26/06/2009
Piero Pagliani, Ricordo di Giovanni Arrighi
Ricordo di Giovanni Arrighi
di Piero Pagliani
Dopo una battaglia contro un tumore durata un anno Giovanni Arrighi si è spento
il 18 giugno scorso nella sua casa di Baltimora, città dove insegnava Sociologia alla
Johns Hopkins University.
Nanni, come lo chiamavamo, era nato in Italia nel 1937 e si era laureato in
economia all'università Bocconi di Milano nel 1960.
Dopo un breve periodo d'insegnamento nel nostro Paese, nel 1963 si recò in
Africa, per insegnare all'Università della Rhodesia (ora Zimbabwe).
Lì resse il circolo di pensatori liberali che sostenevano attivamente il movimento
di liberazione nazionale, ma a seguito delle azioni di repressione del governo
dovette uscire dalla Rhodesia per sfuggire all'arresto. Si stabilì così in Tanzania
dove si mise a insegnare all'Università di Dar es Salaam, dove strinse relazioni con
militanti e singoli intellettuali africani (ad esempio fece parte del cosiddetto
"Committee of Nine Lecturers", un gruppo internazionale e interdisciplinare che si
prefiggeva lo scopo di articolare proposte da presentare alla "Conference on the Role
of the University College, Dar es Salaam, in a Socialist Tanzania").
Risalgono a quel periodo le elaborazioni che portarono al lavoro edito da Einaudi
nel 1969: "Sviluppo economico e sovrastrutture in Africa".
In questo saggio venivano analizzati i meccanismi politici ed economi di passaggio
dal periodo coloniale a quello dell'allora supposto sviluppo post-coloniale, ad
esempio il ruolo dei partiti che si autodefinivano "socialisti" come surrogati di
inesistenti borghesie nazionali, o venivano elaborate categorie economiche per
spiegare il passaggio all'economia capitalistica, come quella di "effort-price" ovvero
"prezzo in termini di fatica" ("l'unica categoria di costo possibile per un'economia
nella quale il salario non rappresenta ancora un fenomeno sociale").
Il 1969 è anche l'anno del suo rientro in Italia dall'Africa.
E in questo momentaneo rientro nasce la breve storia del mio incontro con questo
grande maestro.
Nel 1971 fondò a Milano assieme ad altri militanti ed intellettuali il Gruppo
Gramsci. Il clima era quello della frantumazione del movimento studentesco e della
riaggregazione nei gruppi della cosiddetta "sinistra rivoluzionaria". Tuttavia a
Milano il Movimento Studentesco si stava già trasformando in gruppo politico
extraparlamentare con esplicite tendenze staliniste, così che la lotta politica interna
aveva preso una piega molto più dura e del tutto particolare rispetto al resto
d'Italia.
Il mio liceo era notoriamente una roccaforte del Movimento Studentesco quando
con altri militanti avevamo iniziato a riunirci con l'ala dissidente del movimento
universitario che già era in contatto con Nanni Arrighi. Il tutto in un clima un po'
carbonaro tanto è vero che quando decisi di difendere esplicitamente in una
affollatissima assemblea le posizioni dei dissidenti, scoprii con sorpresa di non
essere isolato come credevo (il tema del dissidio era in quell'occasione se si sarebbe
andati incontro ad una "repressione generalizzata" - tesi del nucleo dirigente che
così voleva spingere verso l'unità "antifascista" delle sinistre - o ad una
"repressione selettiva" - tesi dei dissidenti).
Da quel momento, ero all'ultimo anno di liceo, entrai ufficialmente nel Gruppo
Gramsci. E fu nelle sue riunioni che conobbi Nanni. Le facevamo a volte nel piccolo
salotto della casa che lo ospitava, letteralmente invaso da pile di libri di economia,
sociologia e matematica, libri che a noi liceali facevano un effetto reverenziale e un
po' esoterico.
E' di Nanni l'impronta delle "Tesi del Gruppo Gramsci" del 1972 dove si sosteneva
che il capitalismo era un modo di produzione che normalmente produceva crisi.
Accompagnò l'uscita delle Tesi una canzone scritta da Gianfranco Manfredi il cui
refrain recitava: "La crisi è strutturale/è nata col capitale./Sta in mezzo al
meccanismo di accumulazione./ Il riformismo non sarà una soluzione."
In realtà, Nanni Arrighi, aveva incominciato a comporre i pezzi del suo immenso
puzzle intellettuale che lo portò anni dopo al concetto di "crisi sistemica di un ciclo
egemonico di accumulazione" (ciclo egemonico che è un concetto, come vedremo,
molto simile a quello di "fase monocentrica").
Quando nel 1973 il Gruppo Gramsci dà vita alla rivista "Rosso" e decise di
confluire nell'Autonomia Operaia (tendenza di Toni Negri), Arrighi se ne staccò.
Il problema, a mio avviso, era che nell'operaismo (un'interpretazione che spesso,
specialmente ai suoi inizi, fu comunque stimolante) il marxiano "modo di
produzione capitalistico" agiva di fatto come un concetto ideal-tipico, con tutti i
pregi dei concetti ideal-tipici, ma anche con tutti i loro limiti, sostanzialmente il
fatto che per diventare astrazioni determinate e non pure ipostatizzazioni, essi
devono essere continuamente rivisti e la loro capacità di mettere ordine nel caos
dei dati empirici deve essere messa continuamente in discussione e storicizzata,
esattamente come i concetti paradigmatici delle altre scienze. L'alternativa è
spingere sempre di più il pedale dell'astrattizzazione.
Penso che sia in parte dovuto a questi motivi se Arrighi non seguì l'evoluzione del
Gruppo Gramsci, così come - per motivi meno coscienti ed elaborati, ma simili - non
la seguii io.
Infatti la seconda opera, "Geometria dell'imperialismo" (Feltrinelli, 1978),
aggiungeva un nuovo tassello alla sua visione e cercava di sistematizzare in uno
schema logico quelle considerazioni di carattere storico che già nelle Tesi davano
ai cicli sviluppo-crisi un carattere ricorsivo legandolo, questa era la grande novità,
al concetto storico di stato-nazione.
In realtà, per Arrighi non si può parlare di capitalismo senza usare quelle due
nozioni (ma possiamo aggiungere che senza di esse non si può parlare nemmeno di
anticapitalismo).
Infatti per Arrighi il capitalismo nasce da una lunga differenziazione tra il Potere
del Territorio e il Potere del Denaro e dalla necessità interna ai meccanismi di
accumulazione da un lato, e ai meccanismi di dominio ed egemonia dall'altro lato,
di un scambio politico tra questi due poteri. Uno scambio necessario ma
conflittuale.
Per Arrighi, le contraddizioni principali nel sistema capitalistico sono dovute al
feroce conflitto (sostanzialmente di potere) tra differenti segmenti e schieramenti
capitalistici, alleati in determinate fasi con differenti poteri territoriali, conflitto che
è insito nella logica stessa del capitalismo. In questo quadro le lotte delle classi
subordinate possono ricevere l'impronta dalla lotta intercapitalistica o, come nella
crisi sistemica attuale, sono state esse stesse a condizionare il conflitto
intercapitalistico, che tuttavia rimane solitamente (ma non necessariamente
sempre) la contraddizione principale sulla scena.
E' questo in grande sintesi uno dei capisaldi del saggio del 1994 "The Long
Twentieth Century. Money, Power and the Origins of Our Times" (tradotto in Italiano
dal Saggiatore nel 1996).
In questo lavoro, scritto dopo il suo trasferimento negli Stati Uniti e nell'ambito
della sua collaborazione col Centro Fernand Braudel e con la State University di
New York Binghamton, ovvero con la cosiddetta scuola della World System
Analysis, venivano ripercorsi i grandi cicli egemonici storici, ovvero i cicli scanditi
da una fase di accumulazione mondiale coordinata ed egemonizzata da uno stato-
nazione, dalla crisi spia di questa egemonia, da una fase lunga di transizione dove
la finanziarizzazione dell'economia e i conflitti interstatali (due fattori collegati)
venivano esasperati, dalla crisi terminale e dal passaggio del testimone ad un
nuovo centro (stato-nazione) egemonico.
Secondo Arrighi ora ci troveremmo nel bel mezzo della crisi terminale del ciclo
egemonico statunitense. Tuttavia, avvertiva, i fattori che solitamente nei precedenti
cicli storici si sono concentrati in un nuovo attore predominante, ovvero egemonia
finanziaria, politica e militare, in questo caso sono divaricati: mezzi di pagamento
tutti concentrati in Asia e specialmente in Cina e potenza militare-politica
concentrata negli USA.
Nonostante quindi l'Asia, e in essa specificatamente la Cina, per una serie di
profonde motivazioni storiche e non solo per dati di fatto attuali, possa essere
pensata come il prossimo centro egemonico, tuttavia quella divaricazione tiene
aperte altre possibilità. E' quanto possiamo leggere sia in conclusione de "Il lungo
XX secolo" sia per tutto il saggio collettaneo "Caos e governo del mondo. Come
cambiano le egemonie e gli equilibri planetari" (Bruno Mondadori, 2003), curato
insieme a sua moglie Beverly Silver.
Arrighi fu anche uno dei primi ad accorgersi che il "capitalismo" cinese non è
riconducibile al capitalismo studiato da Marx (anzi, lo chiama "capitalismo
smithiano"). Si veda per questo il suo ultimo grande saggio "Adam Smith a Pechino.
Lineamenti del ventunesimo secolo" (Feltrinelli, Milano, 2008).
Insomma, un pensatore geniale e scomodo, che sparigliava certezze politiche,
ingessature scientifiche e ideologiche e quindi pochissimo amato in Italia.
Riflessivo e mai aggressivo, sapeva di avere dalla sua la forza di molte ragioni. Ma
nel nostro strano e stralunato Paese dove immensi mediocri sono contrabbandati
come maîtres à penser, non poteva avere cittadinanza. L'ha avuta negli Stati Uniti a
riprova dell'enorme differenza che c'è tra centro dell'impero e sua periferia.
E così Nanni è morto nella ormai "sua" Baltimora.
Riposi in pace. Noi, al contrario, riflettiamo sulle parole conclusive de "Il lungo XX
secolo" che commentavano l'inedita divisione dei tre fattori che uniti avevano
storicamente dato origine ai nuovi cicli sistemici:
"Prima di soffocare (o respirare) nella prigione (o nel paradiso) di un impero
mondiale postcapitalistico o di una società mondiale di mercato postcapitalistica,
l'umanità potrebbe bruciare negli orrori (o nelle glorie) della crescente violenza che ha
accompagnato la liquidazione dell'ordine mondiale della guerra fredda."
Roma, 24 giugno 2009
20:25 Scritto da: mangano1 in mi ricordo che | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
Facebook


Scrivi un commento