Giulio Stocchi, Perchè si festeggia un compleanno?

(cosa farò da grande.1)

Siamo riuniti qui a festeggiare il compleanno di Attilio.
Ma perché si festeggia un compleanno?
Perché si considera un giorno fausto quello della nascita?
Non diceva forse Sofocle: “Meglio per un uomo non essere mai nato e, se nato, morire giovane?”.
E tuttavia gli uomini, anno dopo anno, nonostante le avversità della loro vita, e ne siamo testimoni anche noi, amareggiati, addolorati, delusi dal mondo in cui viviamo, si ostinano a festeggiare la data della loro nascita o quella dei loro cari ed amici, come noi stiamo facendo con Attilio.
Anno dopo anno.
Fino alla morte.
Ed è proprio questo passaggio ineluttabile, che tutti ci attende e che appare addirittura sconveniente nominare in occasione di una festa di compleanno, ad illuminare il senso profondo della celebrazione di un genetliaco: la morte, o, per meglio dire, una cerimonia che a questo evento era e, in alcuni casi, è tuttora associata, il banchetto funebre.

Mi raccontava mia madre, che adesso ha 93 anni, che, quando era bambina, Viale Certosa, che è il viale che a Milano porta al Cimitero Maggiore, a Musocco, era costellato da trattorie, ristoranti, bettole, osterie, dove i dolenti, dopo la cerimonia funebre, andavano a ricordare e onorare il loro caro scomparso.
Ebbene, questa del banchetto funebre, è una tradizione antichissima, diffusa in tutta quanta la terra, e trova testimonianza nelle culture e nelle tradizione letterarie di tutto il nostro pianeta. Basta pensare, nella nostra tradizione letteraria, al banchetto che Priamo offre in onore del figlio Ettore ucciso da Achille.
Ora, questo sedere alla mensa degli uomini, soprattutto in occasione della scomparsa di uno di loro per morte violenta, come nel caso di Ettore, ci svela, per così dire, il significato profondo della cerimonia del banchetto funebre.
E il significato profondo del banchetto funebre è quello di ricordare le origini stesse della nostra civiltà e di mostrare agli uomini le radici della loro stessa umanità.
Si chiedeva infatti Giovan Battista Vico, nel 1721, nella Scienza nuova, che cosa ha trasformato quegli “irsuti bestioni” scampati al Diluvio universale e che vivevano sulla cima dei monti, cibandosi di bacche e di ciò che la terra offriva spontaneamente, che cosa li ha trasformati in uomini, cioè in esseri civili capaci di vivere in società? E Giovan Battista Vico coglieva nella parola humus, in latino terra, e humare, seppellire, inumare, l’etimologia della parola uomo. Cioè gli uomini sono diventati tali, esseri civili, distinti dagli animali, capaci di vivere in società, da quando hanno preso a seppellire i propri morti.
Ed ecco allora che in occasione del transito all’altra riva di un nostro caro scomparso, sembra che gli uomini, per un attimo, ricordino quello che su questa riva noi massimamente dimentichiamo e disattendiamo. E cioè che la civiltà vorrebbe che la terra fosse una grande casa ospitale, capace di accogliere tutti noi alla sua tavola, offrendo i suoi frutti come doni, e non sia invece la terra, come è, il teatro e il paesaggio devastato dove gli uomini fin dalla più remota antichità si affrontano e si sbranano a vicenda come gli “irsuti bestioni” di cui parlava Vico.
Ora, nell’Antichità, per certi versi più felice di noi, a ricordare l’immagine della terra come casa accogliente, c’era un’altra consuetudine, un’altra usanza, che trasformava la casa di ognuno in terra ospitale: ed era l’istituto appunto dell’ospitalità che imponeva a ognuno, sotto pena di contrariare e provocare lo sdegno e l’ira degli dei, di accogliere a casa propria chiunque si presentasse in cerca di asilo, fosse pure un nemico.
E anche questo è testimoniato nella nostra tradizione letteraria. Basta pensare a Ulisse, naufrago, lacero, sporco, affamato, che viene accolto come un principe dai Feaci che pure non ne conoscono l’identità. E basta ancora ricordare il re Admeto, il quale era in lutto per la morte della sua carissima moglie Alcesti, ma non esita a spalancare le porte della sua reggia a uno sconosciuto che bussa, imbandendo canti, cibo, danze. E quando lo sconosciuto, che altri non era che Eracle, viene a sapere del lutto del re, impietosito, ma soprattutto grato per il dono di ospitalità che Admeto gli ha offerto, scende agli Inferi e riporta Alcesti in vita al sovrano affranto.
E anche questo ci dice qualcosa: ci dice che il dono dell’ospitalità, che è un dono di sé, come ogni vero dono, è capace di sconfiggere la morte perché sopravvive nel ricordo dei venturi che ne serbano, di quel dono, memoria.

Ebbene, se il banchetto funebre sopravvive fino ai nostri giorni, quello che massimamente si è perduto è il concetto stesso di ospitalità, in questi giorni infelici in cui il diverso, lo straniero, il lacero, chi bussa alla porta, non viene considerato un ospite da accudire e da onorare, bensì il nemico da cui guardarsi, da cui difendersi.
Il mondo, per quanto riguarda l’ospitalità, si è capovolto rispetto ai tempi di Admeto e di Alcesti:

Se ne stava così triste
il gran re

che l’ospite lacero
ne ebbe pietà

e degli inferi scese
gli infiniti gradini…

Ma la favola di Alcesti
può essere oggi

raccontata così:

Se ne stava così lacero
l’ospite

che il gran re
ne ebbe fastidio

e agli inferi ordinò
che fosse condotto

degli infiniti gradini…

Così che la terra, lungi dall’essere quella casa ospitale che dicevo, è diventata per gli uni, per i privilegiati, una fortezza da difendere, e per gli altri, l’immensa massa dei diseredati, dei poveri, degli ultimi, una prigione da cui evadere. Ma in entrambi i casi, la terra è solcata e sconciata da muri che la dividono.

C’è sempre
un muro da varcare
un passaporto
un controllo
il terrore improvviso
di dimenticare
perché ti trovi proprio
in quel posto e non
altrove
la fila lunga
delle valigie
qualcosa da
dimostrare
il respiro degli altri
che avverti
come un’oscura
minaccia
il tonfo di un timbro
sul foglio
che ti concede
di esistere
un neon
una porta
un orologio

Il mondo, per la stragrande maggioranza dei suoi abitanti, si è trasformato in un inferno di muri, di divieti, di disprezzo, di violenza, di miseria, di morte.
La festa di compleanno, che celebra anno dopo anno l’inizio della nostra vita, come un tempo il banchetto funebre, che è una festa di commiato dalla vita, ci dicono solo questo: la speranza di sconfiggere quell’inferno e trasformare in una festa il mondo.

E allora che cosa farò da grande?
Quello che ho sempre fatto da quando, da bambino, ho intravisto quella dolcezza e quell’armonia che sono come l’orizzonte che ha sempre guidato il mio cammino.
Cercherò, per dirla con Bloch, di raggiungere “la patria”, “la terra”, dice il filosofo tedesco, “che a tutti riluce nell’infanzia e nella quale nessuno è ancora stato”. E cercherò di tracciare con le mie poesie la mappa perché coloro che verranno possano raggiungere quel paese.
La terra in cui ciascuno, venendo alla luce, sarà accolto da un riso di stupore, come si deve al miracolo di un fiore che sta sbocciando.
E quel sorriso attesterà che la rivoluzione, da sempre attesa dai migliori degli umani, sarà finalmente avvenuta. E che potremo dunque celebrare il gran compleanno di un mondo finalmente libero e pienamente umano.
Il sogno della bambina della poesia con cui concludo si sarà avverato.

L’acqua scorre
e il sasso resta

Con la sua bambola
lungo il fiume
la bimba cammina
sussurra una canzone
…bella da niente
che sarai regina
sarai luna
sarai stella
e il vento ti porterà
via
cucendoti un vestito
di rugiada e di viole
t’affiderò la mia ferita
perché sbocci come un fiore
con te sarò sovrana
dei regni dell’aurora
aquila danzante
alla periferia del sole
erba sottile
accarezzata dall’amore
farfalla taciturna
che s’incendia di colori
bella da niente
che sarai regina
perché il mondo m’accolga
in un riso di stupore…
Con la sua bambola
lungo il fiume
la bimba cammina
sussurra una canzone

E il sasso resta
ma l’acqua scorre

Un pensiero su “Giulio Stocchi, Perchè si festeggia un compleanno?

  1. L’antichità è piena di periodi e zone dove la diffidenza dovette prevalere sull’ospitalità, si pensi alle mura urbiche di tutte le città del medioevo. Segno che l’ospitalità, che pur rimane istinto di base, soccombe in particolari momenti, quando gli ospiti superano quel numero esiguo che in via naturale li mantiene nella specie di eccezione, appunto ospiti. Quando gli ospiti, come adesso, diventano una marea, è inevitabile approntare presidi di sicurezza. Che per quanto forti e istituzionalizzati, non cancellano infiniti atti di ospitalità, che ognuno può vedere, e non li vede soltanto chi, come il qui presente Giulio Stocchi, adopra l’ospitalità come ennesimo pretesto per tirare la volata alle cazzate dei comunisti. Saluti, Luigi Fressoia, pg

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