Sergio Falcone,Federico Fellini. L’ultima intervista

venerdì 20 ottobre 2006
Federico Fellini. L’ultima intervista

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QUANDO FELLINI SOGNAVA PICASSO

Nell’ultima intervista, i giorni della malattia.

di sergio falcone

Era la sua ultima intervista da malato, mi diceva, ma preferiva parlare d’altro. Quel che si notava in lui, prima di tutto, era lo sguardo, la cui fissità mi intimidiva. Fellini, negli ultimi mesi, era un misto di cortesia e di timidezza, di fragilità e di tenerezza.
Mi diceva: “Da oltre tre anni non lavoravo. Tentavo invano di fare un nuovo film. Ora, ho perso del tutto la speranza: con la malattia, non voglio essere un regista in ritiro, che ha fatto fortuna e al quale interessano solo i libri come rimedio al male e all’immobilità”. L’ho veduto, nell’ospedale di Rimini, attorno a ferragosto. Poi, una seconda volta, nella sua casa di via Margutta, a Roma, nel tardo autunno, poco prima del colpo finale ed invalidante.
Nella sua stessa persona, nell’atmosfera che aleggiava intorno a lui, si materializzava quell’oscuro nemico di cui parla Baudelaire, cioè quel tempo inesorabile che “mangia la vita”.
Tutto era discreto, silenzioso, attorno al grande regista. Mi mostrava le fotografie, i libri, i dischi: risaliva da un abisso di anni. Ancora una volta si trovava a dover affrontare la memoria. Inseriva, secondo l’ordine cronologico, paragrafi sparsi. Nuove e vecchie esperienze. Intuivo di assistere al commiato di un grande artista. Federico non aveva il benché minimo timore del mio registratore, che captava dettagli, pause, trasalimenti, sussulti.
Federico era seduto su una poltrona verso la finestra, leggermente proteso in avanti. Si crucciava del proprio modo di esistere, così enigmatico e faticoso. Qualche volta aveva difficoltà a parlare, preferiva guardare ed ascoltare.
Bisognava vedere il garbo di Fellini, il modo con cui prestava orecchio ad ogni rumore, ad ogni voce.

Federico, che cos’è per te la sofferenza?

“Il dolore finisce per avere una forza emendatrice. Ci fa più buoni, più compassionevoli, ci richiama in noi stessi. D’istinto andiamo cercando la gioia, ma ci ritroviamo inaspettatamente nel dolore, non solo nel nostro, anche in quello degli altri”.

Pensi talvolta all’esistenza di Dio?

“E’ inevitabile. Ma è più discreto credere in Dio che parlarne”.

*

I medici avevano detto a Fellini di esercitare il braccio, la mano, con le matite, con il disegno. Federico non chiedeva di meglio. Tornava dunque al disegno che, nelle sue mani, era una sorta di disegno zig-zagato, che preannunciava un’atmosfera sorprendente e fantastica: il riso che fioriva ad annullare una tristezza. Una successione di sogni, di favole, di gesti e colori in movimento.

*

Mi diceva il regista: “Il paziente Fellini torna al suo vecchio mestiere di disegnatore. Tra il ’20 e il ’30, d’estate, al Grand Hotel di Rimini, arrivava Nino Za, che faceva anche le caricature per il cinema. Riceveva per il ritratto la clientela ricca di Milano e di Torino, in guanti bianchi e sparato. Ho ammirato Roland Topor. Tra il ’38 e il ’40, a Roma, ho conosciuto e frequentato Maccari. Nel ’44, in una Roma invasa dalle truppe alleate, ero caricaturista di un Funny Faces Shop”.

Poco fa nascondevi dei disegni. Qual è, per esempio, il parallelo tra questi tuoi disegni di convalescente e i sogni del tuo periodo di malattia, di immobilità, di solitudine?

“Da un po’ di tempo mi accade di appuntare qualche sogno e di tentare di ricordarlo graficamente, così come mi è apparso.
Ho sognato anche Picasso, forse come simbolo solare di potenza creativa. Picasso ogni tanto mi viene a trovare. Ma Picasso è un archetipo della creatività; quindi un simbolo, un emblema del paesaggio onirico. Immagino che in periodi di crisi, incertezza, confusione, impotenza, un sogno in cui appare Picasso è un invito a non abbattersi, a non deprimersi.
L’occasione è sempre quella. Sono seduto dietro a un tavolo, con un foglio di carta bianca davanti. E’ anche un modo (o un alibi) di lavorare, e non attendere che il prossimo lavoro bussi alla porta. E’ una specie di esorcismo, un passo ritualistico.
E’ un percorrere a ritroso le stagioni, gli incontri, i personaggi, perfino i numeri di telefono degli amici più intimi. E’ una fase un po’ segreta, questa dei disegni, un po’ buia, fatta di penombre e di incertezze. Un modo di acchiappare per una coda invisibile qualcosa che ancora rilutta, che ancora non c’è. In altri tempi, era un tentativo di cominciare a vedere come può essere un film, quale aspetto può avere, che cosa di esso mi appartiene, che cosa posso cominciare a trattenere”.

Non hai paura che i tuoi scarabocchi possano finire sul tavolo di uno psichiatra dell’età evolutiva? Non ti senti nelle condizioni di un vecchio bambino che ha interesse per gli schizzi, per le matite, la carta, i pastelli, i colori, la scatola dei grossi gessi, e magari per il disegno d’album da ricalcare?

“Perché dovrei aver paura? Anzi, ne sarei lusingato. I medici, gli infermieri non fanno che dirmi: ‘Federichino, muovi questo, muovi quello, cerca di fare questo, anzi quest’altro’”.

Qualche volta, e non solo da ora, hai finito per preferire i pittori e gli artisti agli stessi attori?

“Forse. A Rimini, avevo amato dei pittori oscuri. Perfino quelli che disegnavano le madonne col gesso per le strade”. (E ce ne sono di bravissimi, n.d.a.). “Ed è stato un periodo della mia vita nel quale pensavo seriamente di fare il pittore. Non tanto per i risultati dell’espressione artistica in sé, quanto perché il pittore rappresenta un modo di vita particolare. Era un tipo chiacchierato, non era ricevuto in certe case, viveva una giornata senza orari, mangiava quando poteva. L’aspetto, un po’ anomalo e bohémien del pittore, affascinavano me bambino, chiuso in una provincia fascista e cattolica. Era il diverso, l’irregolare: portava i capelli lunghi, vestiva in maniera stravagante, l’abito pieno di patacche, riceveva nello studio donne sempre diverse. Mimavo da ragazzo quelle abitudini, con gli acquerelli, i cavalletti, i colori, le pennellate, le nature morte. Si torna quasi all’infanzia, da vecchi. Ma, purtroppo, se si parla in nome dell’infanzia, bisognerebbe adottarne il linguaggio: come se un simile linguaggio potesse scriversi, potesse tornare”.

Ti piace anche la cattiva pittura?

“Amo la sensualità che si prova nell’esprimersi con la pittura. Tutto sommato, ho scelto un mestiere abbastanza fortunato, in cui facevo lo scenografo, l’architetto, il costumista, l’attore”.

Quale influenza ha avuto il fumetto sul tuo lavoro?

“Enorme. Da ragazzino ricordo Il Corriere dei Piccoli buttato sulla banchina del treno accelerato che veniva da Bologna. La mattina presto andavo alla stazione di Rimini per il piacere di avere il ‘Corrierino’ prima che arrivasse in edicola. Ho cominciato come tutti a disegnare Fortunello, Bibì e Bibò, sor Pampurio, Tordella, Coco, Mio Mao, coi pastelletti, coi colori”.

In quali tuoi films si ritrovava il mondo dei fumetti?

“Forse nei Clown, in Amarcord, ossia nei temi della mia infanzia. In Giulietta degli spiriti, anche; in quel mondo un po’ cartaceo, un po’ spettrale, in quei personaggi sempre pendenti per l’assenza di piani. I personaggi attaccati al fondo e il fondo attaccato al cielo. Qualcosa di asfittico, di vagamente inquietante e psicotico”.

Hai il rammarico di non aver realizzato una storia, un progetto particolare? Per esempio, De Sica avrebbe voluto realizzare Un cuore semplice da Flaubert, Antonioni Una lettera rubata da Poe, Visconti la Recherche da Proust…

“Non è che io voglia sforzarmi di apparire volutamente ignorante, ma non c’è quasi mai un’ispirazione letteraria alla base dei miei films. Per il resto, sono stato abbastanza fortunato. Non ho nel cassetto dei copioni che non ho potuto realizzare.
Il Viaggio di Mastorna è un mio progetto che non ha perso di attualità. Anzi, mi sembra che, con il passare del tempo, il punto di vista, ossia il fuoco su quel racconto, cioè il mio modello visivo, e la mia carica emotiva insieme, si siano precisati, mutati in un senso più favorevole alla storia, ai personaggi, anche alle situazioni esterne. Peccato non poterlo fare.
Il Viaggio di Mastorna ancora oggi è un sospetto, un’immagine illusoria, un abbozzo di racconto. Un fantasma di idee, di sentimenti.
Come regista, per il Mastorna tuttora raccolgo visi, profili, parole: mi colpisce un’immagine, focalizzo meglio un aneddoto. Noi finiamo per manipolare quel che ci fornisce l’osservazione degli altri uomini, e la conoscenza che abbiamo di noi stessi. Questi modelli, che l’osservazione ci fornisce, questi tipi che la nostra memoria ha conservato, noi li ingigantiamo, li nutriamo di noi stessi o, almeno, di una parte di noi stessi.
Avrei voluto continuare a fare dei films in una specie di bottega rinascimentale, industriosa ed alacre. Invece, il film è stato spesso un’operazione economica e finanziaria, sempre molto faticosa da mettere in piedi. E l’’affare’ film è abitato da personaggi che hanno poco a che fare col film, e moltissimo invece col dannato profitto. E quindi si creavano dei tempi lunghissimi, in attesa di coincidenze, di complicità, di accordi, di alleanze, di sodalizi”.

[federico fellini clown]

Pubblicato da sergio falcone a

Sergio Falcone,Federico Fellini. L’ultima intervistaultima modifica: 2013-02-09T16:20:20+00:00da mangano1
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