Bruno Accarino, La caverna di Blumenberg

da IL MANIFESTO, 4 luglio 2009

 

Bruno Accarino
IL LUNGO APPRENDISTATO ALLA MODERNITA’
La caverna DI BLUMENBERG
Uscito per Medusa il saggio di Hans Blumenberg su Platone. Un’opera dove il filosofo tedesco muove dall’elaborazione antropologica sulla natura umana per giungere alla conclusione che la ricerca della verità sia un viaggio senza meta finale e con molte soste dovute alla contingenza della vita sociale
Paghiamo subito un debito di gratitudine: alla casa editrice Medusa, al traduttore Martino Doni e al curatore Giovanni Leghissa, che ci offrono in edizione italiana Uscite dalla caverna di Hans Blumenberg (Medusa edizioni, pp. 648, euro 65). Siamo in debito per l’accuratezza, mista a un pizzico di follia, con cui è stata realizzata un’impresa che avrebbe fatto tremare i polsi a chiunque. Quando il nostro paese, da sempre esterofilo e perfino un po’ nevrotico nel tradurre tutto e tutti, sarà stato definitivamente travolto dal ciarpame mercatistico che classifica come orripilanti diseconomie le scienze dello spirito, guarderemo con nostalgia a quegli ultimi bagliori di lungimiranza che hanno reso disponibili nella nostra lingua una serie impressionante di testi classici e meno classici. Pagato il debito, cerchiamo il bandolo della matassa nelle ultime pagine: quelle in cui Blumenberg intensifica gli interessi antropologici a stento repressi nel corso della sua vita, lasciando intendere che d’ora in poi, cioè dal 1989, avranno un ruolo assolutamente prioritario. Il che è stato puntualmente confermato dalle opere postume finora apparse.
Il mito platonico della caverna, attorno al quale ruota l’avvincente catena di digressioni e di diramazioni che compone il libro, ha poco a che fare con i cavernicoli. I cacciatori e i raccoglitori potevano sfruttare le caverne solo di passaggio, in condizioni nelle quali la transizione dal nomadismo alla sedentarietà richiedeva un cumulo di circostanze insolitamente favorevoli. Le caverne erano abitate, in epoche a cui noi siamo soliti associare la figura del cavernicolo, in modo sporadico e fugace, al punto che il mito di Platone non ha alcun titolo per disegnare l’immagine generale del progresso: il superamento delle ombre e l’uscita alla luce. Ma perché si pensa sempre alla fuga dalla caverna e non anche alla fuga nella caverna?
Se l’imperativo dell’esistenza umana è lo stare alla larga dalla realtà, o il difendersi, come suona la formula famosa del Blumenberg studioso del mito, dal suo assolutismo, la caverna è uno stratagemma non accidentale, qualcosa di più di un riparo fortuito. Blumenberg parla di uno spostamento del baricentro dalla metafisica o dall’ontologia verso l’antropologia. Solo questo spostamento consente di mettere a fuoco la profonda razionalità di chi si rifiuta di abbandonare la caverna e si oppone all’attrattiva esterna di verità superiori. Perché, in altri termini, colui che riesce a uscire e torna nella caverna per «liberare» i suoi compagni trova solo diffidenza ed è perfino vittima di un’aggressione? Perché fallisce la strategia della paideia e che cosa c’è dietro alla riluttanza all’insegnamento? L’avversione a una conoscenza superiore e definitiva tradisce la percezione di un rischio. Chi esce abbandona una forma di esistenza divenuta familiare e perciò scevra di pericoli: ci si lascia alle spalle – si può chiamarlo solo così – un mondo della vita.

Ammaestrati alla conoscenza
Ammaestrati – è il caso di dire – dai benefici presunti della paideia, sappiamo facilmente enumerare i vantaggi acquisibili da chi fugge dalla caverna. Ma siamo in grado anche di fare il censimento delle fregature a cui va incontro? Sulle orme di Arnold Gehlen e per altri versi di André Leroi-Gourhan, l’abbacinamento dello sguardo che colpisce l’abitante della caverna classica viene interpretato come il corrispettivo di un profluvio di stimoli che non può essere padroneggiato: finché il subominide può contare su segnali che sono in sintonia con il suo corredo organico, non conosce il disorientamento che colpisce chi capita in un mondo privo di segnaletica perché infinito. Gli involucri e le gabbie non solo non ostacolano, ma assecondano il programma biologico degli umani.
Il capolavoro della caverna fu l’invenzione della fantasia, e qui essa trovò anche le energie per spingersi ben oltre la mera soglia dell’autoconservazione. Se l’abitante della caverna non si fosse opposto all’aperto, alla smisuratezza dell’esterno, al territorio del cacciatore e del raccoglitore, del coltivatore e del nomade, essa sarebbe stata solo una dimora. Ma la sua tensione a de-naturalizzarsi, a installarsi nel mondo dell’artificialità, promuove una candidatura di livello superiore: quella tesa a favorire la «cultura della cura». Fu così che, passando per la caverna, «l’uomo divenne l’animale sognante»: e più propriamente fantasticante. Nella caverna ci si immagina ciò che non è dato e, invece di dar vita ad una impari colluttazione con la realtà, si opta per ciò che è assente: se ci si ritira dalla realtà, si può però sempre disporre dell’immagine, del simbolo, del nome e infine del concetto.

Gli antieroi del superfluo
Certo, bisogna pensare a strumenti inizialmente magici e non razionali, ma qualcosa di straordinario succede: i deboli, inetti alla caccia e alla predazione, rimangono dentro sperimentando il meccanismo della compensazione. Con la fantasia rappresentano qualcosa di non visto, raccontano qualcosa di non vissuto, costruiscono trame narrative da antieroi del superfluo. I cacciatori pensano alla sopravvivenza, quelli che non vanno fuori mettono a punto le strategie di un superfluo che ben presto sa farsi necessità. Come tutti gli esponenti – a cominciare da Peter Sloterdijk – della più recente e smaliziata antropologia filosofica, Blumenberg non ha dubbi sul fatto che il segno fondamentale dell’antropogenesi sia il lusso, non l’indigenza. E il primo tratto del lusso è la distanza: i deboli si appropriano di un’operatività in absentia et per distans, magari progettando trappole che facciano il loro mestiere senza essere presidiate e senza il loro intervento. Fu su questa base che si fecero largo la parola e l’immagine, le due diavolerie deputate a scansare i contatti diretti e gli scontri frontali con la realtà. Quanto a quelli che escono, e che non possono schivare né gli né gli altri, è per loro importante trovare sempre aperta la via del ritorno a «casa»: al clima confortevole che la domesticazione della caverna ha saputo determinare.
Mai più la fantasia avrebbe trovato una tale, intatta pienezza di possibilità, un momento così irripetibile di grazia e di felicità: al punto che tutti i nostri ritorni nella caverna, immaginari o fisicamente e architettonicamente reali che siano, sono un tentativo di riguadagnare una ricchezza che viene percepita come ormai sminuzzata e mortificata. Gli intellettuali, ereditando il ruolo di chi ha saputo così brillantemente gestire il rapporto tra il reale e il possibile all’interno della caverna, devono produrre una narratività che ha comunque smarrito l’opulenza della fantasia cavernicola. Il fascino immortale del mito di Platone non dipende dalla sua collocazione nella gerarchia dei suoi miti, né dal messaggio didattico-illustrativo, ma dalla sua capacità di poter riproporre nei luoghi più impensati una domanda radicale sulll’origine e sul destino degli uomini.

Il dominio del presente
Troppo raffinato per lasciarsi andare, con un corto circuito improvviso e improvvisato, a qualche proclama da sociologia dell’attualità, Blumenberg non è però reticente nel far intendere che gli universi mediatici nei quali siamo immersi, annaspando, rimasticano spesso le problematiche cavernicole dell’autogestione dell’esistenza. Nelle pagine su Jean-Paul Sartre come «fenomenologo della contingenza» si incontra il cinema: i giochi d’ombre dei moderni propongo il dominio delle arti proiettive, a cui il filosofo sfugge, come racconta in uno dei suoi interventi autobiografici, uscendo in strada. Dove però trova la contingenza e non, platonicamente, la verità: nel cinema la contingenza è assente – così Sartre -, lì tutto è necessario perché il cinema è una caverna che ha nella città il suo mondo esterno.
Il trauma originario non è per Blumenberg quello individuale della nascita, ma quello evolutivo della postura eretta. È all’altezza di quello stadio dell’evoluzione che un essere vivente scopre possibilità inedite di vedere, ma impatta con l’angoscia che si accumula in chi è visibile. Lo sguardo altrui: non poteva capitare niente di peggio, e non solo perché si moltiplicano le possibilità di essere aggrediti da quando si è molto più esposti dei quadrupedi. È allora che la parola-chiave Geborgenheit, che ha il dono di miscelare ascosità e sicurezza, nascondimento e protettività, comincia a mulinare soluzioni disparate: quelle escogitate dalla razionalità illuministica, con il suo appello a far sempre più luce, sono tutto sommato minoritarie e non durature.
La via che porta fuori dalla caverna non era stata sponsorizzata a scatola chiusa nemmeno dai greci, che non ignoravano la potenza dei misteri, dei riti di iniziazione, dei culti orfici, e potevano così apprezzare il senso della svolta all’indietro, sulla via del ritorno alla caverna. Le caverne sono accreditate di custodire l’antica sapienza e fungono da rifugio per i vinti, pronte ad ospitare la densità dei misteri più che la chiarezza deludente della conoscenza. Platone avrebbe potuto anche fare a meno di immaginare che i prigionieri della caverna fossero incatenati, stante il fatto che i veri ceppi della caverna sono le sue pareti, che non solo lasciano un’unica uscita, ma ostruiscono, respingono e rinviano ciò che preme contro di esse per sfondarle.

Turista e disincantato
Anche la brama esplorativa, allora, può conoscere battute a vuoto. La curiositas, una delle figure trainanti de La legittimità dell’età moderna, il libro a cui è legata la fama mondiale di Blumenberg, è sottoposta qui ad una declinazione diversa. Come non può fare a meno di osservare il gesuita spagnolo Baltasar Gracián (1601-1658), chi esce dalla caverna entra in un processo realistico e va incontro alla delusione di un mondo che non soddisfa le aspettative di chi nella caverna si è cimentato con una sorta di apprendistato. Lo stupore e la meraviglia non mancano, ma per quelli che hanno deciso di uscire hanno un che di irreale, perché continuano ad operare gli effetti protettivi della caverna, che sono comparativamente gli unici ad essere reali. Dopo qualche giorno, lo stupore e la meraviglia sono condannati a scemare, sopraffatti dall’abitudine, e anzi lo stupore fa posto al terrore che sorprende il turista della mondanità: se entrare nel mondo, commenta Blumenberg, vuol dire imparare l’arte di vedere, guadagnare la distanza da esso è l’arte del tornare a non vedere, di ridurre l’attenzione.
In termini biologici, alla riduzione dell’attenzione corrisponde la riduzione dell’attività cerebrale resa possibile dal sonno profondo e non molestato che è tipico delle caverne primitive, in quella che può essere pensata come l’origine più libera da perturbazioni di tutta la storia umana. Non occorre neanche pensare alle complicazioni psicoanalitiche del sonno come succedaneo della prenatalità, basta fare l’esperimento mentale di questo unicum immunitario per capire che è irrinunciabile. Fuggire dalla caverna e soddisfare la curiosità? E chi ce lo fa fare?

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