PER IL CENTENARIO DELLA NASCITA DI DON GIUSEPPE DOSSETTI

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VOGLIO SVEGLIARE L’AURORA. A DON GIUSEPPE DOSSETTI, PER IL SUO CENTENARIO DELLA NASCITA.  LA “TRIPLICE VITTORIA” (UN SUO ARTICOLO DEL 1945) E “LA LECTIO MAGISTRALIS” DI ALBERTO MELLONI (Reggio Emilia, 9 febbraio 2013). – con note
Chi ha avuto e ha paura della visione della chiesa come comunità convocata dal dono lo dipinge come un uomo che è vero solo quando sta in silenzio. Ma Dossetti è ciò che è per la sua capacità di produrre rigore e cultura. Una cultura il cui pregio non era quello di veder nero (altri vedevano più nero di lui), ma di vedere il vuoto che si apre quando la chiesa non accompagna il cambiamento dei paradigmi di civiltà con una risposta di fede che per Dossetti mancava, con esiti che l’unico suo libro di teologia sulla Shoah scava a fondo.

a c. di Federico La Sala
Perché non possiamo non dirci laburisti
di Giuseppe Dossetti (l’Unità, 10 febbraio 2013)
 
L’articolo fu scritto per «Reggio democratica» all’indomani della vittoria elettorale del Labour. Era il luglio del ’45, un anno prima della Costituente. «Triplice vittoria»: questo il titolo dello scritto dossettiano, che suscitò scandalo nella destra
 
Trascorse le primissime ore di sorpresa, di fervore, di entusiasmo, l’esito delle elezioni inglesi appare sempre meglio come la vittoria di un mondo nuovo in via di faticosa emersione. Vittoria innanzi tutto del lavoro più che, come alcuni hanno detto, vittoria del socialismo; vittoria cioè di una effettiva, concreta e universale realtà umana, meglio che di una particolare dottrina e prassi politica concernente l’affermazione sociale di quella realtà.
Certo il Partito laburista ha contrastato e vinto i conservatori opponendo alla loro caparbia cristallizzazione di interessi e di metodi, un vasto programma di trasformazioni sociali; ma si tratta di tali socializzazioni che, per i principi teorici cui si richiamano (e che non hanno a che vedere con le dottrine classiche del socialismo, né di quello utopico, né di quello marxista), per il campo di applicazione (le industrie chiave e i grandi gruppi finanziari) e soprattutto per il metodo di realizzazione (proprietà sociale e non statale) non consentono, se non per approssimazione giornalistica o propagandistica, di parlare di socialismo, almeno come da decenni lo si intende nell’Europa continentale, e come da mesi lo si intende nella ripresa italiana.
Ben più propriamente invece dobbiamo parlare di un programma di concreta e realistica inserzione, al vertice della gerarchia sociale e politica, del lavoro, inteso come la prima e fondamentale esplicazione della personalità umana, come il genuino e non fallace metro delle capacità, dei meriti, dei diritti di ognuno: programma che non è logicamente né praticamente connesso con la teoria socialista e che può essere condiviso, come di fatto lo è, da altri partiti non socialisti.
In secondo luogo la «vittoria della solidarietà», più e meglio che come qualcuno si limita a dire vittoria della pace. Gli elettori inglesi rifiutando con così grande maggioranza a Churchill, vincitore della guerra, il compito di organizzare il dopo-guerra, non hanno semplicemente voluto esprimere la loro volontà di pace e il proposito di allontanare gli uomini, gli interessi, gli atteggiamenti che hanno portato alla guerra e potrebbero perpetuarla in potenza o in atto, ma ben più essi hanno voluto mostrare la loro preferenza per quelle forze e quegli uomini che, appunto per la loro qualità e il loro spirito di lavoratori e di edificatori, hanno dato prova di avere una volontà positiva e attiva per l’edificazione di una nuova struttura sociale e internazionale in cui, nei rapporti tra singoli, tra classi e tra nazioni, non solo siano psicologicamente superate, ma persino oggettivamente rimosse, le possibilità concrete di egoismi, di privilegi, di sopraffazioni e in cui siano poste garanzie effettive di solidarietà e di uguaglianza.
Infine, «vittoria della democrazia»: non solo per l’aspetto dai giornali e dai commentatori più rilevato, cioè per il fatto che, con l’avvento del laburismo al potere, la democrazia inglese entra finalmente nella linea della sua coerenza plenaria e la democrazia quasi esclusivamente formale (cioè di forme costituzionali e parlamentari di fatto accessibili solo a una minoranza di privilegiati) quale sinora è stata, si avvia a essere democrazia sostanziale, cioè vero accesso del popolo e di tutto il popolo al potere e a tutto il potere, non solo a quello politico, ma anche a quello economico e sociale; ma vittoria della democrazia in un senso ancor più profondo e definitivo che molti non considerano e forse alcuni vogliono ignorare, cioè per il fatto che per la prima volta nella storia dell’Europa contemporanea si è potuto effettuare, nonostante le difficoltà dell’ambiente (la «Vecchia Inghilterra» conservatrice per eccellenza) e le difficoltà del momento (l’indomani della più grandiosa storia militare), una trasformazione così grave, decisa e inaspettata, che tutti consentono nel qualificarla «rivoluzione» e che tuttavia questa rivoluzione è avvenuta proprio per le vie della legalità e attraverso i metodi della democrazia tipica e gli istituti del sistema parlamentare.
Questo fatto è quello che riassume e corona, è quello che consacra nel presente e garantisce per l’avvenire la definitività delle altre vittorie. Ma è soprattutto quello che veramente conclude la storia dell’Europa moderna e apre non un nuovo capitolo, ma un nuovo volume, ponendo fine all’età del liberalismo europeo e preannunziando insieme la fine del grande antagonista storico della concezione liberale; cioè il socialismo cosiddetto scientifico. Non sembri un’affermazione paradossale: essa è veramente il frutto di una meditazione storica.
La vittoria del Partito laburista, che non è partito di classe, ma partito interclassista (in quanto accoglie il filatore di Manchester, Mac Farlane, il proletario del Galles e il maresciallo Alexander), del Partito laburista che non ha vinto solo con i voti dei distretti operai, ma anche con quelli dei centri rurali più legati alle concezioni tradizionali della Vecchia Inghilterra, del Partito laburista che ha vinto con una elezione popolate e veramente libera, tale vittoria, diciamo, ha non solo concluso il periodo delle dittature o delle aristocrazie conservatrici, ma ha smentito per la prima volta con la prova dei fatti le dottrine e le prassi (già da tempo confutare in teoria) che solo nel ricorso alla forza, nella dittatura di una classe sulle altre e nella metodologia dell’attivismo sopraffattore vedono una possibilità di ascesa per i lavoratori e di instaurazione di una vera democrazia.
Da oggi i lavoratori di tutto il mondo finalmente sanno di potere con fiducia rispondere ad un grido che li invita all’unità, ma non nel nome di un mito di classe e di lotta, ma nel nome di una volontà di solidarietà con tutti e di libertà e giustizia per tutti. Volontà che, come ha riconosciuto Clemente Attlee, è veramente cristiana.
Reggio Emilia, 31 luglio
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Voglio svegliare l’aurora – Il centenario della nascita di Giuseppe Dossetti 1913-2013 *
Ricorre quest’anno il centenario della nascita di Giuseppe Dossetti (Genova 1913 – Monteveglio 1996), uomo politico, costituente, giurista e docente universitario, sacerdote e monaco, che ha segnato profondamente l’Italia e la Chiesa del Novecento e di oggi. La sua esistenza è legata in modo intenso e decisivo a Reggio Emilia e Cavriago, che lo ricordano con un programma di iniziative nel corso del 2013.
* DAL Sito Ufficiale del Comune di Reggio Emilia
 
 
L’ITALIA E L’ANNO DELLA VERGOGNA (1994): L’ALLARME DI DON GIUSEPPE DOSSETTI E IL SILENZIO GENERALE SULL’INVESTITURA ATEO-DEVOTA DEL “NUOVO” PRESIDENTE DELLA “REPUBBLICA” (“FORZA ITALIA”).
 
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Giuseppe Dossetti, un problema storico
di Alberto Melloni (http://www.comune.re.it, 9 febbraio 2013)
 
Il 9 febbraio si è svolta all’università di Reggio Emilia una cerimonia commemorativa della figura di don Giuseppe Dossetti con la lectio magistralis di Alberto Melloni. *
 
1. Giuseppe Dossetti – al quale con un gesto la cui nobiltà perdona il ritardo con cui dedichiamo questo luogo, che da oggi diventerà “il Dossetti” – è un personaggio storico lontano: per molti un nome, ricordato proprio perché quel nome resta e periodicamente ritorna come un fantasma, un mito, un’ossessione, una dossessione dice Galavotti. Comunque un problema storico.
Nato a Genova nel 1913, morto a Monteveglio nel 1996, potrebbe essere ormai studiato per quel che è stato nella storia, un politico, un riformatore, un produttore di cultura.
Dossetti fu un politico di vita attiva assai breve: resta in scena con pieno titolo solo sei-sette anni fra la Resistenza e l’inizio degli anni Cinquanta. In un tempo nel quale i cattolici non erano moderati. Perché quando lo erano stati avevano votato la fiducia a Mussolini in Italia col Partito popolare, ad Hitler in Germania col Zentrum: e in quel momento, nel roveto ardente della liberazione, avevano in mente ben altro che finire al guinzaglio di nuove illusioni conservatrici o autoritarie. Volevano una democrazia sostanziale, una società dominata dalla ricerca della giustizia sociale e strumenti democratici di democrazia, cosa che in italiano si chiama partito. E insieme, nello stesso gesto con lo stesso respiro, una chiesa segnata dalla trasparenza evangelica. Cose che richiedevano per lo meno una Costituzione. E forse un Concilio.
Dossetti è stato un riformatore, per tante cose un riformatore sconfitto. Padre di una Costituzione di cui deprecava la zoppìa della II parte, fondatore di avventure intellettuali e politiche che ha sovrastato con la sua visione del futuro. Perito del concilio Vaticano II, di cui pure sentiva le insufficienze. Cristiano, più precisamente “battezzato”, padre una “piccola famiglia” monastica nascosta fra l’appennino e la Palestina. Prete di una chiesa, quella di Bologna, quella italiana che dopo la rimozione di Lercaro, lo lascia andare in esilio in Medio Oriente dimenticandosi di lui. Eppure quest’uomo riformatore portatore del valore dell’utopia come utopia, lontano nella storia, ancora oggi fa discutere.
Dossetti lo si denigra, lo si dimentica, e potendo lo si rimuove. I reazionari ne fanno la caricatura: un cattocomunista, un pesce rosso che nuota nell’acqua santa, un integralista. Gianni Baget Bozzo, suo antico discepolo vi riconosce l’ostacolo che impedisce il dispiegarsi del disegno politico di rinascita nazionale di Forza Italia.
La chiesa italiana non riesce neppure da morto a dargli un posto, e a inserirlo nelle liste nelle quali, non senza qualche ipocrisia, mette La Pira o Lazzati, Sturzo e Toniolo, Bachelet o Moro. Perfino gli eredi delle tante scintille intellettuali e spirituali che ha seminato nella politica, nel diritto, nella ricerca, nella vita religiosa sono a mal partito con una personalità indocile a tutto, fuorché alla fede, che la vera eredità indivisa e indivisibile di questo personaggio.
E così si finisce per creare tanti piccoli Dossetti, sfocati, uno per la resistenza, uno per la Costituzione, uno per la Dc, uno per il monachesimo, uno per il concilio, uno per Palazzo d’Accursio e uno per Piazza del Gesù. Nessuno dei quali è vero per una ragione semplicissima: perché Giuseppe Dossetti è stato Dossetti proprio per essere stato tutte quelle cose lì in una volta sola, tutte insieme, con una intensità alimentata da una spiritualità antica e aspra, per tutta la vita: e lo è stato con la consapevolezza di un cristiano che voleva esserlo facendo la propria scelta “con tutte le sue forze”. Per questo comprendere Dossetti vuol dire cercare di cogliere l’insieme di que sta intensità che già egli evocava nel discorso dell’Archiginnasio.
2. Questa intensità si dispiega in tempi e storie precise, che di poco sbordano dal “secolo breve”, quello iniziato con la Grande Guerra e finito con la riunificazione della Germania. Dossetti nasce infatti nel 1913, ai tempi della Sagra della primavera di Strawinski, mentre infuria quella che Emilio Gentile chiama l’apocalisse della modernità: il delirio del bagno di sangue, del lavacro della violenza, che vede inerme una chiesa decerebrata dalla repressione antimodernista e una cultura che in tutti (con la sola eccezione di Sigmund Freud) attecchisce e fermenta il desiderio della violenza, di cui tornano anche oggi i sinistri rumori.
È giovane quando il cattolicesimo è filofascista. Studente modello a Bologna, cresce fra Cavriago e Reggio sotto l’influsso della madre e del radicalismo cristiano di don Dino Torreggiani, il prete degli zingari, dei carcerati, segnato dalla figura di don Angelo Spadoni, il vicario scomunicato dopo la guerra. La spiritualità oblativa resterà come un ordito di tutta la sua vita. Dossetti vuole che la sua esistenza sia “un olocausto”, ha il desiderio non di farla passare, ma di consumarla, di spenderla per qualcosa, anzi per Qualcuno, in una serie di intrecci spirituali decifrati analiticamente da Galavotti nel primo dei due tomi ai quali ha lavorato con difficoltà non tutte dovute al soggetto dei suoi studi.
Ma Dossetti non è solo l’anima pia del bimbo rapito davanti alla sindone. È anche altro e lo si vede fin da giovane. Negli anni Trenta va a vivere a Milano, all’Università Cattolica del p. Agostino Gemelli, il socialista diventato francescano, scienziato, filofascista, vulcanica testa calda di una riconquista della società a partire dalle sue classi dirigenti, esaudito nel suo desiderio al punto che sessant’anni di classe dirigente cattolica, da Dossetti a Romano Prodi incluso, si formano ad una scuola che solo di recente ha perso questo rango.
Negli anni dei tribunali speciali, della guerra d’Africa, delle leggi razziali, questo giovane giurista che studia diritto romano e diritto canonico, lavora per il fondatore dell’Università, per ottenere da Roma l’approvazione dei nuovi “istituti secolari”. In Cattolica diventa un virtuoso della sua materia, di cui sarà poi ordinario in questa Università di Modena insieme ad un altro grande del diritto come Amorth. Talmente bravo che Pio XII promulga i documenti (due dei pochi nei quali non intervengono i suoi fidati consulenti gesuiti tedeschi) di cui Dossetti è il redattore. Talmente fine nella sua materia da riuscire a piegare Paolo VI quando il progetto di una Lex ecclesiae fundamentalis all’inizio degli anni Settanta cade perché la sua critica severa convince migliaia di vescovi a mettere uno stop a quel disegno.
Il cavallo di razza della Cattolica, però non è solo un dotto minutante di diritto canonico: è un leader naturale. L’8 settembre 1943 quando lo Stato fascista si sgretola, Dossetti e altri giovani dotti destinati ad una Italia nazionalcattolica, si sono già svegliati alla democrazia, hanno iniziato a pensare al domani del paese. Pensare la resistenza intellettuale, poi quella politica, e infine aderendo a quella militare. Dossetti (lo racconta in una delle interviste agli studiosi di fscire.it che passerà martedì sera in tutt’Italia) gira per Milano con i volantini azionisti. A casa Cadoppi, proprio dietro questo Palazzo oggi a lui dedicato, rifiuta l’idea di un “partito cattolico”, diventa capo partigiano della provincia di Reggio Emilia, dove i militanti comunisti hanno un peso enorme e la cui condotta dopo la liberazione costituisce una pleonastica vaccinazione ideologica di cui non farà vanto. Capo partigiano disarmato, Dossetti porterà qualcosa di quell’audacia in una vita politica che lui dice (è un vezzo che userà molte volte parlando di sé) inizia per caso. Piccioni e i vecchi popolari pensano possa essere un vicesegretario decorativo accanto a De Gasperi. Invece sprigionerà una creatività politica senza pari.
Diventa il leader cattolico della commissione che alla Costituente stende quella carta che sarà anche la più bella del mondo, ma che, come dimostra il pizzico di storicamente sfocato che c’era nella splendida lectio di Roberto Benigni, è anche una delle più ignorate del mondo.
Ha attorno a sé un gruppo di cui fanno parte La Pira, Lazzati, Mortati, Amorth, Fanfani, radunati in via della Chiesa Nuova. È l’autore dell’accordo che porta tutti i partiti di massa a riconoscersi nei principi della prima parte della Carta, inclusi quelli sui patti Lateranensi e sulla libertà religiosa. Nella DC è il capo della battaglia contro quel realismo che diventa immobilismo politico. Inventa strumenti economici, politiche, riviste e cenacoli – con l’idea che una democrazia “sostanziale” possa far sua le aspirazioni di giustizia sulle quali la sinistra socialcomunista guadagna i propri voti. Alla fine nel 1949-1951, paralizzato dalle “pressioni indicibili” della Santa Sede, decide di andarsene: perché senza una riforma della chiesa non ci sarà quella dello Stato.
Svanisce dietro la cortina fumogena costruita Rossena e non porta nessuno dalla vecchia vita alla nuova che inizia a Bologna, sua chiesa e sua città per tutto il resto della vita. Per molti che hanno letto la sua rivista Cronache sociali (uno per tutti don Milani), una diserzione; per altri un sollievo che farà franare (è il caso di Montini e di De Gasperi) un equilibrio politico nel quale Dossetti era essenziale. Per altri un abbandono o un passaggio che comunque aumenta la riverenza per un inesauribile fiuto politico e un rapporto con la Scrittura magnetico.
Per lui è il transito verso una vita diversa, di studio e di preghiera, che lentamente prenderà una forma monastica, o per essere pignoli come bisogna essere in quest’aula parlando di un maestro del diritto canonico, prenderà la non-forma di una reciproca immanen za fra fedeltà battesimale e vita sotto una regola, nella quale l’antico rifiuto della categoria dei “religiosi” degli anni Quaranta si esprime in categorie nuove.
Dal 1953 infatti, Dossetti va a vivere a Bologna. Fonda in via san Vitale un “centro” che unisce una comunità di ricerca e una di contemplazione presto destinate a prendere ciascuna la sua via. Quello che tutti chiamavano “Pippo” diventa il fondatore di uno dei maggiori centri di ricerca sulla storia religiosa, l’autore d’una regola monastica per la famiglia religiosa – e per essa viene ordinato prete diocesano da Giacomo Lercaro che ne è padre. Non è questo l’approdo della sua vita? Sì, ma è un approdo che porta ancora molte sorprese. A partire dallo shock del 1956.
Appena fatti i voti di obbedienza a Lercaro, il cardinale gli dà l’obbedienza di candidarsi a sindaco di Bologna, contro il Pci di Giuseppe Dozza. Un brivido che scomoda Togliatti, venuto da Roma per dargli del traditore, e che finisce in modo paradossale.
Dossetti ovviamente perde le elezioni amministrative. Ma convoca giovani professorini, come Beniamino Andreatta e il già noto Achille Ardigò, e scrive quel Libro bianco per Bologna, che diventerà il manuale di tutte le giunte rosse da lì in poi. E tuona per chiedere, dal banco di un consiglio comunale, la “persecuzione della ragion di Stato” durante l’invasione dell’Ungheria.
Poco dopo, il cardinale lo ha lasciato tornare alla vita orante, lo fa prete e gli affida il gioiello di Bologna, san Luca. Il 25 gennaio 1959 arriva inatteso l’annuncio del concilio Vaticano II, la nuova pentecoste voluta da papa Giovanni. Durante la preparazione Dossetti rimette in modo la sua officina di san Vitale 114 non per studiare i temi del concilio, coperti da segreto, ma per preparare un’edizione delle decisioni dei grandi concili della serie bellarminiana ma senza l’omissione di Costanza: un modo sofisticato per dire che il concilio apparteneva a quella tradizione millenaria e non all’orizzonte della condanne dei decenni precedenti. Ma nel concilio si realizza quel sogno che aveva coltivato negli studi, meditando una frase di Torquemada affiorata: “nel concilio non c’è più autorità che nel papa, ma c’è più grazia”
Poi il concilio inizia, anzi “si apre” e apre la chiesa. Lercaro, padre conciliare, chiama Dossetti a Roma nel novembre del 1962 come suo consultore. Dossetti torna a vivere in quell’indirizzo emblematico, via della Chiesa Nuova. E da lì farà ricorso ai vecchi amici giuristi come Mortati, ai giovani del centro di Bologna – come Pino Alberigo, Boris Ulianich e Paolo Prodi – ai grandi teologi del Vaticano II. E sarà protagonista di passaggi decisivi del concilio. Paolo VI adotta nel 1963 un nuovo regolamento del concilio che lui ha riformulato e poi lo nomina perito del Vaticano II. La costituzione dogmatica sulla chiesa Lumen Gentium si delinea con i voti orientativi da lui voluti, sul modello di ciò che aveva fatto in costituente.
Dossetti altri passaggi decisivi del Vaticano II: ma soprattutto vede nella riforma liturgica non un cambio di formule, ma il sogno realizzato di una chiesa eucaristica. Si inalbera quando il concilio non vota la condanna della deterrenza atomica e non canonizza in aula papa Giovanni, padre e maestro della sua nuova vita.
Per molti riformatori un concilio nella vita basta e avanza: è così anche per Dossetti? No: dal 1966, tornato a Bologna, lancia il progetto di una complessa riforma dell’arcidiocesi, diventa provicario, rischia di succedere al cardinal Lercaro nella cattedra e nella porpora.
Ma non sarà così. Non solo perché il papa decide di nominare a Bologna Antonio Poma come coadiutore con diritto di successione. Ma perché nel gennaio del 1968 a Bologna capita qualcosa che non si vedeva da secoli. Lercaro, con una collaborazione di Dossetti, lavora all’omelia del 1° gennaio 1968, prima giornata mondiale della pace. Era la festa che, nei sogni di Paolo VI avrebbe dovuto sancire una tregua mediata da lui in Vietnam: la tregua non ci fu, continuarono i bombardamenti sui civili e Lercaro, anziché usare il registro degli auspici, condannò i bombardamenti sul Vietnam in nome di Dio. E condannare bombe americane “in nome di Dio” è un caso internazionale che innesca una reazione a catena dove tutto – l’affaire di Avvenire, il messale, il Pci – si fonde in una rottura esplosiva: Paolo VI rimuove Lercaro dalla sua cattedra: uno shock senza precedenti, che cambia la vita di Dossetti e lo priva, dopo quattordici anni del padre, a ridosso della morte della madre che aveva voluto nella propria famiglia monastica.
Lercaro si sottomette a questa con “abbandono” e con una obbedienza soprannaturale sarà anche quella di Dossetti: che inizia un viaggio in Oriente, e poi, dopo l’udienza di Nixon atterrato con un elicottero da guerra in piazza san Pietro, si eclissa. Dall’Oriente a Monteveglio, da Gerusalemme a Gerico questo staretz cercato e temuto si sottrae a ogni impegno pubblico, fino alla morte di Poma, l’arcivescovo di Bologna che aveva sostituito Lercaro. Ma pur senza apparire è presente in momenti cruciali della chiesa e della storia. 
Come dicevo poco fa si batte contro la Lex ecclesiae fundamentalis che voleva dare alla chiesa una costituzione che, per quanto simile a quella delle democrazie liberali, ne avrebbe inquinato la fisionomia di comunione: si batte con un’azione di disseminazione che persuade l’episcopato cattolico e convince Roma – sarà un maestro come Eugenio Corecco l’artificiere ultimo di questa operazione delicatissima – a rimettere tutto entro la sistematica codiciale.Nel 1978 è in Italia e attivo durante il rapimento di un suo antico amico Aldo Moro con una serie di iniziative e rivolte a vari leader politici e con una lettera alle Br che Giovanni Moro avrebbe dovuto ritirare la mattina della lettera di Paolo VI, quella che diceva “senza condizioni”.Nel 1980 scrive a Menachem Begin una severa lettera teologica quando, durante l’occupazione israeliana di Beirut, i miliziani cristiani perpetrano quell’immane eccidio a Sabra e Chatila, di cui egli addossa la responsabilità morale ultima a Tshaal: episodio e lettera dopo le quali Begin si ritirerà dalla vita pubblica.Nel 1982 assiste un cattolico come Beniamino Andreatta quando questi chiama in causa il papa in persona durante il discorso al parlamento che scoperchia lo scandalo dell’Ambrosiano/Ior e che salva la chiesa da un marasma dalle conseguenze incalcolabili.Riprende la parola in modo pubblico solo nel 1986 con un profilo che per alcuni è tutto ciò che resta di uno statista diventato un monaco anziano e malato. Eppure l’idea di Dossetti che, se si posa una cultura profonda su una vita integra si riesce a capire meglio il futuro continua a sbalordire.Come quando ad ottobre del 1990 scrive in un articolo apparso anonimo che sta per accadere nel mondo dopo l’operazione Desert Storm e spiega le conseguenze di quella che molti considerano la più classica delle guerre giuste. Dossetti teme che quell’alleanza internazionale non costituisca agli occhi delle masse diseredate dei Sunniti un titolo di legittimità, ma un ricordo delle crociate di cui il fondamentalismo ha bisogno.
Unico risvolto positivo della vicenda: questi fatti entreranno sempre più nella consapevolezza politica dei popoli. Di questi popoli anzitutto, ma anche di molti altri popoli asiatici e africani, con la conseguenza pressoché inevitabile di portare tumultuose reazioni in un vasto ambito di stati, più o meno direttamente coinvolti; reazioni che nessuno sarà più in grado di dominare. E questo non solo in tutti i paesi arabi, dalla Palestina allo Yemen, ma anche in Turchia, la cui situazione diventa sempre più difficile, in Egitto, dove le ripercussioni sono inevitabili, e negli altri paesi del Maghreb, aggravando crisi già in atto come quella del Sudan e di altri paesi africani. Tutto questo difficilmente non si estenderà al Pakistan e alle repubbliche sovietiche musulmane. […] L’islamismo radicale aveva bisogno di questo e ne trarrà vantaggio. Anche se Saddam Hussein fosse eliminato, l’occidente si troverà di fronte un islamismo radicale più difficile da combattere e ideologicamente più inestirpabile, sia nei paesi musulmani che nell’Europa stessa. Vi saranno conseguenze evidentissime per la chiesa. C’è letteralmente pericolo dell’estinzione della chiesa nei territori palestinesi e giordani e in quel pochissimo di chiesa che poteva esserci negli altri territori di Arabia; una chiesa, cioè, ridotta a vivere all’interno degli edifici di culto. Il fatto che la prepotenza americana abbia costretto tutti i paesi, ormai vassalli, ad associarsi all’impresa, ha dato alla medesima un marchio di universalità che rievoca per tutto il mondo orientale la qualifica e il ricordo delle crociate, con tutto quello che ne segue: il ricordo degli eccidi e dell’intolleranza. Ma questo ricordo suscita anche nei musulmani la bellissima ed eccitante speranza che il trionfo degli occidentali sia effimero, come è stato effimero quello dei crociati. Costantinopoli, saccheggiata e bruciata nella quarta crociata del 1204, sarà come un’ombra sinistra costantemente evocata a tutta la Siria, all’Egitto stesso e poi a tutto il resto dell’Africa. Tutto questo riaccenderà l’intolleranza già presente contro i cristiani nell’alto Egitto.
 
Ripeto: 1990. Non per profezia: ma per rigore intellettuale.
Questa stessa lungimiranza lo riattiva anche politicamente all’indomani della vittoria elettorale di Silvio Berlusconi del 1994: quando si schiera in difesa della costituzione promuovendo una fitta rete di comitati non per trattare la carta da feticcio di una nostalgia di vecchi partigiani, ma per un giudizio ancora una volta sulla chiesa.
È la primavera del 1994. Così, con una tonaca addosso, diventa ancora una antenna politica di prima grandezza e guida un patriottismo costituzionale che, dopo la sua morte, il 15 dicembre 1996, farà valere le sue ragioni. Una sospensione emergenziale della vita monastica? l’inveramento di una vita politica nella spesa exhinanente di sé? Di fatto un’attenzione spirituale alla storia cosa che è sempre rimasta viva in Dossetti, quel muoversi tra i massimi sistemi, la chiesa e lo Stato.
3. E che come ciascuna delle altre, a qualcuno fa problema: perché Dossetti continua ad esserlo un problema (da rimuovere) per ciò che questo percorso di cristiano e di uomo significa. Chi ha avuto e ha paura della forza della sua proposta politica immagina che “facendosi prete” abbia dimostrato il carattere astratto o utopico del suo pensiero. Chi ha avuto e ha paura della visione della chiesa come comunità convocata dal dono lo dipinge come un uomo che è vero solo quando sta in silenzio. Ma Dossetti è ciò che è per la sua capacità di produrre rigore e cultura.
Una cultura il cui pregio non era quello di veder nero (altri vedevano più nero di lui), ma di vedere il vuoto che si apre quando la chiesa non accompagna il cambiamento dei paradigmi di civiltà con una risposta di fede che per Dossetti mancava, con esiti che l’unico suo libro di teologia sulla Shoah scava a fondo. In parte compensata da un “eccesso di fede” che vorrebbe fosse il modo proprio suo e della sua famiglia di compensare il semipelagianesimo dell’attivismo cattolico, la dissipazione delle energie spirituali, la mancanza di fede operante che tocca tutti, anche la gerarchia: una compensazione microcosmica dell’attivismo che si accontenta della presenza per la presenza, quella che è il danno che la chiesa fa a sé (e indirettamente, ma non inefficacemente allo Stato) e della quale il concilio – con i nodi dei poteri teologicamente partecipabili e della povertà di Cristo come povertà di impianti filosofici – è il paragone.
4. Se nella chiesa Dossetti inquieta per la sua fedeltà teologica al concilio come atto di confessione di una chiesa eucaristica e di una cristologia del nudus nudum Christum sequi, sul piano politico quel che fa problema è il suo giudizio sul fascismo come dato permanente della storia italiana.
Dossetti mutua da Gobetti l’idea del fascismo come autobiografia della nazione: ma non solo sul piano storiografico o sul piano della coscienza del cattolicesimo democratico (quello che non perdona i popolari italiani e i centristi tedeschi), ma proprio come dato permanente, che si ripropone.
È questa la radice teologica del suo patriottismo costituzionale. Quello che Dossetti fiuta e rifiuta nel 1994 è la tentazione di liberarsi dalla coscienza della guerra che i costituenti portavano con sé in un agnosticismo costituzionale della chiesa italiana che ricordava l’altra grande “mancanza al proprio compito” della chiesa.
Se Dossetti rimane un inciampo e un ingombro, se non si riesce a caramellarlo, se non si riesce a farne democristiano prestato all’ascesi o viceversa è per questo vigore culturale. Che non viene solo da un abitudine al rigore dello studio ma dalla Bibbia, indossata come la povertà sanante della cultura religiosa. La bibbia che “raschia il cervello” e che plasma l’intelligenza degli eventi e genera una “povertà” necessaria: perché (è una polemica del 1966):
  Pretendere che un valore culturale qualunque (anche se di grande dimensione e profondità come potrebbe essere il diritto romano o la metafisica aristotelica) sia universalmente valido equivarrebbe a scomunicare dall’umanità tutti quelli che non accettassero o potessero comprendere e assimilare quel valore.
Dossetti per questo non cerca l’autoriforma dell’eremita, ma un monachesimo che sa che ogni cristiano ha bisogno della chiesa: e che la riforma della chiesa serve perché chi ne ha sete la trovi, in un momento nel quale si esauriscono le culture e non c’è (non c’è) un pensiero cristiano o non cristiano che non sia il mero rabberciamento di rottami ideali o ideologici. Questo spiega l’ostilità verso un uomo di un secolo. Il fascino di un uomo di un secolo fa che di quel secolo – come disse nel suo ultimo corso Pino Alberigo – fu la coscienza.
* FONTE. FINESETTIMANA.ORG

Titolo:Anniversario Patti Lateranensi. Lo strappo definitivo tra la Chiesa e il Pdl
Lo strappo definitivo tra la Chiesa e il Pdl

di Claudio Tito (la Repubblica, 11 febbraio 2013)

L’ultimo strappo tra i vertici della Chiesa italiana e il Pdl si è consumato proprio in queste ore. Con uno sgarbo che Segreteria di Stato e presidenza della Cei considerano poco digeribile. Il segretario del Pdl, Angelino Alfano, infatti, dopo aver disertato il concerto con il Papa, non prenderà parte nemmeno al tradizionale ricevimento che celebra l’anniversario dei Patti Lateranensi. Ci sarà Mario Monti, in qualità di presidente del consiglio, e il leader Udc, Pier Ferdinando Casini. Pierluigi Bersani, invece, presente al concerto con Benedetto XVI ha fatto sapere per tempo di non poter partecipare all’appuntamento.

A meno di un cambio di programma dell’ultima ora da parte di Alfano (che comunque verrebbe considerato tardivo dal punto di vista dei rapporti “politici”), domani pomeriggio nella sede dell’Ambasciata italiana presso la Santa Sede non ci sarà quindi nessuno dei “big” del Pdl. Non essendo previsto neanche Silvio Berlusconi. Non mancherà l’“ambasciatore” del Cavaliere, Gianni Letta, ma si tratta comunque di una lesione nei contatti tra Chiesa e centrodestra mai così evidente. Anzi, la “fotografia” nei saloni di Palazzo Borromeo dei cosiddetti “colloqui in piedi” senza una “presenza berlusconiana” non ha di fatto precedenti dal 1994. Del resto l’allontanamento delle attuali gerarchie ecclesiastiche dai rappresentanti pidiellini negli ultimi due anni è stato progressivo.

Eppure la “foto” di domani è anche il frutto di un ultimo scontro che si sta consumando all’interno della Conferenza episcopale italiana e con la Segreteria di Stato. Una battaglia che in questo caso vede alleati Tarcisio Bertone, numero uno della Curia, il presidente della Cei Angelo Bagnasco e l’Appartamento papale. Sull’altro fronte la “destra curiale” che sul versante della Cei si basa sull’asse cosrtuito da Ruini con il Patriarca di Venezia Moraglia e all’interno del Vaticano sulla convergenza tra il prefetto della Congregazione per il Clero Mauro Piacenza e monsignor Balestrero.

L’ultimo affondo della “corrente” ruiniana, infatti, c’è stato in occasione delle formazione delle liste elettorali. Secondo Don Camillo, il Cavaliere resta il «male minore» e lo strumento per conseguire un «risultato utile», al punto di benedire nel Lazio il patto tra Francesco Storace e Eugenia Roccella. «Berlusconi – va ripetendo da settimane – i voti ancora ce li ha». L’ipotesi di un’intesa tra il centrosinistra e la lista di Monti viene considerata «inappropriata». Non a caso, proprio i “bracci armati” di Ruini – a cominciare da Monsignor Fisichella – avevano chiesto a gennaio ai rappresentanti di Scelta Civica e al leader centrista Casini di mettersi alla guida di un nuovo centrodestra cercando di replicare una sorta di “Operazione Sturzo”. Con l’obiettivo, appunto, di rendere impossibile la successiva alleanza con lo schieramento di Bersani in virtù dei «valori non negoziabili».

Una linea contestata dall’asse Bertone-Bagnasco. Entrambi, infatti, considerano la presenza del Cavaliere nella corsa elettorale un ostacolo insormontabile sia a causa delle vicende Noemi e Ruby, sia per l’immagine internazionale dell’ex premier. Dopo le tensioni piuttosto vistose dei mesi scorsi, quindi, tra Segreteria di Stato e Cei è stata siglata una sorta di «tregua operosa». Resa plasticamente visibile alla presentazione alcune settimane fa del libro “La porta stretta” che raccoglie le prolusioni del presidente della Cei.

Un patto che, secondo gli uomini più vicini ai vertici episcopali e della Curia, si basa anche sui nuovi orientamenti dei credenti praticanti. L’attivismo “ruiniano”, infatti, non sembra aver preso piede tra i cattolici di base se si considera il recente sondaggio pubblicato dal mensile Jesus: Pd e Scelta Civica sono in cima alle loro preferenze e il centrodestra scivola sempre più dietro. Anzi, tra quelli che un tempo votavano per il Cavaliere emerge la tentazione-Grillo. Per di più i «valori non negoziabili» non vengono considerati un criterio fondamentale per le scelte politiche.

La disposizione verso il superamento del “rapporto esclusivo” con il centrodestra sta diventando quindi il perno di quella ricucitura di rapporti tra Bertone, Bagnasco e l’Appartamento papale. Basti pensare all’appello lanciato pochi giorni fa proprio dal capo della Cei che tutti hanno interpretato come un ulteriore stop al Cavaliere: «Gli italiani hanno bisogno della verità delle cose, senza sconti, senza tragedie ma anche senza illusioni. La gente non si fa più abbindolare da niente e da nessuno».

Ma questa scelta viene appunto criticata dalla componente “ruiniana” e dai conservatori. Al punto di tentare un accordo con l’ala più conservatrice della Chiesa. Non è un caso che di recente sia partita un’offensiva diplomatica con il Cardinale Piacenza (che aspirava alla successione di Bertone in Segreteria di Stato), con Moraglia (Patriarca di Venezia), e con l’arcivescovo di Ferrara Luigi Negri (vicino a Cl) e monsignor Balestrero (Sottosegretario per i Rapporti con gli Stati). A loro è offerta una sponda per creare un nuovo rapporto di forze. Si tratta di uno scontro che dentro la Curia richiama alla memoria il vecchio duello tra Papa Montini, Paolo VI, e l’arcivescovo Roberto Ronca, esponente della destra romana e della corrente più tradizionalista di Coetus Internationalis Patrum.

Ma soprattutto ha aperto con un certo anticipo la scacchiera per il futuro Conclave. Sta di fatto che in questa fase Bertone e Bagnasco non intendono accettare l’idea di una nuova concessione a Berlusconi né giustificare alcune sue gaffe con il pricipio della “contestualizzazione”.

I vertici della Cei, prima di optare per l’addio definitivo, avevano chiesto proprio ad Alfano – ottenendole – garanzie sulla necessità che Berlusconi non sarebbe ricandidato come guida. Assicurazioni che poi sono state smentite. Le differenze tra il Segretario di Stato e il presidente della Cei riguarderanno semmai la gestione delle scelte per il dopo voto. Ma al momento c’è un anello che li unisce: guardare al dopo-Berlusconi.
Autore    Città    Giorno    Ora
Federico La Sala    Milano    11/2/2013    17.18
Titolo:Cosa blocca l’orologio della chiesa?
Cosa blocca l’orologio della storia?

di Fulvio De Giorgi (“Presbyteri”, n. 2, febbraio 2013)

1. Nella Chiesa del XXII secolo

Con un esercizio di ‘fantasia pastorale’ spostiamo decisamente in avanti l’orologio, anzi il calendario della storia. Quale sarà la Chiesa nel 2113? Forse ci sarà già stato il Concilio Vaticano III o forse no… La Chiesa si articolerà nelle tante piccole comunità ecclesiali viventi, sparse sul territorio. Rifulgeranno le due ‘vocazioni’ fondamentali: alla verginità consacrata e al matrimonio. E dalla prima verranno, prevalentemente, i vescovi a reggere le diocesi, indicati – se non proprio eletti – da tutti i cristiani di quelle chiese locali. Prevalentemente dai coniugati, invece, dopo una lunga e provata testimonianza di vita, le piccole comunità eleggeranno gli ‘anziani’ (maschi o femmine), chiamati a presiedere l’eucaristia e a guidare spiritualmente quelle ‘chiese tra le case’: il vescovo vaglierà gli eletti e li ordinerà per quel ministero. Non si chiameranno ‘sacerdoti’, perché ovviamente tutti i battezzati adulti, cioè i ‘santi’ o ‘cristiani’, sapranno di essere sacerdoti, in forza del battesimo. Saranno appellati ‘anziani’ (o, che è lo stesso, ‘presbiteri’, ‘preti’), chiamati al sacerdozio ministeriale.

Non ci potranno essere mai, allora, pochi preti e l’espressione ‘crisi di vocazioni’, riferita al sacerdozio ministeriale, non avrà senso: le vocazioni principali saranno, come si è detto e come è sempre stato, al matrimonio e alla verginità consacrata. Tra loro emergeranno i vari carismi, poi riconosciuti in ministeri (compreso quello presbiterale), da parte della comunità, in comunione e sotto la guida del vescovo. E ogni piccola comunità potrà avere, ovviamente, più di un presbitero, avrà anzi normalmente un collegio presbiterale, con uomini e donne.

Lo sforzo maggiore (anche economico) delle diocesi sarà la cura dei giovani, per formare buoni coniugi e buoni celibi consacrati. Ci saranno pertanto cammini formativi ed esistenziali, con diverse ‘tappe provvisorie’ (ma talvolta stabili) e ‘passaggi’ volontari, per giungere ai consacrati con voti perpetui e ai coniugati con matrimonio indissolubile: i primi chiamati ad essere segno escatologico delle realtà ultime, del Regno di Dio che non è di questo mondo; i secondi ad essere segno di Cristo Sposo unito in un sol corpo, in una carne sola, con la Chiesa Sposa. Pertanto i piccoli e i poveri avranno sempre il primo posto e tutte le scelte ecclesiali saranno fatte ‘dal loro punto di vista’.

E non si potrà dare, in tale situazione, una realtà di ‘clericalismo’, cioè una separazione castale di una parte del Popolo di Dio dall’altra: del clero dal laicato. Né potranno darsi presbiteri sconosciuti alle comunità e imposti loro.

I celibi consacrati si asterranno dal trafficare con le realtà temporali, ma, annunciando i novissimi, denunceranno le ingiustizie di questo mondo, insieme con tutta la comunità. I vescovi e i presbiteri si guarderanno bene dall’ingerirsi nella vita politica e nella dialettica partitica, ma a tutti ricorderanno le verità evangeliche, le Beatitudini, dialogando fraternamente con ogni persona. Dagli altri cristiani – coniugati o celibi non consacrati – verranno coloro che si occuperanno della vita sociale e civile e, in particolare, della politica, con opzioni partitiche diverse, ma tutti tesi alla realizzazione della Civiltà dell’Amore, dalla parte dei poveri.

Gli storici della Chiesa avranno allora un grande problema da risolvere e si affaticheranno, con lunghi studi, a capire come mai la Chiesa – tra XX e XXI secolo – abbia impiegato tanto tempo, nonostante il Concilio Vaticano II, per superare definitivamente il ‘paradigma tridentino’, con le molteplici difficoltà e contraddizioni (tra cui la cosiddetta ‘crisi vocazionale’) che, nel mutato contesto storico, esso determinava. A tali storici apparirà evidente che una forma organizzativa elaborata, con grande intelligenza e giusta intuizione, nel XVI secolo non potesse funzionare più in un’epoca storica completamente diversa, com’era ormai quattrocento anni dopo, quando tuttavia permaneva ancora. E si chiederanno perciò cosa determinasse tali e tante resistenze.

Qualche teologo-storico denominerà allora il XX-XXI secolo “l’età della Grande Anoressia”: quando, per la resistente permanenza di strutture organizzative desuete, il Popolo di Dio resisteva al soffio dello Spirito e quasi volontariamente rifiutava di nutrirsi dell’eucaristia (poco disponibile per scarsezza di clero) e dimagriva a vista d’occhio, riducendosi pressoché ad uno scheletro.

2. L’ora dei laici e l’ora dei preti

Quando oggi, a cinquant’anni dal Concilio Vaticano II, ci si chiede se è ormai giunta “l’ora dei laici” nella Chiesa, la risposta forse un po’ estremizzata (ma sincera) appare essere: è giunta… ed è passata… e non ci siamo accorti quasi di nulla. Certo è giunta: quante trasformazioni e cambiamenti, con nuove ministerialità laicali, nuovi movimenti, nuovi consigli pastorali!

Certo il laicato ‘regolare’ (cioè quello dei Movimenti, che hanno ciascuno proprie regole, un proprio Fondatore, propri dirigenti) è stato molto lanciato, anche se forse ha ormai espresso tutto quello che poteva esprimere.

Ma il laicato ‘secolare’, quello che continua a frequentare le parrocchie territoriali, con il loro carisma ‘universale’, che partecipa alle eucaristie domenicali: perché è stato dimenticato, emarginato, reso afono? Perché è stata ridimensionata l’Azione Cattolica, mortificando il suo carisma e rendendola sempre più simile a un Movimento tra gli altri? Perché non si parla più di “apostolato dei laici” ma di “aggregazioni laicali”: cioè non più laici apostoli, ma laici gregari?

C’era un vecchio indovinello. Un barcaiolo doveva traghettare, da una sponda all’altra di un fiume, un lupo, una pecora e un cavolo: e come poteva fare senza che la pecora mangiasse il cavolo e il lupo mangiasse la pecora? La soluzione era: traghetterà prima la pecora, poi tornerà indietro e prenderà il lupo, ma portatolo all’altra sponda, lo lascerà e riprenderà la pecora per riportarla indietro. Lasciata la pecora, prenderà allora il cavolo e lo depositerà dall’altra parte. Infine tornerà indietro a prendere la pecora.

Sembrerebbe quasi che sia avvenuta qualcosa del genere nel traghettare la Chiesa dalla sponda preconciliare a quella postconciliare. I laici (le pecorelle del gregge) sono stati i primi ad essere traghettati dai Vescovi nel postconcilio. Ma poi ci sono stati vari ritorni indietro, in particolare proprio per i laici. Oggi siamo al punto che Vescovi-traghettatori e laici sono nella sponda preconciliare, in attesa di ripartire ancora. Ma le acque del fiume non sono calme e c’è da aspettare. Ogni esempio zoppica e anche questa applicazione ha molte sbavature: ma forse rende l’idea…

In molti dei laici ‘secolari’ c’è una sensazione di ritorno indietro. Proprio chi è stato allevato a ‘pane e Concilio’ ha oggi l’impressione che si voglia rivalutare il preconcilio, quasi come se finora si fosse scherzato: ma sarebbe veramente un brutto scherzo (e non voglio dire “uno scherzo da prete”, perché non ci trovo nulla da ridere).

Si ritorna ad una liturgia di parata, da celebrazioni estetizzanti di massa, neo-barocche: il battezzato è riportato ad una presenza spettatoriale, sempre più segnata da applausi. Si ritorna all’infantilizzazione del laicato: il popolo-bambino, che non può crescere mai e non può diventare adulto e maturo (quasi da Tamburo di latta per colonna sonora…), e va imboccato in tutto, specialmente in politica. E i suoi talenti diventano ‘non negoziabili’ (tutta l’attenzione è concentrata appunto sul non-negoziare).

Si ritorna al trionfalismo di facciata: tutto va benissimo, in modo perfettissimo (e se qualcuno segnala problemi, si sbaglia: è lui il problema!). E poi basta con la medicina della misericordia, si ritorni alle armi della condanna. Anzi si ritorni tout court alle armi, per la santa battaglia e la crociata: i laici si compattino in quadrate legioni di Cristo e vadano allo scontro.

È questa l’ora dei laici? Forse dobbiamo onestamente ammettere che il clericalismo non è stato scalfito ed è ancora, più o meno evidentemente, dominante: acuito dall’angoscia per le poche vocazioni, a cui si pensa di ovviare, da una parte, ridando un ruolo ‘appetibile’, cioè leaderistico e superiore, al prete e, dall’altra, allargando le maglie della selezione dei candidati al sacerdozio ministeriale (preparando così, più o meno consapevolmente, delle ‘bombe ad orologeria’ che esploderanno più tardi). Un tempo si pregava perché il Signore mandi santi preti alla Chiesa, mentre oggi ci si accontenta di pregare perché mandi comunque qualche prete. Ma non bisognerebbe pregare (e operare) per avere sante famiglie? Da dove ‘spuntano’ mai i preti?

Non si tratta allora di parlare solo dei “laici”, quasi isolando questo “problema” per analizzarlo a sé. Si tratta di mettere a tema il “clericalismo”, cioè le patologie dei laici e del clero, nelle diverse forme, caratteri ed ambiti dei loro reciproci rapporti. Naturalmente non serve a nulla parlare polemicamente e con asprezza. Nell’attuale fallimento pastorale – che il clericalismo (come una spia infallibile) segnala – ci siamo dentro tutti e solo tutti insieme, aiutandoci l’un l’altro, possiamo sperare di uscirne. È possibile discuterne serenamente?

3. Gli effetti contemporanei del paradigma clericale tridentino

La società europea dell’età moderna – quella che si può chiamare di “antico regime” – era una società di ceti o di ordini, strutturalmente e rigidamente divisa in “stati”: Nobiltà; Clero; Terzo Stato. In questa società viveva un regime di “Cristianità”, sia pure ormai diviso e perciò confessionalmente definito: Paesi Cattolici e Paesi Protestanti, cuius regio eius religio.

Conseguentemente e coerentemente, la Chiesa cattolica, con il Concilio di Trento, puntava su una profonda riforma, spirituale e organizzativa, che faceva fulcro sul clero diocesano. Si toglievano precedenti abusi e scandali. Si istituivano i Seminari per formare in profondità coloro che dovevano costituire l’ossatura fondamentale della Chiesa e, insieme, della Cristianità: essendo riconosciuti come un ordine a sé.

La Chiesa, cioè, si strutturava in modo speculare allo Stato moderno. Se lo Stato moderno presentava Monarchia assoluta (con una Corte e un governo centrale), Burocrazia, Esercito, la Chiesa cattolica a sua volta si organizzava con Monarchia papale assoluta (con una Curia e un centralismo romano), Clero diocesano (uniformemente educato nei Seminari), Compagnia di Gesù.

Il ‘paradigma tridentino’, a trazione clericale, ha efficacemente operato per tutta l’età moderna, ripensandosi poi, con difficoltà, ma comunque permanendo anche nell’Ottocento e nel Novecento.

Il Concilio Vaticano II ha, a sua volta, promosso una altrettanto profonda riforma cattolica: se il Concilio di Trento ha fatto centro sul clero, il Vaticano II ha fatto centro sul laicato. Perciò se non si promuove veramente il laicato, non si promuove veramente la riforma cattolica e perciò la nuova evangelizzazione, indicate e ispirate dal Vaticano II.

Ma perché ciò si realizzi è pur necessaria una fase storica di progressiva evoluzione e di superamento del paradigma tridentino. Non siamo più infatti in una società cetuale di antico regime e in situazione di Cristianità: viviamo in una società democratica, laica e fortemente secolarizzata, pluralistica, con crescenti presenze multireligiose. Siamo in un multiverso, normalmente non gerarchizzato, di corpi collettivi, enti sociali, realtà associative, con una pluralità di ordinamenti normativi e perfino giuridici, di portata diversa.

La Chiesa cattolica non è più complanare all’intera società, riconosciuta concordemente (e perciò concordatariamente) da tutti, come società giuridicamente perfetta, a cui si appartiene anagraficamente, per nascita, ma è una associazione volontaria, tra altre, e il clero non ha più un riconoscimento cetuale, gerarchicamente superiore al ‘terzo stato’. Che effetti provoca allora, inevitabilmente, il paradigma tridentino in questo contesto storico così sociologicamente mutato?

Immaginiamoci un’Associazione che ponga il suo maggiore sforzo economico nel formare, per un lungo periodo, un corpo di funzionari: in luoghi separati, con un sapere specialistico loro proprio, con un forte spirito di corpo, con una netta identità, marcata perfino da un abito-divisa uniforme (e con le distinzioni gerarchiche di grado). Aggiungiamo che questi funzionari non debbano avere famiglia, ma siano obbligatoriamente celibi, che perciò si dedichino alla loro funzione a tempo pieno e che la loro carriera intrassociativa avvenga per cooptazione e designazione dall’alto.

Ora a me pare che sia inevitabile – per legge sociologica necessaria – che tali funzionari diventino una casta separata dagli altri membri dell’associazione e che la loro funzione di servizio si trasformi in una inespugnabile e immodificabile posizione monopolistica di potere, talmente ovvia da essere considerata normale e giusta dagli stessi funzionari (e, per comodità, perfino dai meno interessati degli altri membri).

È questo, mi pare, l’anacronistico e distorcente effetto del paradigma tridentino nel mondo contemporaneo: stanno qui la sociogenesi e la psicogenesi del clericalismo. E ciò spiega pure la ‘coscienza infelice’ ma anche la sostanziale impotenza di tanti generosi presbiteri, che pure vorrebbero superare ogni clericalismo. A parole, poi, sono ormai pochi coloro così vetero-autoritari da difendere il clericalismo: molti di più sono quelli che di fatto lo perpetuano con i loro pensieri, opere ed omissioni.

4. Abituarsi a convivere

Realisticamente il clericalismo non sarà superato velocemente (e del resto forse non sarebbe neppure auspicabile, nel senso che una smobilitazione rapida avrebbe effetti disorientanti imprevedibili).

Da giovane, leggendo i documenti del Concilio Vaticano II, ero convinto che il clericalismo fosse una patologia ecclesiologica dai giorni contati e la combattevo con passione e fierezza laicale. Oggi sono giunto a quell’età in cui i medici quando ti diagnosticano qualche più o meno lieve malanno ti dicono: non ne può guarire, ci deve convivere.

Ecco, penso proprio che non vedrò la guarigione dal clericalismo (non potendo giungere al XXII secolo) e che ormai non mi resti che abituarmi a conviverci. Può sembrare una conclusione deprimente e minimale, ma non credo poi che sia così: c’è infatti un importante spazio di movimento e di graduale miglioramento. Possibile e perciò doveroso: se si può, allora si deve.

È da ricordare innanzi tutto – anche se può sembrare scontato – che i più veri e forti antidoti per combattere il clericalismo sono la Parola di Dio e l’Eucaristia. Quanto più la Chiesa cerca di conformarsi al Vangelo, quanto più è realmente comunità eucaristica tanto più si declericalizza.

Un secondo passaggio è riprendere il magistero del Concilio Vaticano II e perciò mirare – se non proprio alla corresponsabilità (tanto evocata in Lettere pastorali, omelie, prediche quanto poco praticata nella realtà) – a rapporti fraterni tra clero e laicato. Non tanto ai ‘rapporti familiari’ (di cui pure parla il Concilio): perché il termine può essere ambiguo e coprire un paternalismo dissimulato.

Meglio dunque ‘rapporti fraterni’: “I Presbiteri sono stati presi fra gli uomini e costituiti in favore degli uomini stessi nelle cose che si riferiscono a Dio, per offrire doni e sacrifici in remissione dei peccati: vivono quindi in mezzo agli altri uomini come fratelli in mezzo a fratelli. […] Per raggiungere questo scopo, di grande giovamento risultano quelle virtù che giustamente sono molto apprezzate nella società umana, come ad esempio la bontà, la sincerità, la fermezza d’animo e la costanza, la continua cura per la giustizia, la gentilezza e tutte le altre virtù che raccomanda l’Apostolo Paolo” (Presbyterorum Ordinis, n. 3).

La cortesia, secondo l’insegnamento del Beato Giovanni XXIII, è la prima forma della carità. Sarebbe troppo sperare di avere preti cortesi e gentili? Certo è bene che tutti nella comunità ecclesiale si sforzino di essere rispettosi, cortesi e gentili. Ma ciò mi pare assolutamente necessario per i pastori.

Non è il caso di addentrarci in minuti e articolati approfondimenti sulle caratteristiche psicologiche e sulle dinamiche sociali fondamentali della società contemporanea, che attraversa cambiamenti veloci. Ma mi pare che, nel nostro contesto storico, la nuova evangelizzazione resterà un puro slogan se non sorreggerà vere, autentiche, significative relazioni personali tra i preti e gli altri cristiani: la qualità della relazione diventa fondamentale.

La relazione è, insieme, passaggio ineludibile di pre-evangelizzazione e spia della sincerità esistenziale dell’evangelizzatore quale testimone. Coloro che vogliono essere maestri devono essere prima di tutto testimoni: e la testimonianza non è credibile se non irrora una relazione diretta, piena, sincera, appunto veramente fraterna. La capacità di tessere relazioni interpersonali innervate di spirito evangelico è il nuovo nome della santità pastorale.

Mons. Luigi Serenthà, Rettore Maggiore dei seminari milanesi al tempo del card. Martini e precocemente scomparso, affermava, con grande lucidità: “Il prete che fa tutto da solo, che gestisce come un padrone la propria parrocchia, sganciato da una struttura presbiterale più ampia (il decanato, la città, la diocesi, eccetera) e sganciato da ogni reale collaborazione con tutte le forme carismatiche e ministeriali presenti nella comunità, presenti in tutti coloro che hanno una vocazione (da vivere in questo o in quell’altro ambiente), è una figura inaccettabile, è una figura improduttiva. Soltanto un prete che vive intensamente la fraternità, la comunione con gli altri fratelli del presbiterio, e con tutti i fratelli di fede variamente impegnati nei ministeri, intra ed extra parrocchiali, è un prete che interpreta le esigenze di ritorno al Vangelo, di obbedienza allo Spirito e di fedeltà alla croce, che è l’esigenza tipica della vita pastorale contemporanea. […] Per cui, anche un bravissimo ragazzo che ha tutte le doti di questo mondo, ma ha poca capacità relazionale, non penso che sia adatto a fare il prete nella diocesi di Milano, oggi, perlomeno. Deve abituarsi, quasi, ad una vita relazionale che non sia soltanto un obbligo di galateo, o di convivenza civile, o un obbligo di generica fraternità cristiana, ma uno stile pastorale, un’abitudine a tener conto degli altri, a lavorare insieme con gli altri, a pensare insieme con gli altri la vita”.

Non è semplice e gli ostacoli sono tanti. Ma non è impossibile avere preti con questo stile pastorale, che sanno costruire vere relazioni umane, spirituali, collaborative. Certo c’è chi, anche a questo proposito, auspica passi indietro, verso tradizionalismi ierocratici, che forse possono rassicurare piccolissimi gruppi (di personalità psicologicamente insicure, ma che risultano totalmente fuori dalla realtà umana di oggi).

Ma preti e laici che amano sinceramente la Chiesa e si amareggiano per le sue difficoltà contemporanee non troveranno vere e giustissime le parole di mons. Serenthà? Signore Gesù, dona santi battezzati, sante famiglie, santi presbiteri alla tua Chiesa: tutti figli dell’unico Padre, fratelli tuoi e perciò fratelli tra loro.

** FONTE: FINESETTIMANA.ORG
Autore    Città    Giorno    Ora
Federico La Sala    Milano    13/2/2013    09.39
Titolo:L’art. 1 della Costituzione nacque da un colloquio con Togliatti
Dossetti. Il lavoro per tutti è la profezia della politica

di Pierluigi Castagnetti (l’Unità, domenica 10 febbraio 2013)

«Il 13 febbraio ricorre il 100° anniversario della nascita di Giuseppe Dossetti, figura cruciale del cattolicesimo democratico. Pochi sanno che l’art. 1 della Costituzione nacque da un colloquio in un bar di Roma con Togliatti»

Martedì prossimo alla Camera dei deputati sarà ricordato Giuseppe Dossetti nel centenario della nascita, alla presenza del presidente della Repubblica. Dossetti, partigiano e presidente del Cln di Reggio Emilia, è stato impegnato in politica (prima alla Consulta, poi all’Assemblea costituente, poi in Parlamento e nella Dc di cui fu vicesegretario) per un periodo di soli sette anni, a cui hanno fatto seguito 44 anni di impegno come uomo di Chiesa, prete e monaco.

Anche nella vita della Chiesa è inevitabilmente ricordato per il suo straordinario apporto riformatore, come consigliere del cardinal Lercaro e di monsignor Bettazzi, e poi come moderatore e perito al Concilio Vaticano II. Il cardinal Martini lo definì «profeta del nostro tempo», sottolineando la sua straordinaria capacità di associare profezia religiosa e profezia politica. Ma in questa sede vogliamo ricordare il Dossetti costituente per un aspetto meno conosciuto e studiato. Di lui infatti si ricorda il decisivo apporto nella definizione della struttura personalistica della Carta, negli articoli 2 e 3, e poi i due articoli di cui è stato relatore il 7 e l’11. È stato meno approfondito il suo apporto alla definizione dei contenuti economico-sociali della Costituzione, in particolare sul tema del lavoro. Così come poco si dice del suo rapporto stretto con Palmiro Togliatti, che lui stesso evocherà nel discorso all’Archiginnasio di Bologna nel 1986, come decisivo per la definizione di alcune «architravi» costituzionali.

Un sacerdote di Bologna, mons. Giovanni Nicolini, ricorda ancora quando gli capitò di accompagnare in auto Dossetti e La Pira e ascoltare le memorie di questi due grandi protagonisti dell’Assemblea costituente. Dossetti parlò di quando, all’inizio dei lavori, incontrò riservatamente Togliatti in un bar vicino a piazza del Popolo, al fine di sciogliere alcuni nodi preliminari e, in particolare, di decidere il principio ispiratore di tutta la Carta, quello che già in quel colloquio, avrebbe dovuto essere l’articolo 1. I due non si conoscevano bene ma nella conversazione si superò presto l’impaccio iniziale. Fu Dossetti a rompere gli indugi e a indicare il tema del lavoro, destando ovviamente consenso ma anche qualche comprensibile sospetto da parte di Togliatti: «Lei lo fa per compiacermi». «No, non mi interessa compiacerla, sono proprio convinto che il tema del lavoro debba rappresentare il cuore della nostra Carta e un punto di incontro fra posizioni culturali che per altri aspetti non sono facilmente conciliabili. La strada per arrivare al comune obiettivo è probabilmente diversa fra noi due. Per lei il tema del lavoro è importante per ragioni politiche e sociali comprensibili, per me è importante come presupposto costitutivo della centralità della persona: senza il lavoro non c’è dignità e senza dignità l’individuo non diventa persona».

Nasce probabilmente in quella occasione e in quel contesto non solo l’intesa per definire il contenuto dell’articolo 1 (il cui testo sarà formalmente presentato poi da Fanfani), ma un rapporto personale che segnerà tutta la vita dell’Assemblea costituente, a partire appunto dal dibattito nella prima sotto-commissione sul tema del lavoro. Ne ha parlato puntualmente il costituzionalista Mario Dogliani, nel seminario del 15-16 ottobre 2011 tenuto a Montesole sul tema «Il lavoro nel pensiero di Giuseppe Dossetti», a cui parteciparono anche i professori Ugo De Siervo e Salvatore Natoli. Il pensiero di Dossetti sul lavoro è anticipato nell’articolo apparso sulla vittoria laburista nelle elezioni del 1945 in Gran Bretagna «Triplice vittoria», riportato in questa pagina. [di seguito]

La discussione nella prima sotto-commissione prende spunto proprio da una proposta formulata da Mo-o e Dossetti: «Ogni cittadino ha diritto al lavoro e il dovere di svolgere un’attività o esplicare una funzione idonea allo sviluppo economico o culturale o morale o spirituale della società umana, conformemente alle proprie possibili tà e alla propria scelta». La discussione ovviamente si sviluppa a lungo e i testi si modificano. Quando si affronta il problema del salario, la prima formulazione che viene posta in discussione è congiunta di Togliatti e Dossetti: «La remunerazione del lavoro intellettuale e manuale deve soddisfare le esigenze di un’esistenza libera e dignitosa del lavoratore e della sua famiglia». Questa è una formula che poi è rimasta ed è confluita nell’articolo 36.

È ancora Dossetti a dichiarare: «Il lavoro è il fondamento di un diritto che però non è concepito come un diritto nei confronti del datore di lavoro, ma come un diritto che si dirige verso l’intera società, che ha il suo fondamento non nella naturalità dell’individuo, ma nel fatto che lavora… Il diritto ad avere i mezzi per un’esistenza libera e dignitosa non deriva dal semplice fatto di essere uomini, ma dall’adempimento di un lavoro… Questa non è un’utopia perché non possiamo rinunciare al sogno, sogno inteso come sogno politico, di avviare la struttura sociale verso una rigenerazione del lavoro…. in modo che il suo frutto sia adeguato alla dignità e alla libertà dell’uomo. Tali principi programmatici non avranno la possibilità di operare un miracolo… ma serviranno almeno ad una progressiva elevazione delle condizioni di lavoro nel prossimo avvenire».&#8232; E La Pira precisa: «Gli articoli formulati dalla sotto-commissione sono sempre partiti… dalla premessa che es-si debbono concorrere a far cambiare la struttura economica e sociale del Paese». Dopo una lunga discussione si arriverà finalmente all’approvazione di una nuova formulazione leggermente diversa, sempre a firma Dossetti-Togliatti: «La remunerazione del lavoro intellettuale o tecnico manuale deve soddisfare le esigenza di esistenza libe-ra e dignitosa del lavoratore e della sua famiglia».

Si potrebbe continuare ancora a leggere i verbali di quel lungo dibattito che affronterà varie altre questioni, in particolare quelle relative al diritto di sciopero, alla finalizzazione della libertà economica e ad altri aspetti, e sempre registreremo gli interventi di Togliatti-Dossetti, Togliatti-La Pira, Moro-Basso-Dossetti-Togliatti, i veri protagonisti di una discussione che anche allora ruotava attorno alla centralità di un diritto soggettivo che è presupposto di altri diritti, un diritto che dà senso e coagulo alla trama di tutti i rapporti economico-sociali, su cui avrebbe dovuto reggersi l’intera architettura costituzionale.

Non è mia intenzione trascinare Dossetti nel dibattito politico, e ancor meno in quello elettorale di oggi, ma non possiamo non rilevare la straordinaria attualità di un pensiero che può aiutare ancora a dare un senso e una prospettiva al processo di profondo cambiamento nel quale ci troviamo inevitabilmente inseriti.

PER IL CENTENARIO DELLA NASCITA DI DON GIUSEPPE DOSSETTIultima modifica: 2013-02-15T18:54:26+00:00da mangano1
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