Claudia Ciardi, YEATS WILLIAM BUTLER I CIGNI SELVATICI A COOLE

YEATS WILLIAM BUTLER
I CIGNI SELVATICI A COOLE
Lun, 29/08/2011 – 12:19 — Claudia Ciardi

Unknown.jpeg

Un ragazzino timido e ritenuto quasi dislessico, che non aveva nessuna inclinazione per la scuola e a nove anni non sapeva ancora leggere. Un attaccamento fortissimo alla campagna irlandese per la quale continuava a struggersi da Dublino e Londra. Chi avrebbe scommesso che dentro questo involucro imbranato, all’apparenza privo di attitudini, aspettasse di rivelarsi il grande poeta?
Non furono le precoci esperienze nelle grandi città d’Europa a segnarne l’immaginazione ma i saltuari ritorni nella nativa Contea di Sligo. Qui crebbe in lui «un vecchio istinto di razza, come di un selvaggio» che investì la sua vita, facendogli sempre bramare fino alle lacrime un pezzetto di terra di quei campi da stringere tra le mani.
E certo Yeats è una figura immensa che si iscrive profondamente nella storia del suo paese. La sua opera ha dato un grande contributo al ricongiungimento del popolo irlandese con la propria eredità culturale. Ne sono testimoni i numerosi scritti dedicati alle leggende, alle tradizioni contadine, alla sistemazione di un canone di autori rappresentativi della nazione, una infaticabile attività di letterato-antropologo, di cui il teatro fu espressione altrettanto cospicua e variegata.
Significativa fu a questo riguardo la collaborazione con Lady Gregory, la roccia d’Irlanda, l’amica, la confidente dalla quale Yeats approdò trentunenne in una fase di smarrimento di se stesso e, quindi, della propria arte. Un’ospitalità generosa che gli dischiuse le bellezze e la pace di Coole dove da allora in avanti, per più di trenta anni, Yeats sarebbe tornato a soggiornare, recuperando la sua salute e un equilibrio mentale da tempo compromessi, trovando nuovi stimoli alla scrittura. Alla Gregory riconobbe di aver fatto di lui un vero poeta. Ciò che fino a quel momento era stata una forza latente trovò un fulcro e, crescendo in intensità, si indirizzò a una nuova ricerca.
I cigni selvatici a Coole sono dunque la sintesi di un passaggio fondamentale nel destino poetico di Yeats. La raccolta celebra l’affascinante emotività di un luogo, espressa non solo nella sua essenza geografica ma più ancora nella sua consistenza interiore, che i versi tracciano in un puro stato di grazia. “I cigni” sono una sorta di galleria aperta alle stagioni della vita, dove gli amici che se ne sono andati ricevono il loro tributo con un’intonazione melanconica e colma, nella speciale forza data alle cose dal ricordo. 
Questo inno sepolcrale cantato a una Demetra dal volto dipinto in bianco e nero sorprende il poeta mentre sta soppesando la clavicola di una lepre. E il primitivo manufatto «affinato dalla lingua dell’acqua» offre la reale visione di un mondo in difetto e la conferma all’artista di trovarsi su un confine selvaggio, ma infine veramente libero e autentico.
La poesia di Yeats ha le caratteristiche di un fluido che attraversa la vita e la morte. Non può considerarsi perciò casuale il ricorrere dell’immagine della corrente, l’inafferrabile stream che esercita un richiamo potentissimo su ogni essere e porta nel testo una sorta di memoria allegorica attorno a cui si esercita il misticismo yeatsiano.
Il poeta amalgama la materia in questo lievito primordiale e accende il fuoco che avvia il processo di trasformazione. Come la sostanza alchemica, la poesia si compone di due elementi, uno in combustione, la vita e le sue prove, e uno volatile, la luce lunare che osserva la metamorfosi del cigno sulle rive del lago, solitaria apparizione del sé.
«Sono uscito da me stesso e ho rivestito un corpo che non muore. […] Non sono più colorato, tangibile, misurabile», le parole del Corpus Hermeticum si adattano perfettamente all’opus di Yeats.
Dal dolore e dalla macerazione, «vediamo il nudo camino spento e nero / perché l’opera fu compiuta in quella vampa», e tra le ceneri si raccolgono le membra di Osiride. Yeats, mago e filosofo della natura, propizia il rinvenimento.
I nostri occhi sono colpiti dal biancore, «tra l’attrazione del plenilunio e della luna nuova», come davanti al modello di Omero, nel componimento de “La doppia visione di Michael Robartes”. Noi stiamo camminando in bilico sul bordo dell’albedo, e da qui raggiungiamo «il picco di follia» quale giusta ricompensa, ossia uno sguardo chiaro e fermo su ciò che abbiamo attraversato in vita. L’opera al bianco, l’unione degli opposti nel foco che gli affina, ha finalmente dato il suo frutto di conoscenza.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
William Butler Yeats (Dublino, 13 giugno 1865 – Roquebrune-Cap-Martin, 28 gennaio 1939)
William Butler Yeats, I cigni selvatici a Coole, introduzione e commento di Anthony L. Johnson, traduzione di Ariodante Marianni, testo inglese a fronte, Bur, 2001 [prima edizione, 1989]

Titolo originale: The wild swans at Coole

«Seppi che avevo visto, avevo visto finalmente / Quella fanciulla che le mie notti immemori stringono / O i miei sogni che fuggono / Se mi stropiccio gli occhi, / Ma che fuggendo gettano sul mio cibo / Un succo di follia che mi fa battere i polsi / Come se fossi stato sedotto / Dal modello di Omero / Che non degnò d’un pensiero la città che bruciava. / A tale picco di follia sono portato, / Preso fra l’attrazione / Del plenilunio e della luna nuova, / Tra la banalità del pensiero, e immagini / Che hanno la frenesia dei nostri mari occidentali» (da “La duplice visione di Michael Robartes”).

Potete leggere un estratto di un mio intervento in inglese sulla poesia di Yeats. Questo testo è in parte servito per tracciare l’intervento pubblicato qui su Lankelot: http://www.goodreads.com/review/show/201734726

Su La Biblioteca d’Israele di Giusi Meister un mio articolo sul mito di Leda, in particolare nella poesia di Gertrud Kolmar, con riferimenti anche ad altri autori e contesti culturali*:

http://bibliotecadisraele.wordpress.com/2011/06/08/gertrud-kolmar-leda-e-il-sogno-di-orfeo-di-claudia-ciardi/

*È tuttavia necessaria una rettifica al testo. Il sonetto di Yeats “Leda and the Swan” (Leda e il cigno), del 1924, non fa parte de The Wild Swans at Coole (I cigni selvatici a Coole). 
Alcuni dei componimenti, entrati nella “rosa” di Coole, fecero la loro prima comparsa a stampa nel 1917 sulle riviste “The Little Review” e “Poetry (Chicago)”. L’edizione de “I cigni selvatici a Coole” risale al 1919.
Senza dubbio le caratteristiche simboliche ed evocative del cigno e del mito di Leda, oltre al legame personale con il paesaggio onirico di Coole, esercitarono sul poeta un fascino duraturo e lo spinsero a sviluppare ampiamente questi temi.

Claudia Ciardi   

Claudia Ciardi, YEATS WILLIAM BUTLER I CIGNI SELVATICI A COOLEultima modifica: 2011-09-12T19:33:27+00:00da mangano1
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento