18/05/2012

Roberto Cascone, IONOI Contemporary art show


Buongiorno a tutti. Segnalo  che giovedì 24 maggio 2012, dalle ore  16:00 alle ore 18:30,  intervengo nella mostra

IONOI
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A cura di Laura Marchesi by “birthmark”
Vernice generale: Sabato 19 maggio 2012 dalle 16:00 alle 23:00
fino al 26 maggio alla  Fondazione Marco Mantovani, via Padova 36, Milano
Orari: 10:30 -12:30 * 14:30 -18:30

Per l'occasione presento Artherapy research, una visita guidata  finalizzata ad individuare nelle opere esposte eventuali contenuti arte terapeutici  utilizzando solo l'intuizione, ovvero cercando di evitare condizionamenti culturali e esperienze pregresse.
L'incontro, che è un evento collaterale alla mostra, si configura quindi come un "workshop di arte terapia"  sui generis,  teso ad affinare potenzialità intuitive e capacità ermeneutiche.
L'incontro, che è un evento collaterale alla mostra, si configura quindi come un autentico "workshop di arte terapia"  sui generis,  teso ad affinare potenzialità intuitive e capacità ermeneutiche. 
Per partecipare, se possibile prenotare la visita entro il 23 maggio inviando una e mail a: artherapy.diffusion@gmail.com
altrimenti presentarsi  alla mostra il giorno  24 dalle ore 16. L'ingresso è gratuito.
Altre info al 3487040558

Grazie dell'attenzione .

Roberto Cascone


 Artherapy research

 
 
Thursday, May 24, 2012, 16:00 to 18:30, I rise in the exhibition


IONOI
Exhibition of contemporary art



Curated by Laura Marchesi by “birthmark”

Vernissage: Saturday, May 19, 2012 16:00 to 23:00
From 21 to 26 May 2012 c / o Foundation Marco Mantovani, Via Padova 36, Milan
Hours: 10:30 to 12:30 14:30 to 18:30 *

For the occasion, on 24, I present "research Artherapy", a guided tour in search of therapeutic contents in the works. For to explain I will use the intuition. This attempt at critical analysis, open to all, is designed to hone skills and intuitive capabilities.

The visit, which is a sideshow to the exhibition, is designed to overcome the fears and difficulties in making judgments in the art. It  possible be booked by e-mail address: @ artherapy.diffusion@gmail.com, or go directly on the afternoon of May 24.  Free admission.

Have a good day and thanks.

 
 






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Roberto Cascone

Mario Perniola,Introduzione a "La società dei simulacri"

introduzione a "La società dei simulacri"

di Mario Perniola

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La società dei simulacri nel tempo del governo dei peggiori

Ho aspettato trent’anni per ripubblicare questo libro, nonostante  le ripetute sollecitazioni di lettori e di editori. Infatti solo ora i fenomeni sociali descritti allora, al loro sorgere, il potere delle organizzazioni criminali e la decadenza del sapere, hanno raggiunto il loro momento culminante.

Si è così verificata un’inversione di tendenza: qualcuno si è finalmente accorto che la distruzione sistematica dell’eredità civile, culturale, morale ed estetica  dell’Occidente e dei criteri di legittimazione  elaborati attraverso più di due millenni, giova alla  diffusione dell’ignoranza e della paura, sulle quali prosperano le mafie e il conformismo consumistico. E comincia ad avere il coraggio di dirlo e trova anche spazio in qualche quotidiano senza essere censurato dal timore dei capo-redattori e dei direttori dei giornali di vendere qualche copia in meno o di dispiacere ai loro padrini politici. Nel momento in cui l’amministrazione della giustizia e le istituzioni sanitarie, scolastiche ed accademiche collassano, si è manifestato finalmente il dubbio che il furore contro le aristocrazie scientifiche, intellettuali e burocratiche ha portato al trionfo delle oclocrazie, cioè al governo dei peggiori. Spacciare l’oclocrazia per democrazia è un errore fatale che gli antichi Greci non avrebbero mai commesso.

Il successo che ha ottenuto la prima edizione di questo libro, al punto di essere il più citato tra i miei lavori, si è basato spesso su di un equivoco. Infatti la nozione di simulacro è stata per lo più intesa come sinonimo di falsità, d’inganno, di frode e quindi come una teoria della manipolazione mass-mediatica; al contrario, essa è un salvagente per galleggiare nel tempestoso oceano della comunicazione, in cui tutti siamo, volenti o nolenti, immersi. La posta in gioco era la seguente: inutile impegnarsi nella difesa degli intellettuali, nelle tre forme classiche di giornalisti, professori e politici. Già nel 1980 – anzi già dal 1968 - era evidente che la civiltà di cui erano stati i protagonisti stava tramontando: lungo trent’anni, hanno cercato di difendersi con le unghie e con i denti in  una società che non aveva più bisogno di loro, sposando via via le opinioni più idiote, purché sembrassero nuove, up-to-date, riformiste, e contribuendo così in modo determinante al totale sfacelo delle loro istituzioni. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Ai giornalisti non è rimasta altra strada che quella di trasformarsi in investigatori rischiando la vita; i professori, posti continuamente sotto accusa di autoritarismo e destituiti dal loro compito fondamentale  di educatori, sono oggi privi di ogni autorevolezza e completamente demotivati; infine i politici hanno cessato da tempo di essere degli intellettuali, non hanno più bisogno di una legittimazione proveniente dalla leggi e dal sapere, perché fondano il loro potere sull’appoggio delle organizzazioni criminali e di  masse che sono tanto più manipolabili quanto più sono ignoranti. Le premesse di questo collasso erano già evidenti nel 1980, ma troppi pregiudizi ideologici legati alle teorie politiche del passato o alla controcultura sessantottesca impedivano di vederle.

Il simulacro è  qualcosa che, ponendosi al di là del vero e del falso, è più prossimo al gioco, all’arte e alla cultura, che alla metafisica, all’etica e alle ideologie politiche. Non a caso, il primo ad introdurre questo termine nel pensiero filosofico del Novecento e forse l’unico a farne un uso coerente e chiaro, è stato Roger Caillois nel volume I giochi e gli uomini. La maschera e la vertigine (1958). Egli distingue quattro tipi fondamentali di giochi: l’agon (competizione), l’alea (fortuna), mimicry (simulacro) e ilinx (vertigine).  I primi due  formano una coppia, così come gli ultimi due. La competizione e la fortuna obbediscono allo spirito di contesa, sia pure regolandola in modo opposto (nel primo caso col merito e nel secondo col caso). Anche il simulacro e la vertigine sono strettamente connessi tra loro: l’imitazione, spinta al suo estremo, cancella l’originale risultando inseparabile dall’esperienza del vuoto. Il simulacro non è uno spettacolo ricreativo, né una messa in iscena manipolatoria e mistificante, ma un mimetismo che implica la scoperta della precarietà dell’esistenza e la sospensione della soggettività individuale: esso è una terapia per sopravvivere, trasformando il sentimento di smarrimento e di demoralizzazione in una volontà di sfida e in un’ebbrezza prossima alla trance.

 
La società dei simulacri in tempo di pace

Inoltre bisogna tenere presente che il contesto storico in cui uscì La società dei simulacri, consentiva ancora una certa leggerezza di spirito unita a prospettive di attesa positive. Il discorso della pace  regnava incontrastato dalla fine della Seconda guerra mondiale: la cosiddetta “guerra fredda” non diventò mai calda. Diede luogo a guerre limitate e locali (Corea, Vietnam...), ma i discorsi di entrambe le grandi potenze rimasero “pacifisti”. Quando il presidente degli Stati Uniti, Ronald Reagan, eletto nel 1981, cominciò due anni dopo a descrivere l’Unione  Sovietica come “l’impero del male”, la maggior parte dell’opinione pubblica europea non gli diede troppo peso, considerando questa espressione come una semplice manifestazione della propaganda anti-sovietica.  Quindi era ancora possibile da un lato intraprendere strategie raffinate e sottili come quella che sottende a questo libro, dall’altro pronunciarsi senza riserve a favore delle trasformazioni in atto: l’operazione culturale che succede alla politica ideologica, la logica della seduzione che prende il posto della razionalità dialettica, l’olografia sociale che  sostituisce la società totalitaria. In altre parole, la società dei simulacri presuppone il rispetto del diritto internazionale stabilito nel 1949 delle convenzioni di Ginevra sul trattamento dei prigionieri, sulla protezione delle persone civili e così via.  In realtà,  la rivoluzione iraniana del 1979 aveva cominciato a destabilizzare questo quadro, ma per quasi tutti gli anni Ottanta i pensatori europei (con l’eccezione di Michel Foucault e di qualche altro) avevano preferito chiudere gli occhi sull’irruzione di questo evento impensabile attraverso le categorie del pensiero moderno occidentale: l’idea di una rivoluzione teocratica appariva infatti come qualcosa di inconcepibile. Il mio libro rimase perciò impigliato nella rete del postmoderno, del quale a ben vedere costituiva la critica. La mia polemica con Gianni Vattimo contro il “pensiero debole” nel 1983 svelò subito l’equivoco, ma ormai la parola “ società del simulacro” era entrata nell’uso comune come sinonimo di “società dello spettacolo”, esattamente il contrario di quello che significava in Caillois, Klossowski e  perfino in Baudrillard.

 
La società dei simulacri al tempo della neoguerra

Poco prima che scoppiasse la Prima guerra dell’Iraq, in occasione del corso Figuras del secreto, organizzato da Jorge Lozano nella sede estiva dell’Università  Complutense di Madrid, all’Escurial  nel luglio 1989, in occasione del sessantesimo compleanno di Baudrillard, io mi resi conto tuttavia che l’equivoco che permaneva intorno alla nozione di simulacro, doveva essere dissipato. Ne seguì un’accanita polemica tra lui e me intorno ai limiti di questa parola, che, a mio avviso, non poteva essere estesa fino a comprendere tutti gli aspetti della società moderna. Il ritorno del discorso della guerra due anni dopo mi diede ragione: tuttavia l’enorme apparato propagandistico messo in piedi da una coalizione diretta dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna  insieme  alla brevità del conflitto non incrinarono in modo determinante la fiducia nel carattere progressivo della comunicazione. Sebbene l’arte già alla fine del decennio precedente avesse imboccato la strada del ritorno al reale, per tutti gli anni Novanta il clima culturale occidentale fu caratterizzato da un entusiasmo smisurato nei confronti della Computer-mediated communication (CMC) e da una crescente ostilità nei confronti delle discipline umanistiche.

 
La società dei simulacri al tempo della guerra infinita

A partire dal momento in cui il discorso bellico si radicalizza al punto da proclamare la possibilità di una guerra infinita, espressione assurda per la polemologia classica, è chiaro che il processo di autodistruzione della società occidentale ha raggiunto il suo apice. Nel 2000 è nata questa rivista il cui senso, nei diciannove numeri pubblicati,  è stato quello di riaffermare la possibilità di una cultura estetica in un mondo che pare averla completamente dimenticata. Cosa vuol dire cultura estetica? Ciò che Kant e Schiller avevano chiaramente espresso nell’età dell’Illuminismo:  disinteresse, assenza di preconcetti, indipendenza nei confronti del raggiungimento di uno scopo ed emancipazione dalla particolarità del singolo individuo. In altre parole, occorre  fare un passo indietro verso il proprio passato, e prendendo ad esempio la politica culturale di alcune grandi civiltà orientali, ristabilire il rapporto tra l’innovazione economica e tecnologica e l’eredità plurimillenaria che ha consentito all’Occidente di elaborare  concezioni del mondo e stili di vita universalmente validi. Parafrasando George Kubler,  chi lavora continuamente al proprio miglioramento non è mai solo nel mare magnum della storia. Tutti gli esseri umani attivi sono collegati tra loro; le loro esistenze sono allacciate dinamicamente tra loro per sempre. Infatti chi cerca di dare un senso alla propria vita  sta, come gli angeli di Tommaso d’Aquino, in una dimensione intermedia tra l’eternità e il tempo:  dimora nell’aevum, cioè in una durata che ha un inizio, ma non una fine!
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walter vecellio,Il caso di Pop Virgil e le riflessioni “normali”, “comuni” di Roberto Saviano


Il caso di Pop Virgil e le riflessioni “normali”, “comuni” di Roberto Saviano

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16-05-2012
A molti non piace, lo trovano banale, anche un pò furbo, e perfino opportunista. E’ possibile che anche a qualche radicale non piaccia. Del resto non si può piacere a tutti. Parlo di Roberto Saviano l’autore di “Gomorra” e che dimostra come si possa fare una televisione diversa dalla solita televisione e che fa audience.

Certo, Saviano spesso dice e scrive cose “normali”, o che normali dovrebbero essere se solo si vivesse in un paese normale. Il normale diventa quindi eccezionale.

Saviano su Facebook si è occupato del caso del romeno detenuto nel carcere di Lecce che dopo cinquanta giorni di digiuno è morto; riporta quanto ha detto il vice-direttore del carcere Giuseppe Renna: “Noi lo aiutavamo come potevamo, e anche i volontari tentavano di aiutarlo. In verità, il carcere finisce sui giornali solo quando succedono queste cose. Ma noi come tutti dobbiamo combattere ogni giorno, senza avere possibilità economiche, e con mille e mille problemi. Qui dentro, come accade in tutti gli istituti d’Italia ci sono numerosi detenuti anche di carattere psichiatrico che andrebbero seguiti da strutture idonee, invece...”. Il vice-direttore Renna dice cose “normali”.

“È vero”, riflette Saviano, “chi sbaglia deve pagare, ma deve farlo in condizioni dignitose. Chi sbaglia deve essere recuperato. Il carcere dovrebbe essere riabilitazione e reinserimento. Non il luogo in cui mettiamo tutto ciò con cui non vogliamo fare i conti”.

Valter Vecellio



Giornalista professionista, attualmente lavora in RAI. Dirige il giornale telematico «Notizie Radicali», è iscritto al Partito Radicale dal 1972, è stato componente del Comitato Nazionale, della Direzione, della Segreteria Nazionale.

Anche questa è una riflessione “normale”, e qualcuno la troverà perfino ovvia, banale. Ma in un paese appestato come l’Italia, ben venga chi dice e scrive cose “normali”, quelle cose “normali” che però sono in pochi a dire, come i radicali.

Ieri, per esempio, si poteva leggere su “La Stampa” una corrispondenza dagli Stati Uniti d’America di Maurizio Molinari, che spesso viene ascoltato da “Radio Radicale”. Maurizio racconta della visita del ministro della Giustizia italiano Paola Severino a Newtown, nel Connecticut. La signora ministro è volata in quel paese per “approfondire come sia riuscito meglio di altri Stati americani a sfoltire la popolazione carceraria”. Si scopre così che la chiave dei buoni risultati ottenuti in Connecticut consiste nel favorire e lavorare per il reinserimento del detenuto nella società, in collaborazione con la famiglia e le istituzioni statali; e il principio guida è che le prigioni “devono servire a riabilitare, non a sfornare criminali come quelli che vi sono entrati”. Chi l’avrebbe mai pensato! E certo per comprenderlo occorreva andare a Newtowon in Connecticut…
Per tornare a Pop Virgil, così si chiamava il romeno morto: era in carcere dal 2000, condannato a 18 anni per un cumulo di pene per rapine e furti. Si proclamava innocente, ma colpevole o vittima di errori giudiziari, a questo punto è irrilevante. Conta che dopo cinquanta giorni di digiuno sia morto, la desolata “normalità” di una realtà che questa vicenda rivela. “In molti”, dice il vice-direttore del carcere di Lecce, “sono nelle sue stesse condizioni, in 30 o forse 40 sono in sciopero della fame…”. E’ “normale”? Nelle prossime ore una delegazione radicale effettuerà l’ennesima visita ispettiva nel carcere di Lecce. I deputati radicali hanno chiesto che il ministro della Giustizia ne riferisca. E questo è “normale”. Così come è “normale” che non si abbia notizia un immediata ispezione da parte del ministero della Giustizia, di un interessamento del ministro. Più che a Newtown, meglio sarebbe andare a Lecce… E’ “normale” questa “normalità”?
E’ di un paio di giorni fa una notizia che non ha avuto alcuna eco, ne abbiamo parlato su “Notizie Radicali” di ieri. C’è un signore di 84 anni, si chiama Michele Schiano, è rinchiuso nell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Aversa. La sua colpa, il suo reato è quello di non aver rispettato alcuni obblighi di legge mentre era in libertà vigilata per un’accusa di presunte molestie. Schiano non si regge in piedi, quando apre bocca non riesce ad articolare parole ma confusi balbettii, come possa risultare pericoloso e temibile, non si comprende bene. Però continua a restare chiuso nell’OPG di Aversa: la sua casa è una cella che divide con altri tre detenuti, se ne sta sempre in disparte, solitario e sognante come un bambino messo in castigo: nessuno lo vuole né lo cerca, è un sepolto vivo nel lager più antico d'Italia: il Filippo Saporito di Aversa risale al 1876.
Un paramedico che opera ad Aversa è amaro: "Come Schiano vegetano negli ospedali-prigione italiani decine di cittadini vittime di una giustizia che in troppi casi non contempla il diritto al reinserimento e si adagia nel barbaro concetto del fine pena mai. A volte, succede che le famiglie accettino di riprendersi in casa il matto, ma solo per derubarlo della pensione, svuotargli il conto corrente e ri-seppellirlo nel lager autorizzato".
Schiano è tenuto prigioniero nell’OPG di Aversa solo perché non si sa dove mandarlo, come assicurargli la necessaria assistenza. Tra non molto gli OPG verranno chiusi, ed è giusto perché sono luoghi di sofferenza e dolore. Come e da cosa saranno sostituiti non si sa.