e a quali verranno invece inflitte ferite permanenti? È utile tentare un’analisi del modo in cui il crac finanziario e i suoi strascichi potrebbero incidere sul paesaggio economico nel lungo periodo, da costa a costa, a partire dall’epicentro della crisi e dalla più grande città della nazione: New York.

Quo vadis, New York?

A prima vista, poche città americane sembrerebbero più palesemente minacciate dal crac finanziario di New York. La metropoli ha perso quasi 17.000 posti di lavoro nel settore finanziario soltanto nel periodo ottobre 2007-ottobre 2008, e Wall Street così come l’abbiamo conosciuta finora non esiste più. «Addio Wall Street, buongiorno Pudong?», recita l’incipit di un articolo di Marcus Gee uscito qualche tempo fa sul «Toronto Globe and Mail», in cui si delinea la possibilità che il ruolo centrale di New York nella finanza globale possa essere presto usurpato da Shanghai, Hong Kong e altre capitali finanziarie asiatiche e mediorientali.
È un allarme che sembra troppo avventato. In un saggio lungo e dettagliato, Le capitali della finanza (Brioschi 2008), lo storico dell’economia Youssef Cassis ripercorre l’ascesa e il declino dei centri finanziari globali nel corso degli ultimi secoli. L’excursus è piuttosto lungo, ma non presenta molti colpi di scena: i grandi spostamenti dei centri del potere capitalista avvengono in tempi quasi geologici.
Amsterdam occupava il centro del sistema finanziario mondiale nel XVII secolo; al suo posto è subentrata Londra agli inizi del XIX secolo, e poi New York nel XX. Nell'arco di più di tre secoli, nessun’altra città ha scalato la lista dei centri finanziari globali. Le capitali finanziarie godono di «notevole longevità», scrive Cassis, «nonostante le fasi di espansione e contrazione nel corso della loro esistenza».
La transizione da un centro finanziario all’altro, suggerisce lo storico, accumula tradizionalmente un ritardo rispetto a più vasti cambiamenti nell’equilibrio del potere economico. Sebbene gli Stati Uniti avessero soppiantato l’Inghilterra come maggiore economia del mondo da ben prima del 1900, soltanto dopo la seconda guerra mondiale New York eclissò Londra quale centro finanziario più importante del globo (e anche allora, l’eclissi non fu completa; negli ultimi anni, Londra ha, in una certa misura, tolto la scena a New York). Con l’ascesa dell’Asia, Tokyo, Hong Kong e Singapore sono assurti a grandi centri finanziari; per dimensioni e campo d’azione, tuttavia, restano di gran lunga indietro rispetto a New York e Londra.
Il mondo finanziario «è caratterizzato da un enorme effetto di rete e agglomerazione», spiegava l’ex vice segretario del Tesoro Usa Edwin Truman al «Christian Science Monitor» lo scorso ottobre: un vantaggio che deriva dalla disponibilità di un’ampia massa critica di professionisti della finanza, che coprono molti diversi settori di specializzazione, oltre ad avvocati, contabili e altre figure di supporto, tutti in stretta prossimità fisica. È estremamente arduo costruire queste dense reti ex novo, e molto difficile che città in rapida ascesa si affermino ai vertici della finanza globale senza di esse. «Hong Kong, Shanghai, Singapore e Tokyo sono oggi più importanti rispetto a 20 anni fa», ha dichiarato Truman. «Ma raggiungeranno la posizione di dominio di Londra e New York tra altri 20 anni? Suppongo di no». Hong Kong, per esempio, vanta un mercato delle Ipo (Initial public offering, la prima offerta di titoli azionari al pubblico da parte di una società, ndt) altamente sviluppato, ma sconta una carenza di molte delle altre capacità – come il trading su obbligazioni, valute e commodity – che fanno di New York e Londra delle vere e proprie potenze finanziarie globali.
(...)
New York è decisamente molto più di un centro finanziario. È la più grande città della nazione da circa due secoli, e oggi occupa la più vasta area metropolitana in America, rappresentando il cuore della più estesa megaregione del paese. È patria di un’economia diversificata e innovativa che poggia le sue fondamenta su un’ampia gamma di industrie creative: dai media al design, all’arte e all’entertainment. Ed è patria di società del settore high-tech come Bloomberg, oltre a vantare un fiorente avamposto di Google nel quartiere di Chelsea. Nel saggio The Warhol Economy (Princeton University Press 2007), Elizabeth Currid illustra in maniera dettagliata la diversità che caratterizza New York. Currid ha misurato la concentrazione di diversi tipi di occupazione a New York in rapporto alla loro incidenza sull’economia statunitense nel suo insieme. Stando a tale calcolo, New York è una mecca per stilisti, musicisti, registi, artisti e – ebbene sì – psichiatri, più che per professionisti della finanza.
La grande urbanista Jane Jacobs fu tra i primi a ravvisare nella diversità delle strutture economiche e sociali delle città il vero motore della crescita. Sebbene la specializzazione così come identificata da Adam Smith ingeneri notevoli benefici in termini di efficienza, secondo Jacobs la confluenza di molte diverse professioni e differenti tipi di persone, in un ambiente ad alta densità, è uno stimolo essenziale all’innovazione; alla creazione, cioè, di qualcosa che sia veramente nuovo. Ed è l’innovazione, sul lungo periodo, a garantire la vitalità e l’importanza di una città.
In tal senso, la crisi finanziaria potrebbe alla fine rivelarsi d’aiuto a New York, infondendo nuove energie alla sua economia creativa. Gli straordinari aumenti di reddito di operatori delle banche d’investimento, trader e gestori di hedge fund nel corso degli ultimi due decenni hanno distorto l’economia della città in maniera morbosa. Nel 2005, chiesi a un alto dirigente di una grande banca d’investimento se l’impennata dei prezzi immobiliari nella città stesse in qualche modo compromettendo la capacità dell’azienda di attrarre talenti da tutto il mondo. Mi rispose semplicemente: «Noi siamo la causa, non l’effetto della bolla immobiliare». (Come poi si è visto, aveva ragione solo a metà). Col passare del tempo, i livelli stratosferici toccati dai prezzi degli immobili hanno reso New York una città meno variegata, e probabilmente meno stimolante. Quando chiesi a Jacobs, qualche anno fa, quali fossero gli effetti dell’impennata dei prezzi immobiliari sulla creatività, la sua risposta fu: «Quando un luogo diventa noioso, anche i ricchi se ne vanno». Ora che l’egemonia delle banche d’investimento è andata in fumo, New York ha maggiori possibilità di evitare quella sterile sorte.

Le «città veloci» dell’America

Nel saggio Il mondo è piatto (Mondadori 2006), Thomas Friedman sostiene essenzialmente che il campo di gioco dell’economia globale sia stato livellato, e che chiunque, dovunque, possa oggi innovare, produrre e competere alla pari – per fare un esempio – con gli operai di Seattle o gli imprenditori della Silicon Valley. Ma è un ragionamento non del tutto corretto e che non offre un'accurata descrizione dell’evoluzione che l’economia globale ha conosciuto in questi ultimi anni.
In realtà, come ho già sostenuto in un articolo pubblicato sull’«Atlantic» nell’ottobre 2005, «The world is spiky» (Il mondo è appuntito), nell’economia moderna i luoghi hanno ancora una certa importanza; e il vantaggio competitivo delle città-regioni più prospere al mondo sembra crescere, anziché ridursi. Per capire quali saranno gli effetti della crisi da un luogo all’altro degli Stati Uniti, è fondamentale comprendere le forze che, da almeno una generazione, ne stanno lentamente ridisegnando il paesaggio economico.
Da un capo all’altro del globo, gli individui si raccolgono in un certo numero di megaregioni, sistemi di città multiple e anelli suburbani circostanti, come il corridoio Boston-New York-Washington. Nell’America del Nord, queste megaregioni comprendono alcuni centri della Sun Belt come il corridoio Char-Lanta, la California del nord e del sud, il triangolo texano di Houston-San Antonio-Dallas, e l’area di Tampa-Orlando-Miami nella Florida del sud; la Cascadia nel Pacific Northwest, che si estende da Portland a Vancouver passando per Seattle; nonché la Greater Chicago e Tor-Buff-Chester nella vecchia Rust Belt (la «cintura della ruggine», per via del paesaggio costellato dalle rovine di stabilimenti abbandonati e arrugginiti, ndt). A livello internazionale, tra le megaregioni figurano la Greater London, la Greater Tokyo, l’Am-Brus-Twerp in Europa, il corridoio Shanghai-Pechino in Cina e l’area di Bangalore-Mumbai in India. Anche in questi luoghi la produzione economica è sempre più concentrata. Le 40 più estese megaregioni del globo, che ospitano circa il 18% della popolazione mondiale, provvedono ai due terzi della produzione economica globale e a quasi 9 nuovi brevetti d’innovazione su 10.
Alcune di queste megaregioni (ma non tutte) hanno un centro ben preciso, e questi nuclei saranno con ogni probabilità meglio protetti dal crac rispetto alla gran parte delle altre città, in virtù delle loro dimensioni, diversità e ruolo regionale. La città di Chicago si è affermata come centro del management industriale e ha fatto propri molti dei servizi, come quello finanziario e legale, un tempo assolti in più piccoli centri del Midwest. Los Angeles vanta un’economia vasta, diversificata e di portata globale nel settore dei media e dell’entertainment. Miami, che risente duramente dello sgonfiamento della bolla immobiliare, resta nondimeno il cuore commerciale della vasta megaregione della Florida del sud, e un importante centro finanziario per l’America Latina. Ognuno di questi luoghi rappresenta il nucleo finanziario e commerciale di una vasta megaregione con decine di milioni di abitanti e centinaia di miliardi di dollari in produzione. Tutto ciò non cambierà per effetto della crisi.
Parallelamente all’ascesa delle megaregioni, un secondo fenomeno sta ridisegnando la geografia economica degli Stati Uniti e del mondo intero. La capacità delle diverse città e regioni di attrarre individui con un elevato livello di formazione – ovvero capitale umano – si è andata differenziando, come si evince dalle ricerche condotte, tra gli altri, da Edward Glaeser di Harvard e Christopher Berry dell’Università di Chicago. Trent’anni fa, i livelli di istruzione erano distribuiti in modo relativamente uniforme da un capo all’altro del paese; oggi non è più così. In città come Seattle, San Francisco, Austin, Raleigh e Boston, la concentrazione di laureati è raddoppiata o triplicata rispetto ad Akron o Buffalo. Tra quanti possiedono un titolo di studio postuniversitario, le disparità sono ancor più marcate. La distribuzione geografica degli individui per competenze e livello di istruzione, su questa scala, è senza precedenti.
(...)
Le crisi economiche tendono a rafforzare e accelerare i trend di fondo e a lungo termine in un’economia. L’economia Usa è nel mezzo di una fondamentale trasformazione di lungo periodo, simile a quella di fine Ottocento, quando la gente abbandonava le campagne per riversarsi nelle nuove città industriali che sorgevano in quegli anni. In questo caso, l’economia sta passando dall’attività manifatturiera alle industrie creative trainate dalle idee; e anche ciò favorisce tutti quei luoghi in America che sono ricchi di talenti e a metabolizzazione veloce.

L’ultima crisi delle factory-town

I luoghi che, con ogni probabilità, risentiranno maggiormente del crac finanziario – specie nel lungo periodo – sono, purtroppo e ingiustamente, quelli che meno di tutti vengono associati all’alta finanza. La crisi sarà anche partita da New York, ma raggiungerà probabilmente la massima intensità nell’entroterra del paese; nelle più vecchie regioni di tradizione industriale i cui tempi gloriosi sono ormai ben lontani e nelle più giovani e poco radicate comunità della Sun Belt, le cui recenti fasi di espansione sono state almeno in parte alimentate da speculazione edilizia, sovrasviluppo e ricchezza immobiliare fittizia. Questi luoghi, che godono solitamente di minore prosperità, nei prossimi anni conosceranno molto probabilmente un’ulteriore erosione di ricchezza e verseranno ancora a lungo in condizioni critiche, anche dopo che i centri delle megaregioni e le città creative si saranno lasciati la crisi alle spalle.
La Rust Belt, in particolare, appare destinata a perdere un elevato numero di posti di lavoro, e alcuni dei suoi centri e città, da Cleveland a St. Louis, a Buffalo e a Detroit, avranno grandi difficoltà a imboccare la via della ripresa. Dal 1950 in poi, il settore manifatturiero ha registrato una contrazione dell’occupazione non agricola dal 32 al 10% soltanto. Questa flessione è una conseguenza di trend di lungo periodo – l’aumento della concorrenza straniera e, soprattutto, l’inesorabile sostituzione degli esseri umani con le macchine – che non potranno verosimilmente essere interrotti. Anche la perdita dei posti di lavoro, tuttavia, è avvenuta non secondo un andamento regolare bensì a scatti improvvisi, via via che le ondate di recessione hanno segnato la fine degli stabilimenti più obsoleti e determinato sospensioni di massa dal lavoro, mai pienamente revocate nelle conseguenti fasi di ripresa.
Lo scorso novembre, il dato nazionale sulla disoccupazione nel settore manifatturiero e produttivo già toccava il 9,4%. È interessante confrontarlo con quello relativo alle occupazioni professionali, che superava di poco il 3%. Secondo un’analisi svolta da Michael Mandel, responsabile per l’economia del settimanale «BusinessWeek», il settore «materiale» – ossia produzione, costruzione, estrazione e trasporto – ha perso quasi 1,8 milioni di posti di lavoro nel periodo dicembre 2007-novembre 2008, mentre il settore immateriale – quella cioè che io definisco la «classe creativa» di scienziati, ingegneri, manager e professionisti – ha registrato un aumento di oltre 500.000 unità. Entrambe le tipologie di occupazione sono concentrate a livello regionale. Paul Krugman ha rimarcato che gli effetti peggiori della crisi, almeno sinora, possono essere osservati nella Slump Belt, la «cintura della recessione», disseminata di centri manifatturieri, che si estende dal Midwest industriale alle due Caroline. Vaste aree del Nordest, con i suoi centri professionali e creativi, sono state meglio arginate.
Nessuna delle principali città degli Stati Uniti, oggi, appare forse in condizioni più critiche di Detroit, dove in ottobre il prezzo medio delle case si attestava sui 18.513 dollari, e circa 45.000 immobili erano sottoposti a procedure di pignoramento. Un recente elenco di esecuzioni fiscali nella contea di Wayne, che comprende Detroit, ha occupato ben 137 pagine del «Detroit Free Press». Il sistema di istruzione pubblica della città, su cui incombeva un deficit di bilancio pari a 408 milioni di dollari, è passato lo scorso dicembre sotto il controllo dello Stato; decine di scuole sono state chiuse, a partire dal 2005, per via del calo delle iscrizioni. Soltanto il 10% della popolazione adulta di Detroit possiede una laurea, e lo scorso dicembre il 21% dei cittadini era senza lavoro.
Il minimo che si possa dire è che Detroit non si trova nelle giuste condizioni per assorbire nuovi contraccolpi. La città era naturalmente avviata da lungo tempo al declino. Ma se i quartier generali dei giganti dell’auto, le industrie della componentistica e i residui posti di lavoro nella filiera di produzione automobilistica concentrati in quell’area dovessero scomparire, sarebbe molto difficile immaginare l’arrivo di un sostituto.
Quando i posti di lavoro vanno in fumo, non sempre i livelli di popolazione delle città precipitano con la rapidità che si sarebbe portati a pensare. Detroit, per quanto possa apparire sorprendente, è tuttora l’undicesima città per grandezza negli Stati Uniti. «Se non riesci più a vendere la tua casa, come puoi trasferirti altrove?», si domandava Robin Boyle, professore di urbanistica alla Wayne State University, in un articolo diramato lo scorso dicembre dall’«Associated Press». Ma si è poi risposto da sé: «C’è chi spegne semplicemente le luci e se ne va: i valori degli immobili sono ormai precipitati al punto che scegliere di levare le tende non è più così difficile».
Può darsi che Detroit abbia toccato il punto di non ritorno, e si accinga a diventare una città fantasma. Di certo, mi aspetto che nei prossimi anni conosca un declino più rapido di quanto abbiamo visto in questi ultimi. È più che probabile, tuttavia, che una larga fetta della popolazione decida di restare: coloro che non hanno mezzi o solide prospettive altrove, chi ha stretti legami familiari nelle vicinanze, un certo numero di giovani professionisti o figure creative intenti ad approfittare del crollo dei prezzi degli immobili. Ma con il perdurante calo di densità della popolazione, lo sforzo della città per garantire i servizi e scongiurare la rovina in un paesaggio sempre più desolato non potrà che accentuarsi.
È questa la sfida che accomuna tante città della Rust Belt: gestire il calo demografico senza cadere in rovina. Il compito è doppiamente arduo poiché con la contrazione dell’industria manifatturiera, anche i servizi di fascia alta in loco – finanziari, legali, di consulenza – che un tempo ne erano sostenuti si sono ridimensionati, essendo stati assorbiti da più importanti centri regionali e città connesse a livello globale. A Chicago, per esempio, i 50 principali studi legali del paese hanno visto, nel periodo 1984-2006, un aumento del numero degli avvocati pari a 2.130 unità, secondo quanto riferiscono William Henderson e Arthur Alderson dell’Università dell’Indiana. Nel resto del Midwest, l’aumento complessivo è stato di appena 169 unità. Lo studio legale Jones Day, fondato nel 1893 e oggi tra i più importanti in tutto il paese, non considera più gli uffici di Cleveland il proprio «quartier generale» – che sta a Washington – bensì come la «sede di fondazione».
Numerose città di second’ordine del Midwest hanno tentato di reinventarsi in vari modi, riscuotendo più o meno successo. Pittsburgh, per esempio, ha cercato di rinascere come centro high-tech, ottenendo risultati quasi ineguagliati altrove. Eppure, la sua popolazione è scesa da un picco di quasi 700.000 abitanti nella metà del Novecento ai circa 300.000 attuali. Una volta superato il tunnel della crisi, ci troveremo in un mondo con meno posti di lavoro nel settore manifatturiero, e il paesaggio economico Usa sarà di conseguenza più discontinuo, più «appuntito». Molti dei vecchi centri industriali verranno ulteriormente ridimensionati, e forse in maniera permanente.
Ciò non significa affatto che ogni factory town sia condannata al declino. Basta analizzare la composizione geografica del voto dello scorso dicembre al Senato Usa sul salvataggio dei colossi dell’auto, per accorgersi che alcuni luoghi, soprattutto al Sud, trarrebbero un beneficio diretto dalla bancarotta di General Motors o Chrysler e dalla chiusura di fabbriche automobilistiche nella Rust Belt. Georgetown, nel Kentucky; Smyrna, nel Tennessee; Canton, nel Mississippi: sono solo alcune delle numerose cittadine, che si estendono dalla Carolina del sud alla Georgia fino al Texas, che hanno tratto vantaggio dall'installazione, nel corso degli anni, di fabbriche che lavorano auto straniere. E i benefici potrebbero moltiplicarsi se le Big Three diventassero, per dire, le Big Two.
Tale fenomeno, una sorta di lotteria per cui alcune realtà vincono soltanto sopravvivendo ad altre, non sarà limitato alle città basate sulla produzione di automobili, o sull’industria tout court. Con il perdurare della recessione e il fallimento di grandi società in diversi settori industriali, i concorrenti rimasti in campo hanno la possibilità di rafforzarsi, e così pure i luoghi in cui essi agiscono. Charlotte, nella Carolina del nord, è un caso emblematico e di particolare interesse. La crisi finanziaria ha travolto una delle sue due grandi banche, Wachovia; lo scorso autunno, quest’ultima è stata rilevata dall’istituto Wells Fargo, con sede a San Francisco, in base a un accordo che costerà alla città svariate migliaia di posti di lavoro. Ma sarebbe potuta andare decisamente peggio, visto che lo stesso accordo ha permesso di salvare molti posti di lavoro. Per di più, all’incirca nello stesso periodo, Bank of America, l’altra grande banca di Charlotte (e la maggiore negli Stati Uniti) ha acquisito Merrill Lynch a prezzi da saldi.
Una regola d’oro del mondo del business vuole che quando i concorrenti battono la ritirata, si presentano ottime opportunità per incrementare la propria quota di mercato. Deborah Strumsky, economista dell’Università del North Carolina, mi ha confidato di essere convinta che, a fine partita, sia le banche che la città stessa di Charlotte usciranno dalla crisi più forti di prima: «L’accordo siglato da Wells Fargo ha permesso di salvare migliaia di posti di lavoro tenendo in vita Wachovia. E, quel che più conta, Bank of America ha approfittato della crisi bancaria come un fanatico dello shopping di una carta di credito, andando a caccia di buone occasioni e facendo straordinari affari. E ne uscirà in condizioni migliori di quanto abbia mai potuto sognare».
In questi ultimi anni, la classe dirigente di Charlotte ha adottato alcune scelte vincenti per attrarre attività commerciali e professionisti, permettendo così alla città di diventare il secondo centro bancario tradizionale della nazione in ordine di grandezza; nella lotteria del fallimento o del consolidamento del business, era nella giusta posizione per vincere. Ma è stata anche fortunata, e lo scorso autunno è sfuggita di misura a una perdita a dir poco devastante. Nel complesso, la rosa dei luoghi che trarranno beneficio dal fallimento dei rivali dei propri campioni sarà probabilmente molto esigua, e i nomi che vi compariranno alquanto imprevedibili. Specialmente tra le città basate su industrie sulla via del declino, i luoghi indeboliti supereranno in numero quelli divenuti più forti; come in tutte le lotterie, la gran parte dei giocatori è destinata alla sconfitta.
(...)

Il futuro paesaggio economico

La bolla immobiliare è stata l’espressione più estrema, e forse l’ultimo rantolo, di un sistema economico che andava formandosi da circa 80 anni, e giunto ormai ben oltre la sua data di «scadenza». La bolla ha incoraggiato una crescita massiccia e insostenibile in luoghi dove i terreni costavano poco e l’economia immobiliare imperava. Ha stimolato uno sviluppo selvaggio e a bassa densità, che mal si addice a un’economia creativa postindustriale. E, non ultimo, ha creato una forza lavoro troppo spesso statica, vincolata ad abitazioni che non possono essere vendute a prezzi convenienti, tutto ciò nel momento in cui flessibilità e mobilità assumono un’importanza cruciale.
In che modo, dunque, potremo lasciarci alle spalle la bolla, il crac e un modello di vita economica sempre più vecchio e obsolescente? Qual è, oggi, la giusta riconfigurazione spaziale per l’economia, e come possiamo giungervi?
La soluzione parte dalla destituzione della proprietà immobiliare dal ruolo centrale, e a lungo privilegiato, nell’economia Usa. Consistenti incentivi alla proprietà immobiliare (dalle agevolazioni fiscali ai tassi d’interesse artificialmente bassi sui mutui) distorcono la domanda, incoraggiando i cittadini a comprare abitazioni più grandi di quanto altrimenti farebbero. E questo comporta un’erosione della spesa per le tecnologie applicate alla medicina, i nuovi software o le energie alternative: i settori e i prodotti, cioè, che potrebbero trainare la crescita e le esportazioni Usa negli anni a venire. La domanda artificiale di case più grandi, inoltre, stravolge i modelli residenziali, portando a una crescita suburbana eccessiva e a bassa densità. Le misure a sostegno di tale domanda andrebbero abolite.
Le politiche del governo Usa, se mai, dovrebbero incentivare gli affitti, non le compravendite. La proprietà immobiliare occupa un ruolo centrale nel Sogno Americano soprattutto per effetto di scelte politiche susseguitesi nel corso dei decenni. Un recente studio condotto da Grace Wong, economista alla Wharton School of Business, dimostra che, controllando il livello reddituale e demografico, chi vive in una casa di proprietà non è più felice di chi paga l’affitto, né presenta un minor grado di stress o un maggiore quoziente di autostima.
E sebbene offra alcuni benefici sociali – tra cui un più alto livello di impegno civico – la proprietà immobiliare scarica pesanti costi sull’economia. L’economista Andrew Oswald ha dimostrato che negli Stati Uniti come in Europa, i luoghi con il tasso di proprietà immobiliare più alto scontano anche un maggior livello di disoccupazione. La proprietà immobiliare, nota Oswald, è un predittore di disoccupazione più importante dei livelli di sindacalizzazione o della generosità dei benefici assistenziali: sin troppo spesso vincola gli individui a sistemazioni fatiscenti o dissestate, e li costringe a occupazioni – sempre che riescano a trovarne una – che mal soddisfano i loro interessi e capacità.
La crescita dei tassi di proprietà immobiliare si è accompagnata a una minore duttilità della società americana: negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, le probabilità che gli americani traslocassero nell’arco di dodici mesi erano quasi doppie rispetto a oggi. Lo scorso anno, il numero di americani che ha deciso di trasferirsi, in percentuale della popolazione, è stato il più basso da quando l’Ufficio del Censimento ha iniziato a registrare i cambiamenti di residenza, alla fine degli anni Quaranta del secolo scorso. Questa sorta di rigidità strisciante nel mercato del lavoro è un cattivo segnale per l’economia, specie nel momento in cui attività commerciali, industrie e regioni passano dall’ascesa al declino con estrema rapidità.
La crisi dei pignoramenti offre, nel caso di specie, una concreta opportunità. Invece di opporsi ai pignoramenti, il governo Usa dovrebbe cercare di facilitarli in modo tale da ridurre al minimo disagi e sofferenze. Le banche che requisiscono gli immobili, per esempio, potrebbero essere tenute a offrirli in locazione ai vecchi proprietari, a prezzi di mercato – che sono solitamente più bassi delle rate del mutuo – e per un certo numero di anni. (Allo scadere di quel periodo, si potrebbe concedere all’ex proprietario la possibilità di riscattare l’immobile al prezzo di mercato corrente). Un mercato degli affitti più esteso e sano, che offra maggiori possibilità di scelta, renderebbe l’opzione della locazione più allettante agli occhi di un gran numero di cittadini, e l’economia nel suo insieme più flessibile e reattiva.
In una fase successiva, occorre incoraggiare la crescita nelle città e regioni meglio attrezzate per reggere la concorrenza nei decenni a venire: le grandi megaregioni che già fanno da traino all’economia, e i più piccoli centri di innovazione, in grado di attrarre talenti, situati all’interno dei loro confini. Penso a luoghi come la Silicon Valley, Boulder, Austin e il «triangolo della ricerca» nella Carolina del nord.
Quali che siano le politiche del governo Usa, i prossimi decenni vedranno con ogni probabilità un’ulteriore confluenza di produzione, occupazione e innovazione in un numero ridotto di città e città-regioni più estese. La giusta impostazione di questa crescita, tuttavia, costituirà una della sfide maggiori per il governo. In parte, occorre far sì che le città e regioni chiave continuino a far circolare persone, beni e idee in modo rapido ed efficiente. Già questo non sarà un compito da poco; i sempre più alti livelli di congestione, infatti, minacciano di privare lentamente alcune di queste città-regioni della loro vitalità.
È altrettanto necessario e importante, tuttavia, rendere le città d’élite e le megaregioni di importanza strategica più allettanti e accessibili per tutte le classi sociali americane, e non soltanto le fasce più alte. Gli alti costi delle abitazioni in queste città e nelle più abbordabili periferie circostanti, oltre alle più remote aree a sviluppo selvaggio e altamente congestionate, hanno contribuito nell’arco degli ultimi trent’anni ad allontanare gli americani a più basso reddito da questi luoghi. Tutto ciò è estremamente deleterio per la società americana.
Nel suo ultimo libro, The Wealth of Cities, il mio collega Chris Kennedy dell’Università di Toronto dimostra che soltanto cambiamenti strutturali e su vasta scala, dal radicale potenziamento delle infrastrutture ai nuovi modelli abitativi ai grandi mutamenti sul piano dei consumi, permettono ai luoghi di una nazione di uscire da gravi crisi economiche e ritrovare una rapida espansione. Londra gettò le basi di quello che sarebbe stato il suo predominio commerciale con la modifica del suo regolamento edilizio e l’ampliamento delle sue vie dopo il catastrofico incendio del 1666. Gli Stati Uniti hanno acquisito il loro predominio economico sviluppando periodicamente sistemi infrastrutturali completamente nuovi: dai canali alle ferrovie, alle moderne reti idriche e fognarie e alle autostrade federali. Ognuno di questi elementi ha giocato un ruolo fondamentale nella preparazione e strutturazione di stagioni di crescita interamente nuove.
L’Amministrazione Obama ha manifestato l’intenzione di allentare i cordoni della borsa del governo federale per aiutare la popolazione a uscire dalla recessione, e la spesa per le infrastrutture sembra destinata a giocare un ruolo chiave. Se eseguita a dovere, tale spesa potrebbe assicurare agli Stati Uniti le carte giuste per il prossimo ciclo di crescita. Perché ciò sia possibile, tuttavia, occorrerà molto più che la sistemazione di qualche strada o ponte.
Se c’è una costante nella storia dello sviluppo capitalista, è l’uso sempre più intensivo dello spazio. Oggi, occorre iniziare a fare un uso più intelligente sia degli spazi urbani che degli anelli periferici circostanti: attirando più persone, a costi più accessibili, e migliorando al contempo la loro qualità della vita. Ciò implica regolamenti edilizi e zonizzazione delle città più tolleranti così da consentire un maggiore sviluppo residenziale, nuovi insediamenti a uso misto sia nelle città che nelle periferie, il riempimento di nuclei suburbani in prossimità di collegamenti ferroviari, nuovi investimenti nelle ferrovie, e pedaggi urbani per il traffico sulle nostre strade. Non tutti desiderano vivere al centro delle città, e le periferie non sono in procinto di scomparire. Ma possiamo migliorare notevolmente la capacità di collegamento tra città e periferie e tra un’area suburbana e l’altra, permettendo così alle regioni di crescere in dimensioni e densità senza per ciò perdere in velocità.
Infine, occorre dire con chiarezza che non è possibile, in ultima istanza, fermare il declino di determinati luoghi, e che sarebbe assurdo tentare di farlo. Luoghi come Pittsburgh hanno mostrato che una città può restare dinamica anche in fase di declino, riprogettando il suo nucleo vitale per attirare giovani professionisti e figure creative, e coltivando industrie e servizi a elevate prospettive di crescita. E, in una certa misura, possiamo aiutare le città in difficoltà a gestire meglio il loro declino, e a promuovere una vita migliore per coloro che vi risiedono.
Ma epoche diverse favoriscono luoghi differenti, così come le attività industriali e gli stili di vita che essi inglobano. Soluzioni tampone e operazioni di salvataggio non possono cambiare questa realtà. Né i pacchetti di aiuto alle case automobilistiche, né le politiche mirate a sostenere artificialmente i prezzi immobiliari metteranno il paese in condizioni di intraprendere una nuova fase di crescita, almeno non di tipo sostenibile. Occorre lasciar cadere la domanda di prodotti e stili di vita chiave del vecchio ordine, e iniziare a costruire una nuova economia, basata su una diversa geografia.
Come sarà questa geografia? Molto probabilmente, sarà più diradata nel Midwest e anche, in ultima analisi, in quelle aree del Sud-Est che dipendono dal settore manifatturiero. Le periferie avranno un profilo più esile, e le case saranno forse più piccole. Alcune delle città del Sud-Ovest si svilupperanno meno rapidamente. Le sue vaste megaregioni cresceranno in altezza e si estenderanno altrettanto verso l’esterno. Avremo un minor tasso di proprietà immobiliare, e una popolazione più dinamica di affittuari. Insomma, sarà una geografia più concentrata, che consentirà a un maggior numero di persone di amalgamarsi più liberamente e interagire in modo più efficiente in un certo numero di città creative e megaregioni dense e innovative. Come per magia, sarà un paesaggio adatto a un mondo in cui il petrolio non è più conveniente, da nessun punto di vista. Soprattutto, però, sarà un paesaggio in grado di accogliere e velocizzare invenzione, innovazione e creazione: le attività in cui gli Usa detengono tuttora un notevole vantaggio competitivo.
Nelle celebri parole dell’economista di Stanford Paul Romer, «Quando c’è una crisi, è terribile sprecarla». Gli Stati Uniti, per quanti difetti abbiano, hanno raramente sprecato le crisi esplose in passato. Al contrario, ne hanno ripetutamente approfittato per reinventarsi, far piazza pulita del vecchio e spianare la strada al nuovo. Lungo tutta la storia degli Stati Uniti, l’adattabilità è stata forse la migliore e più emblematica delle qualità americane. Nel corso della Lunga Depressione di ottocentesca memoria, il paese riuscì a trasformarsi da potenza agricola a industriale. E dopo la Grande Depressione, ha scoperto un nuovo modo di vivere, lavorare e produrre, che ha contribuito a una fase di prosperità di massa senza precedenti. Nei momenti critici, gli americani hanno sempre guardato avanti, e non indietro, stupendo il mondo con la loro capacità di ripresa. Potranno farcela anche stavolta?

(Traduzione di Enrico Del Sero)

Geoff Mulgan, Che succede se il capitalismo fa flop


Caffè Europa - Webzine di cultura europea e democrazia informata


Che succede se il capitalismo fa flop

Geoff Mulgan

15-07-2009



Questo articolo è tratto da Reset n. 113 (maggio-giugno 2009)

 

Il sistema bancario americano ha di fronte a sé perdite che superano i 3 miliardi di dollari. Il Giappone è in crisi. La Cina si avvia alla crescita zero. Qualcuno spera ancora che un intervento di chirurgia d’urgenza possa ristabilire lo status quo. Sono in molti, tuttavia, a percepire che ci troviamo di fronte ad uno di quei rari punti di svolta in cui niente è più come prima.
Se un sogno finisce, tuttavia, quali altri sogni attendono nell’ombra? Il capitalismo saprà adattarsi? Oppure dovremmo tornare a porci uno dei grandi interrogativi che per quasi due secoli hanno animato la vita politica: cosa verrà dopo il capitalismo?
Soltanto pochi anni fa questa domanda era stata messa da parte, perché considerata tanto sensata quanto chiedersi cosa ci sarà dopo l’elettricità. I mercati globali avevano attratto nella loro orbita l’India e la Cina e il trionfo del capitalismo sembrava completo, con un islam medievale e le masse cenciose che assediano i summit del G8 a disputarsi il ruolo dei suoi ultimi, infiacchiti rivali. Si diceva che le multinazionali erano a capo di imperi più grandi della maggior parte degli Stati nazionali e, secondo alcuni, avevano conquistato il favore delle masse utilizzando le loro marche.
Tuttavia, la lezione del capitalismo è che nulla dura per sempre: “tutto ciò che è solido si scioglie nell’aria”, scriveva Marx. All’interno del capitalismo agiscono forze che lo indeboliscono e forze che lo sospingono in avanti.
In questo saggio analizzerò in che modo potrà evolvere il capitalismo una volta superata la crisi. Non ne prevedo la rinascita, né il crollo. Suggerisco invece un’analogia con altri sistemi che un tempo sono sembrati altrettanto immutabili. Durante i primi decenni del Diciannovesimo secolo, le monarchie europee parvero aver neutralizzato i loro rivali rivoluzionari, i cui sogni erano stati sepolti nel fango di Waterloo. Monarchi e imperatori dominavano il mondo e si erano rivelati eccezionalmente adattabili. Come accade oggi per i fautori del capitalismo, i loro sostenitori del tempo poterono ragionevolmente sostenere che le monarchie erano radicate nella natura umana. A quel tempo fu la gerarchia ad essere considerata naturale; oggi è l’avidità individuale. Allora,fu la democrazia di massa ad essere messa alla prova e a dimostrare di aver fallito. Oggi ,è il socialismo ad essere visto sotto la stessa luce: un esperimento a fin di bene ma non riuscito, perché in contrasto con la natura umana.
Ciò che avvenne all’esercito offre un’ altra cornice utile a riflettere sul futuro del capitalismo. Solo poche generazioni ci separano da quelle società nelle quali l’esercito si trovava nelle posizioni di vertice e godeva del massimo rispetto. La guerra faceva parte dell’ordine naturale delle cose, era lo strumento naturale per risolvere una contesa. Tuttavia, contro ogni previsione, in gran parte del mondo gli eserciti furono dominati e civilizzati e, da padroni spesso crudeli, trasformati in servitori.
Non sto sostenendo che il capitalismo è destinato a scomparire più di quanto lo fosse la guerra. Economie di mercato complesse e interconnesse continueranno a generare enormi surplus, alimentati dal continuo flusso di nuove conoscenze scientifiche. Tuttavia, allo stesso modo in cui la monarchia si è allontanata dal centro della scena per collocarsi in una posizione più periferica, così il capitalismo non dominerà più la cultura e la società come accade oggi. In breve tempo il capitalismo potrebbe diventare un servitore, anziché un padrone, e la crisi imprimerà un’accelerazione a questa trasformazione.
Le crisi del passato sono state crudeli, ma hanno anche contribuito a promuovere nuove idee che, da marginali che erano, sono entrate a far parte della corrente principale, e ne hanno accelerato il passaggio attraverso le tre fasi descritte da Schopenhauer a proposito di ogni nuova verità che inizialmente viene ridicolizzata, poi violentemente contrastata ed infine accettata come ovvia.

Quando il capitalismo divenne un «ismo»


Per comprendere ciò che il capitalismo potrebbe diventare, dobbiamo prima capire ciò che esso é. Non si tratta di una cosa semplice. Il capitalismo comporta un’economia di mercato, tuttavia molte economie di mercato tradizionali non sono capitalistiche. Esso comporta degli scambi commerciali, ma anche questi precedono di molto il capitalismo. Esso comprende poi il capitale, ma anche i faraoni egiziani o i dittatori fascisti ne disponevano.
Lo storico francese Fernand Braudel ha offerto quella che é forse la migliore descrizione del capitalismo, immaginato come una serie di strati costruiti al di sopra dell’economia di mercato di tutti i giorni, fatta di cipolle e legna, di idraulici e cuochi. Questi strati, locali, regionali, nazionali e mondiali, sono caratterizzati da un livello sempre maggiore di astrazione, fino ad arrivare al vertice, dove si colloca la finanza incorporea, che ovunque cerca profitti, che non é vincolata a nessun luogo e a nessun settore particolare e che tutto mercifica. Il capitalismo è diventato un “ismo” allorquando la solida attività bancaria di Genova e Venezia, di Londra e Bruges, si unì alla creatività manifatturiera per dare vita a un mondo in cui i detentori di un capitale astratto erano diventati dominanti, soppiantando i numerosi altri candidati alla pole position: guerrieri, studiosi, burocrati e produttori di oggetti.

Sulla via che porta agli hedge fund e ai derivati dei nostri giorni, ci sono state anche versioni più radicate del capitalismo. Esse prevedevano alleanze di ferro con lo Stato (il 40 per cento degli investimenti, a Silicon Valley, proviene dal governo), il dominio delle grandi concentrazioni industriali (come in Corea) e gli strani ibridi del capitalismo mercantilista comunista in Cina e del capitalismo guidato dai magnati del Sudest Asiatico. Ci sono stati liberi mercati di tipo piratesco –come negli USA del Diciannovesimo secolo- o estremamente socializzati, come in Svizzera nel Ventesimo secolo.

Ma, come aveva previsto Karl Marx, il capitalismo tende ad espandersi: i capitalisti del Diciannovesimo secolo compravano, con lo stesso entusiasmo, politici, collezioni d’arte, paesaggi e università. Il capitalismo contemporaneo si trova a proprio agio con i finanziamenti aziendali, i teschi tempestati di diamanti (un’opera di Damien Hirst ) e gli antichi maestri così come con i programmi software e i viaggi spaziali. I suoi metodi si sono propagati al settore dell’assistenza sanitaria, alla gestione del territorio e agli enti di beneficenza (sebbene il “filantrocapitalismo”, l’idea che i ricchi possano salvare il mondo, potrebbe non sopravvivere alla crisi). Qualsiasi cosa può essere trasformata in merce ed essere venduta e comprata –il sesso, l’arte, la religione- ed il capitalismo non è stato che creatività. Persino il cambiamento climatico si è trasformato in un potenziale affare per il capitalismo, con i contribuenti che sovvenzionano nuove fasi di ricerca e sviluppo e con i governi persuasi a finanziare il mercato del carbonio che offrono agli operatori economici, ai broker e agli investitori un’altra occasione per arricchirsi.

Il capitalismo ha un rapporto complicato con la politica: a volte essa lo ostacola e lo domina, a volte è il capitalismo che cerca di sottometterla. In Gran Bretagna, sia il partito Conservatore che i Liberal dipendono sostanzialmente da donazioni che provengono dagli hedge fund. Il Partito Laburista è stato salvato dai finanzieri della City ed ha chiesto ad una serie di banchieri di mettersi a capo di commissioni che si occupano di problemi lontanissimi dalle loro competenze, quali l’assistenza sanitaria e la riforma dello stato sociale. Boris Johnson ha affidato la supervisione della Employment and Skills Board di Londra ad un uomo che in passato aveva gestito un hedge fund. Lo stesso modello lo si ritrova negli USA, dove entrambi i partiti hanno coinvolgimenti con Wall Street – una delle ragioni per le quali è stato loro difficile reagire ad una crisi che ha messo in discussione i loro assunti (in parte, le prime iniziative di Obama hanno qualcosa che appare meno sicuro e meno radicale di quelle di Roosevelt, perché laddove Roosevelt aveva come consiglieri degli outsider, Obama ha scelto degli insider come Larry Summers o Tim Geithner).
Il carattere creativo e la tendenza ad espandersi del capitalismo ha incoraggiato sia l’uomo di Davos che i suoi critici radicali a presumere che il grande capitalismo sarebbe inevitabilmente diventato ancora più grande: ancora più intrecciato alla politica e alla cultura. In un’epoca in cui i bambini di sette anni venivano reclutati per vendere su commissione le bambole Barbie alle loro amiche, una tale prospettiva sembrava plausibile. Sfruttando qualunque cosa, dalle sostanze che modificano la mente ai giochi per computer e agli sport estremi, il capitalismo sembrava spingersi in profondità nei desideri umani come soltanto le religioni avevano fatto in passato.

Torna la curiosità

Tuttavia, soltanto pochi decenni fa, c’era una grande curiosità per ciò che avrebbe potuto sostituire il capitalismo. Le ipotesi spaziavano dal comunismo al managerialismo, dalla speranza di un’età dorata fatta di tempo libero, ai sogni di un ritorno ai valori della comunità e dell’armonia ecologica. Oggi, quelle utopie si possono ritrovare nei movimenti che ruotano attorno al World Social Forum, ai margini delle principali religioni, tra le sottoculture che circondano la rete e, in forma attenuata, nelle migliaia di civic ventures sparse per il mondo. Esse sono costrette a trovare nuovi seguaci. Tuttavia, la loro debolezza e quella di gran parte della letteratura anticapitalista contemporanea (David Korten, Wendell Berry, Alain Lipietz o Michael Albert), risiede nel non saper indicare con precisione in che modo le loro visioni potrebbero essere realizzate e come riuscire a superare interessi saldamente radicati.

La forza intellettuale del marxismo, per converso, derivava dall’affermazione che il capitalismo non era quel sistema onnipotente descritto oggi da autori come Michael Hardt e Antonio Negri, ma era piuttosto un sistema destinato ad autodistruggersi. Nella visione marxista lo sviluppo tecnologico è la forza trainante del cambiamento, che diventa rivoluzionario attraverso le contraddizioni tra le forze e i rapporti di produzione.

Dall’Ottocento a oggi

Nel Diciannovesimo secolo, si riteneva che il meccanismo sarebbe stato quello dell’impoverimento del proletariato; nella versione riproposta nel Ventesimo secolo, sarebbe stata la responsabilizzazione (ovvero la proletarizzazione) dei knowledge workers, i “lavoratori della conoscenza”. In un modo o nell’altro, il capitalismo stesso avrebbe generato coloro che erano destinati a seppellirlo.

Il fatto che ciò non sia accaduto, e che anzi il capitalismo diffonda ricchezza su vasta scala, ha relegato il marxismo ai margini, ai partiti di protesta come il Nuveau Parti Anticapitaliste francese, o alle tesi accademiche pacificate di un marxismo che viene assorbito dalle astrazioni della teoria letteraria.
Ma un capitalismo inquieto ha continuato a mettere frecce all’arco di chi è convinto che esso sia destinato all’autodistruzione. Una generazione fa, il sociologo americano Daniel Bell scrisse delle “contraddizioni culturali del capitalismo”, sostenendo che esso avrebbe eroso le regole tradizionali sulle quali si fonda: la disponibilità a lavorare duramente, il desiderio di trasmettere un’eredità ai figli, la capacità di evitare un eccessivo edonismo. In questo senso, il Giappone degli anni Novanta ci fornisce un buon esempio: quello dei suoi svogliati adolescenti che rifiutano l’etica del lavoro dei loro genitori che ha fatto da motore al miracolo economico.

Argomentazioni analoghe hanno individuato nella democrazia un tallone di Achille. Il materialismo capitalista ha indebolito gli incentivi ad avere figli, a sacrificare redditi e piaceri in cambio delle fatiche della vita familiare. (E la meritocrazia ha ulteriormente incoraggiato i genitori a concentrare le proprie ambizioni su uno o due figli soltanto). Da ciò deriva il tasso di natalità così drasticamente ridotto che caratterizza le popolazioni europee e quella bianca americana. Ad un certo punto lo squilibrio demografico che ne risulta minaccia di scardinare il contratto generazionale dal quale dipende ogni società, con una popolazione di anziani sempre più numerosa che esige sempre di più da una popolazione di giovani lavoratori sempre più esigua. Il crollo del tasso di risparmio – nel 2007,negli Stati Uniti, attorno allo zero, quando, per far fronte all’invecchiamento della popolazione, dovrebbe avvicinarsi il più possibile al 30 per cento- è il sintomo di un capitalismo che ha perso la capacità di proteggere il proprio futuro. (Per ironia, malgrado il suo elevato tasso di risparmio, la Cina corre rischi ancora maggiori, poiché la politica del figlio unico ha accelerato l’invecchiamento del Paese più rapidamente di quanto sia mai accaduto in precedenza nel corso della storia umana).

Altri critici hanno sottolineato la vulnerabilità del capitalismo nei confronti del successo. Una produttività eccezionale del settore manufatturiero riduce la quota di PIL, facendo sì che le economie dipendano di più dai servizi, che sono più intrinsecamente difficili da sviluppare. Una pari vulnerabilità è riscontrabile nei consumi. Avendo soddisfatto con successo i bisogni materiali della gente, il capitalismo si sente minacciato se la gente perde interesse nel lavoro e nel guadagno e pensa invece alle dottrine new-age, a prendere un anno sabbatico e a fare week-end di tre giorni. L’unica risposta del capitalismo è investire ancora di più nella creazione di nuovi bisogni alimentati dall’ansia circa la condizione sociale, la bellezza o la massa corporea, un risultato perverso che può rendere le società capitaliste sviluppate ancora più disturbate, dal punto di vista psicologico, delle loro corrispondenti più povere.

Tutte queste critiche hanno colpito alcuni dei loro bersagli, sebbene nessuna spieghi in che modo le contraddizioni del capitalismo possano essere risolte. Né esse dicono molto circa le tumultuose dinamiche del capitale. Per intuire in che modo l’attuale crisi può essere collegata a queste tendenze a lungo termine non dobbiamo guardare a Marx, a Keynes o ad Hayek, ma all’opera di Carlota Perez, un’economista venezuelana i cui scritti stanno suscitando un interesse sempre maggiore.
La Perez è una studiosa dei modelli a lungo termine del cambiamento tecnologico. Nella visione della Perez, i cicli economici iniziano con l’emergere di nuove tecnologie e nuove infrastrutture che promettono una grande ricchezza; esse a loro volta alimentano l spinta verso gli investimenti speculativi, con uno spettacolare incremento del valore azionario e di altri beni. Durante tali fasi, la finanza è in ascesa e le politiche liberistiche diventano la regola. Le fasi di espansione sono seguite da crolli spettacolari, come avvenne nel 1797,nel 1847, nel 1893, nel 1929 e nel 2008. Dopo il crollo, e dopo un periodo di scompiglio, si realizzano infine le potenzialità delle nuove tecnologie e delle nuove infrastrutture, ma soltanto una volta entrate in funzione nuove istituzioni più in linea con le caratteristiche della nuova economia. Quando ciò si è realizzato, le economie attraversano fasi di crescita e di progresso sociale, come è successo durante la belle époque o con il miracolo postbellico.
Prima della Grande Depressione, erano già presenti tutti gli elementi di una nuova economia e di una nuova società – ed essi incoraggiarono le bolle speculative degli anni Venti. Ma quegli elementi né furono compresi da coloro che erano al potere, né erano radicati nelle istituzioni. Allora, durante gli anni Trenta, l’economia si trasformò –secondo le parole della Perez- da un’economia basata “sull’acciaio, sugli impianti elettrici, sulle grandi opere di ingegneria e sulla chimica pesante…in un sistema di produzione di massa rivolto ai consumatori e ai solidi mercati della difesa. Era necessario procedere ad una gestione integrale della domanda e ad innovazioni relative alla redistribuzione del reddito, la più importante delle quali era forse il ruolo direttamente economico dello Stato. La conseguenza fu l’avvento del consumismo di massa e un’economia sostenuta da nuove infrastrutture per l’energia elettrica, per le strade e per le telecomunicazioni. Durante gli anni Trenta non era chiaro quali innovazioni istituzionali avrebbero avuto maggiore successo (il fascismo, il comunismo e il corporativismo erano tutti candidati), ma dopo la Seconda guerra mondiale emerse un nuovo modello di capitalismo regolamentato dallo Stato, caratterizzato da sobborghi e autostrade, Stato sociale e gestione macroeconomica, che sostenne la crescita del dopoguerra.

La crisi del 1929

Vista sotto questa luce, la Grande Depressione fu allo stesso tempo una sventura e un acceleratore della riforma. Essa contribuì ad introdurre nuove politiche economiche e di welfare in Paesi come la Nuova Zelanda e la Svezia che, successivamente, sarebbero diventati la corrente principale nel mondo sviluppato. Negli USA, essa condusse alla riforma delle attività bancarie, al New Deal e al G.I. Bill of Rights (Servicemen’s Readjustement Act). In Gran Bretagna, la Depressione, come la guerra, portò alla creazione del welfare state e del servizio sanitario nazionale.

Una implicazione dell’opera della Perez, e di quella di Joseph Schumpeter prima di lei, è che parte di ciò che era vecchio doveva essere eliminato per permettere al nuovo di trovare la propria forma più riuscita. Sotto questa luce, sostenere industrie infruttuose, rappresenta una linea politica rischiosa. Perez sostiene che potremmo trovarci alle soglie di un altro grande periodo di innovazione e sperimentazione istituzionale che porterà a nuovi compromessi tra le richieste del capitale e quelle della società e della natura. In retrospettiva, questi periodici riallineamenti sono parti integranti del capitalismo quanto lo sono le crisi finanziarie: in effetti, è soltanto attraverso le crisi e le riforme istituzionali che il capitalismo si adatta all’ambiente in trasformazione e riscopre la bussola morale che è così essenziale perché i mercati possano funzionare bene. Il riallineamento della fine del Diciannovesimo secolo giunse in risposta ai timori di un esito rivoluzionario e ha portato alle pensioni statali, alla scolarizzazione generalizzata, ai sindacati e al suffragio universale, mettendo fine agli ideali del liberalismo ottocentesco. Un secondo riallineamento si verificò 50 anni più tardi, in conseguenza della depressione economica e della guerra e, in tutti i Paesi ricchi, trasformò nella regola le varianti della democrazia sociale e cristiana, facendo lievitare la quota statale di PIL e introducendo mani visibili a guidare quella invisibile del mercato.

Se siamo alle soglie di un altro grande riallineamento, esso sarà modellato dalla triplice pressione dell’ecologia, della globalizzazione e delle statistiche demografiche. Una previsione dettagliata del modo in cui ciò potrà avvenire sarebbe inutile e, come sempre, esistono tante possibilità favorevoli quante sono quelle sfavorevoli, da una ripresa del militarismo e dell’autarchia alla condanna delle minoranze fino ad un accelerato collasso ecologico. Ma le nuove tecnologie –le reti ad alta velocità, i nuovi sistemi energetici, le industrie a bassa emissione di carbonio, il sofware open-source e la medicina genetica- hanno un tema comune: ciascuna, potenzialmente ripropone un capitalismo più nettamente somigliante ad un servitore che ad un padrone, sia nel mondo del denaro, nel lavoro, nella vita di ogni giorno o nello Stato.

Il capitale stesso è un buon punto di partenza. Una delle stranezze dell’economia contemporanea è che il sistema di distribuzione del capitale si è distaccato dall’economia reale. La maggior parte dei finanziamenti destinati alle nuove conoscenze scientifiche provengono dai governi, non dal mercato, e gran parte delle sovvenzioni alle grandi aziende che producono beni, tecnologie e servizi, sono prodotti internamente, anziché provenire dal mercato azionario. Nel frattempo, gran parte del lavoro del mercato finanziario ha implicato da parte del capitale finanziario una presa di posizione contro se stesso, mettendosi al riparo dai rischi e speculando con strumenti ancor meno trasparenti.

Anche prima della crisi si erano già manifestate molte controtendenze, tutte volte a riaffermare il ruolo di servitore dell’economia reale del capitale e a spingere nella direzione di una maggiore trasparenza. Quelle controtendenze avevano giustificazioni sia di natura pratica (più aumenta il grado di separazione tra prezzi dei beni finanziari e il valore sottostante più cresce il rischio di mercato) che di natura morale (più gradi di separazione ci sono, più è difficile per i mercati agire con responsabilità morale). Tra le numerose iniziative che vanno in questa direzione vi sono i tentativi ancora sperimentali di rendere gli investimenti dei fondi pensioni più responsabili degli effetti sociali e ambientali (ad esempio, attraverso i grandi fondi d’investimento americani come CaIPERS o Calvert); la tesi secondo cui le borse dovrebbero vigilare sulla trasparenza e sull’integrità dei loro investitori; i piani per bandire i paradisi fiscali offshore; la lenta ma costante affermazione di un’industria degli investimenti sociali (che oggi, negli Stati Uniti, rappresenta un decimo dei patrimoni investiti); e la crescita di un autentico capitale di rischio che affronti i rischi di nuove idee e nuove tecnologie (purtroppo, gran parte dell’industria britannica non risponde a tale definizione).

Ripensare il denaro

Torniamo a sentire proposte favorevoli alle banche pubbliche per il finanziamento dell’edilizia, delle infrastrutture e dell’innovazione, argomenti a favore della Tobin tax, di imposte sui redditi da capitale più elevate, di investimenti a breve termine. Quando il governo britannico sarà stanco di possedere banche, potrebbe anche decidere che esse potrebbero sopravvivere meglio come fondi comuni di investimento che come PLC (public limited company).

Un’altra parte interessante di questa vicenda è l’aumento del capitale nelle mani di fondazioni e di enti di beneficenza che oggi devono affrontare il dilemma se utilizzare i loro considerevoli patrimoni ( in Gran Bretagna pari a 50 miliardi di sterline) non soltanto in modo di distribuire i dividendi annuali ma riflettendo anche i propri valori. Bill Gates si è trovato nella posizione più difficile rispetto a tale problema quando i suoi critici hanno fatto notare che gli immensi beni della sua fondazione vengono spesso investiti in modo che vanno nella direzione opposta agli obiettivi che la fondazione si prefigge.

Il denaro stesso può essere ripensato. I privilegi che accompagnano la capacità di generare denaro, in futuro, comporteranno maggiori responsabilità, ma possiamo anche intravedere un interesse più grande nei confronti delle valute alternative più radicate, come le valute locali, in Germania, o le banche del tempo.
Quello dei consumi è il secondo settore in cui gli indizi del cambiamento sono inequivocabili. Nei Paesi che hanno un debito elevato (tra cui gli Stati Uniti e la Gran Bretagna), essi dovranno semplicemente diminuire, mentre dovrà aumentare il risparmio. E’ un’ironia che tante delle misure prese per far fronte all’impatto immediato della recessione, come i tagli all’IVA e i pacchetti di stimolo fiscale, vadano nella direzione opposta a ciò che sarebbe necessario sul lungo periodo. Ma vi sono anche dei forti movimenti volti a limitare gli eccessi del consumismo di massa: Slow Food, il movimento spontaneo ispirato alla semplicità, e le tante misure volte ad arrestare la crescente obesità, sono sintomi della tendenza a vedere nel consumismo non una simpatica debolezza ma un comportamento nocivo. Il sindaco di San Paolo, Gilberto Kassab, nel 2006 vietò i cartelloni pubblicitari. David Cameron si è scagliato contro il capitalismo tossico che corrompe i bambini, ed ha flirtato con l’idea di un conto personale delle emissioni di carbonio per porre un limite agli stili di vita che comportano un’ elevata emissione di carbonio. A rafforzare queste tendenze vi sono dei cambiamenti nell’equilibrio dell’economia che tendono ad allontanarla dai prodotti e dai servizi, per avvicinarla ad una “economia del sostegno” fondata sui rapporti e sull’assistenza (dagli asili, alle terapie fino alla consegna settimanale di cibi biologici). Le tecnologie di rete aiutano tale tendenza e, ai margini del mercato, esiste una crescente sottocultura fatta di club in cui i consumatori si uniscono per acquistare i loro prodotti (un esempio, qui in Gran Bretagna, lo fornisce l’Ebbsfleet United: una squadra di calcio, di cui sono proprietari i suoi 20.000 tifosi, unitisi grazie alla rete, che l’anno scorso ha vinto l’FA Trophy).

Questi cambiamenti si riflettono nel diverso modo di fare le cose, mentre il capitalismo prende le distanze dalla distruzione della natura per avvicinarsi a qualcosa di più vicino ad un equilibrio con essa. Visitando le fabbriche BMW, in Germania, si potrà vedere un nuovo modello di capitalismo che tenta di riutilizzare tutti i materiali necessari alla fabbricazione delle auto. Questi sistemi di produzione sono indicatori di un diverso ideale di produzione industriale che sarà celebrato all’Expo di Shanghai 2010, dove l’economia in più rapida crescita del mondo presenterà una visione del capitalismo a bassa emissione di carbonio, molto diversa da quella adottata dalla Cina negli ultimi venti anni.

Anche la conoscenza segna una linea di demarcazione tra i modelli capitalisti e le alternative cooperative. Un decennio fa, le politiche industriali di ogni governo incoraggiavano la creazione e la protezione della proprietà intellettuale. Le università erano spinte a commercializzare le loro idee, sulla base del fatto che senza incentivi finanziari non ci sarebbe stato modo di stimolare la biotecnologia o la successiva generazione di intelligenza artificiale. Contro ogni aspettativa, tuttavia, sono fioriti anche altri modelli. Una percentuale considerevole del software usato in internet è open source. Nella cultura, l’approccio di Creative Commons sta guadagnando terreno come alternativa al copyright tradizionale e Wikipedia è diventata un improbabile simbolo del post-capitalismo.

Il terzo campo in cui dovremmo cercare il cambiamento è il mondo del lavoro. La varietà delle esperienze lavorative è enorme, con grandi differenze di retribuzione, realizzazione e potere. In alcuni settori, la recessione darà nuovo slancio alla vecchia idea che sono i lavoratori a dover usare il capitale, e non viceversa. Cooperative come il gruppo Mondragon (che ha più di 100.000 dipendenti e le cui dimensioni sono raddoppiate ogni dieci anni), e aziende di cui sono proprietari i dipendenti, come la John Lewis, hanno visto prosperare la propria attività. Anche in altri settori si è manifestata la tendenza sul lungo termine di un numero sempre maggiore di persone desiderose che il loro lavoro costituisca un fine, oltre che un mezzo, sia una fonte di soddisfazione oltre che di guadagno. Tuttavia, in questo caso, il problema essenziale è capire se il capitalismo è in grado di trovare un nuovo riallineamento con la famiglia. Il capitalismo è penetrato nella vita familiare anche più profondamente e molte delle aree che presentano maggiori prospettive di crescita occupazionale sono quelle periferiche rispetto alla famiglia, il campo della sanità o dell’assistenza. Ma ovunque emergono anche segnali di una tesa differenziazione tra lavoro e famiglia, mentre un numero sempre maggiore di lavoratori, particolarmente le donne, deve occuparsi contemporaneamente dei bambini piccoli e degli anziani genitori. Una quantità di prove conferma il ruolo essenziale svolto oggi dalla famiglia nel coltivare le capacità e le attitudini dei futuri cittadini, tuttavia la nuova architettura dei diritti e delle flessibilità di cui disponiamo è ancora insufficiente.

Molti di questi cambiamenti stanno spingendo gli Stati a riflettere ancora una volta sul modo in cui trasferire alla società i nuovi rischi. Gli ultimi due riallineamenti – quello della fine del Diciannovesimo secolo e quello della metà del Ventesimo- riguardavano fondamentalmente il rischio, mentre i governi assumevano il compito di proteggere la gente dal rischio della povertà nella vecchiaia, dalle malattie e dalla disoccupazione. Da questo punto di vista, la Cina sembra avviata a mettersi al paro con l’Occidente; se il Partito Comunista vuole continuare a trovare legittimità, e circoscrivere la reazione politica contro gli eccessi del capitalistici, il Paese ha un bisogno assoluto di creare un sistema realizzabile di welfare state e di assistenza sanitaria. Altrove il terreno di scontro sarà quello dell’assistenza. Quando la popolazione invecchia, in linea di principio è possibile a chiunque assicurarsi, e fare in modo che l’assicurazione sia calibrata ai risultati del DNA e allo stile di vita. Ma l’esperienza suggerisce che è difficile progettare un mercato assicurativo per l’assistenza che sia allo stesso tempo efficiente e considerato equo. Per la maggioranza, aumenta il divario tra ciò che è necessario e ciò che viene offerto, mentre la speranza di vita continua a crescere e le invalidità diventano la norma. Entro una generazione potremmo trovarci alle soglie di una grande espansione della previdenza collettiva, nata dalla nostra comune vulnerabilità alle disabilità, alla demenza e al ritrovarci senza dei figli o un coniuge che si prendano cura di noi. Tale previdenza sarà modellata dalla possibilità di accedere ad un’informazione molto più precisa circa le inclinazioni individuali o l’efficacia delle cure e certamente utilizzerà le capacità commerciali. Ma è molto improbabile che sia capitalistica.

I governi potrebbero anche essere attirati ancora di più nel campo dei servizi finanziari. Fino ad ora il mondo dei servizi finanziari è stato molto in ritardo nell’offerta di prodotti più adatti alle necessità contemporanee, come i mutui variabili che possono essere sospesi nei periodi di disoccupazione. Alcuni governi, però, (come la Danimarca e Singapore) hanno creato conti personali per i loro cittadini, e non è difficile immaginare che offrano servizi mediante i quali la gente possa prendere denaro in prestito in un periodo di riqualificazione professionale, di congedo parentale o di disoccupazione, da restituire nei successivi 20 o 30 anni mediante il sistema fiscale, o attraverso un’ipoteca sulla casa, con costi di transazione più bassi di quelli previsti dalle banche.

Conti personali di welfare, bilanci personali nell’assistenza sanitaria e un calcolatore personale per le quote consentite di emissioni di carbonio. Tutto può rivelarsi un elemento peculiare dell’architettura di uno Stato riformato che mette in comune i rischi e allo stesso tempo personalizza i propri servizi. Tutto può far parte di nuovi accordi che fanno coincidere i nuovi diritti con un maggiore impegno verso il risparmio, il contributo sanitario e l’istruzione, e a condividere i costi che deriveranno dalla maggiore flessibilità sul lavoro.

Un ruolo nuovo per gli Stati

Gli ultimi grandi riallineamenti riguardarono lo Stato, e quando la recessione colpisce, gli Stati vengono ricondotti a ruoli più attivi. Tuttavia, alcune delle più importanti garanzie di sicurezza sono al di là della portata di un governo. Negli USA, la percentuale di coloro che affermano di non avere nessuno con cui parlare di problemi importanti, in venti anni, è aumentata passando dal 10 al 25 per cento. La biologia e le scienze sociali contemporanee confermano che siamo animali sociali dipendenti dagli altri per ciò che concerne la nostra felicità, il rispetto di noi stessi, il nostro valore e persino la nostra vita. Non vi è contraddizione intrinseca tra capitalismo e comunità. Tuttavia abbiamo imparato che questi collegamenti non sono automatici: devono essere coltivati e premiati, e le società che investono grosse quantità delle loro eccedenze in campagne pubblicitarie volte a convincere la gente che i consumi individuali sono la via migliore verso la felicità, finiscono col pagare un prezzo alto.
Ritenere i nostri rapporti sociali importanti quanto il nostro reddito, può modificare il modo di pensare la politica. L’effetto a breve termine della crisi sarà quello di concentrare tutta l’attenzione sullo scoraggiante calo del PIL. Ma sulla lunga distanza, sarà quello di considerare il PIL meno importante di altri metri di successo sociale, tra cui il benessere. Nell’ultimo anno, l’OECD (Organization for Economic Co-operation and Development), ha mobilitato uno spiegamento impressionante di vincitori di premi Nobel per consigliarci su ciò che dovrebbe esserci “al di là del PIL”: il presidente Sarkozy ha annunciato che sarà entusiasta di adottare alcuni di quei suggerimenti, mentre Obama vuole misuratori del successo che tengano conto dei miglioramenti nella salute, di città più verdi e di un’istruzione migliore, anziché limitarsi a misurare quanto ha speso la gente.

Quello che c’è oltre il PIL è anche un’idea più pluralistica di come le aziende dovrebbero essere gestite. Per decenni le PLC quotate in borsa sono state la regola. Ma la crisi attuale ci ricorda che forme più diversificate di attività economiche possono avere maggiori capacità di recupero. Le società di costruzioni che non hanno privatizzato sono sopravvissute molto meglio di quelle che lo hanno fatto. Gli enti di beneficenza tendono a sopravvivere alle recessioni meglio delle attività economiche convenzionali e le circa 55.000 imprese sociali britanniche sono in grado di riprendersi più rapidamente delle aziende che non hanno una missione sociale.

La crisi del capitalismo, naturalmente, è una crisi globale ed ha messo in luce i limiti delle istituzioni globali che presero forma un secolo fa. La Cina si avvia a diventare un elemento dominante di un Fondo Monetario Internazionale e di una Banca Mondiale rafforzate, seguita dall’India e dal Brasile. Il G20 sta superando il G8 nel circolo di quelli che contano. Ci sono nuove istituzioni possibili, destinate a vigilare e a gestire le emissioni di carbonio, ad occuparsi di qualsiasi cosa, dalle migrazioni globali alla regolamentazione delle biotecnologie, accanto ad istituzioni meno formali che servono a coadiuvare nell’impegno l’opinione pubblica mondiale, dagli e-parliament alle piattaforme su cui si conducono campagne globali, come Awaaz, un quotidiano on-line.

Previsioni difficili, non impossibili

Nessuno può dire quale di queste possibilità si realizzerà. In linea di principio, esiste un numero infinito di direzioni che i sistemi sociali potrebbero prendere. La storia, tuttavia, suggerisce che nei momenti chiave l’evoluzione è molto selettiva. Soltanto pochi modelli si rivela sostenibili, con un’affinità con le tecnologie e i valori prevalenti e con le strutture di potere.

Nella prima fase della crisi i soggetti che hanno richiesto sostegno con esito più fortunato sono state le grandi ( e ben collegate) industrie vacillanti dell’ultimo periodo del capitalismo. Ma le tesi cambiano – in che modo i piani di ripresa possono sostenere la crescita dell’occupazione, preparare il futuro ( come le infrastrutture destinate alle auto elettriche di San Francisco o come il massiccio programma di posti di lavoro “verdi” della Corea), piuttosto che cercare di riparare gli errori del passato. Non è ancora chiaro quali politici saranno in grado di esporre una visione di un “capitalismo servitore” più adatto al Ventunesimo secolo. David Cameron ha fatto qualche tentativo – per quanto possa essere a volte difficile per un discendente di generazioni di operatori di borsa. Gordon Brown è figlio di un vicario, ma è anche profondamente coinvolto nella crisi. Obama dovrebbe essere perfettamente adatto ad offrire una visione nuova, tuttavia si è circondato di paladini di quello stesso sistema che oggi sembra sbriciolarsi.

La conseguenza è che si va aprendo un grande spazio politico. Nel breve periodo esso sarà riempito dalla rabbia, dalla paura e dalla confusione. Nel lungo termine, quello spazio potrà essere riempito con una visione nuova del capitalismo e del suo rapporto con la società e con l’ecologia, una visione che sarà più chiara su ciò che vogliamo veder crescere e ciò che invece non vogliamo. Nel passato, le democrazie hanno più volte sottomesso, guidato e riportato in auge il capitalismo. Hanno impedito la vendita di persone, di voti, di cariche pubbliche, di lavoro minorile e di organi umani, ed hanno fatto rispettare i diritti e le norme, riversando allo stesso tempo risorse per soddisfare il bisogno di scienza e di competenze del capitalismo, ed è stato grazie ad una mistura di conflitto e cooperazione che il mondo ha raggiunto lo straordinario progresso dell’ultimo secolo.

Per scoprire cosa ci riserva il futuro, dovremmo forse alzare lo sguardo. Lo skyline offre la testimonianza più semplice su ciò a cui una società dà valore, e su dove le sue eccedenze vengono controllate. Qualche secolo fa gli edifici più grandi delle città di tutto il mondo erano i forti, le chiese e i tempi; poi, per un certo periodo, furono i palazzi. Per un breve arco di tempo, nel Diciannovesimo secolo, gli edifici civici, le stazioni ferroviarie e i musei misero in ombra tutti gli altri . E successivamente, alla fine del Ventesimo secolo, furono – ovunque – le banche. Sono in pochi a credere che sarà così ancora per molto. Ma cosa verrà dopo? Grandi palazzi destinati al tempo libero e stadi sportivi, università e gallerie d’arte, torri antincendio e giardini pensili, o imperi biotecnologici? Dobbiamo risvegliare la nostra capacità di immaginazione e guardare al di là della bufera che ancora si sta addensando per scorgere ciò che essa nasconde.

(Traduzione di Antonella Cesarini)

Marco Revelli, Lo strappo di civiltà

marco revelli
Lo strappo di civiltà
15.07.2009 da IL MANIFESTO



Una forte denuncia dell’inciviltà italiana, rivelata dal rapporto con i migranti e confermata dalla legge appena approvata. Il manifesto, 15 luglio 2009



Le cifre della strage sono pubbliche, accessibili a tutti. Basta consultare il sito di Fortress Europe per conoscere i numeri della nostra vergogna. Nei primi quattro mesi dell'anno sono stati già 339 i migranti morti annegati nel canale di Sicilia. Erano stati 1.274 in tutto il 2008. E ammontano a 4.099 nel quindicennio che va dal 1994, quando si è incominciato a tenere il conto dei morti sulla base delle notizie stampa, a oggi. Un'altra decina di migliaia di vittime si contano sulle rotte verso la Spagna e le Canarie (4.436), nel mar Egeo, verso la Grecia (1.310), nel nostro Adriatico, dall'Albania (603), o nel deserto del Sahara, lungo «le piste tra Sudan, Chad, Niger e Mali da un lato e Libia e Algeria dall'altro» (1.691 morti censiti, ma il numero è sottostimato perché la maggior parte delle tragedie si consuma fuori da ogni vista, senza lasciar traccia né notizia).

Altri sono morti di freddo nel tentativo di attraversare le zone montuose tra Turchia e Grecia. O saltando nei campi minati dell'Evros, in Macedonia (91 persone). O annegati nelle acque dell'Oder, del Sava, del Morava, i fiumi che separano Polonia e Germania, Bosnia e Croazia, Slovacchia e Repubblica Ceca. O assiderati nei carrelli degli aerei dove si erano nascosti per sfuggire ai controlli (41 persone). O soffocati nei container di un tir. O, ancora, caduti sotto gli spari delle diverse polizie di frontiera, a Ceuta e Melilla, l'enclave spagnola in Marocco, in Gambia, in Egitto, in Israele, in Libia, dove sono documentate le feroci torture praticate «nei centri di detenzione per stranieri, tre dei quali sarebbero stati finanziati dall'Italia».

Il totale è agghiacciante: 14.679 morti documentate lungo il perimetro che circonda la civile Europa con un muro immaginario immenso, infinitamente più lungo, alto e terribile di quello stesso Muro di Berlino la cui caduta è stata salutata come una liberazione dai fantasmi del Novecento. Di questi numeri non si è parlato nel G8 dell'Aquila, che pure della tragedia dell'Africa si è fatto ampiamente scudo per nascondere il proprio vuoto. Non hanno turbato lo shopping delle first ladies per le vie di Roma. Né i sonni dei loro augusti mariti nella caserma di Coppito, riadattata in fretta e furia per l'occasione probabilmente con il lavoro di un buon numero di sopravvissuti a quella strage, ora «regolarizzati».

Soprattutto non hanno segnato, col proprio scandalo, neppure una riga dei discorsi ufficiali del cosiddetti «Grandi», detentori di un'estenuata sovranità nazionale che - pur nel proprio anacronismo - non tollera messe in discussione né eccezioni, pronta a rivalersi della propria impotenza verso la forza dei mercati e dei capitali con la segregazione, il respingimento, la chiusura dei confini e il loro presidio, l'ostentazione muscolare nei confronti dei più deboli tra i deboli.

Men che meno, quei numeri - eppure di questo si trattava -, hanno anche soltanto sfiorato la discussione nel nostro parlamento su quel decreto sicurezza che, divenuto legge, trasforma in reato penale la colpa di esser sopravvissuti al viaggio. Tacendo sui sommersi, costituisce in «criminali» i salvati. Il Senato l'ha approvato in un clima dimesso, dopo un dibattito svogliato, come si trattasse di ordinaria amministrazione, con un'opposizione rassegnata, distratta e in una sua parte, almeno, intimamente connivente. E una stampa divisa tra le storie da bordello del premier e la cronaca rosa del summit, un occhio ai letti di palazzo Grazioli e l'altro ai tavoli di Coppito.

Eppure uno strappo, grave - un ennesimo, tanto che ci si è assuefatti - alla nostra civiltà giuridica, e alla più elementare morale pubblica, in quell'atto si è consumato: con l'introduzione del «reato di clandestinità», in una forma che è unica in Europa, si è varcato un limite. Sanzionando penalmente l'ingresso o la permanenza del singolo straniero sul nostro territorio, si individua come fattispecie di reato non un fatto o una serie di «fatti lesivi di beni meritevoli di tutela penale» ma - come è stato autorevolmente sostenuto da un buon numero di giuristi - «una condizione individuale, la condizione di migrante» secondo una logica che assume di per sé «un connotato discriminatorio contrastante non solo con il principio di eguaglianza, ma con la fondamentale garanzia costituzionale in materia penale, in base alla quale si può essere puniti solo per fatti materiali».

Sul piano pratico gli effetti saranno nulli, o più probabilmente negativi. Chiunque conosca il problema concorda che l'applicazione di quell'obbrobrio è tecnicamente impossibile, metterebbe in crisi l'intero sistema giudiziario. Spaventerà, certo. Rafforzerà le tendenze xenofobe già fin troppo diffuse nei nostri uffici pubblici, nei commissariati di polizia, tra le pieghe della burocrazia. Alimenterà la paura in chi dalla paura, nelle proprie terre, aveva tentato di fuggire. Ma non produrrà certo né più «sicurezza», né più ordine. Anzi. Può darsi che per qualche tempo influenzi la geografia dei flussi, scoraggiando almeno in parte le rotte verso l'Italia, spostandone tuttavia le derive lungo altre direttrici, dalla Turchia alla Grecia, in primo luogo, sui confini orientali dove la pericolosità è maggiore, e la mortalità rischia di crescere.

Un effetto, evidente, la legge ce l'ha, invece, sul piano simbolico. Per il messaggio che lancia. E per l'incultura che rivela. Uno strappo intollerabile, perché di effetti simbolici si nutre oggi la politica e la coscienza collettiva. E di oltraggi simbolici al pudore civile una democrazia muore. C'è da augurarsi che la figura cui spetta in ultima istanza il ruolo di «custode della Costituzione» non avalli un tale strappo. Che lo scandalo di quei numeri, inascoltato negli altri luoghi del potere, varchi almeno i muri del Quirinale.

21:44 Scritto da mangano1 in mi ricordo che | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

1 2 3 4 5 6 7 8 Prossimo